“Non c'è niente da insegnare, non si può davvero insegnare altro che se stessi, così come non c'è niente altro da imparare che la singolarità umana, le innumerevoli e sconcertanti possibilità di forma espresse dalla vita"

Emanuele Trevi

Giovedì, 30 Gennaio 2014 00:00

Musil, Mattiello ed "I Fanatici"

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“Fanatici sono coloro che portano nelle relazioni umane tutto quel che sono”; non è un incipit, non è una frase paradigmatica, solo uno dei tanti motteggi apodittici che punteggiano I Fanatici di Musil. Nel riadattamento che ne firma Salvatore Mattiello sulle tavole di Sala Ichòs si compone sulla scena una sofisticata interpretazione del testo che lo libera dalla taccia atavica di irrappresentabilità.

Felici scelte registiche e soprattutto la capacità di rendere “teatralizzabile” un testo i cui personaggi non vivono sulla scena, non davvero, ma assumono posture emblematiche di concezioni astratte, rappresentano a nostro avviso i punti di forza di questa messinscena, fra i cui interpreti risaltano per bravura Giuseppe Giannelli e Pietro Juliano.
L’azione si svolge in una residenza di campagna, in cui si consuma quello che a tutta prima potrebbe apparire un semplice dramma borghese, in cui s’intreccia un reticolo di relazioni, più o meno torbide: un professore e sua moglie (Thomas e Marie), la di lei sorella (Regine), vedova risposata e con amante al seguito (Anselm), in realtà innamorato di Marie, più un’amica di famiglia, un investigatore privato ed il secondo marito di Regine. Si briga, si ragiona, si gioca alla seduzione, ci si rincorre e ci si perde, in un groviglio di relazioni e di riflessioni ondivaghe e contorte.
La scena è concepita come uno spazio aperto, in cui domina la cromia scura, sintomatica del buio nel quale sono avvolte le verità. In centro di scena, una pedana a scacchi si offre in apertura come talamo simbolico in cui avviene il primo risveglio di Thomas e Marie, letto di sogni e turbamenti che potrebbe ricordare lo Schnitzler di Doppio sogno (anche e soprattuto per implicanze e complicanze).
Sullo spazio scenico si aprono interstizi che, come altrettanti loculi, accolgono i diversi personaggi nei loro fuori scena, facendoli permanere a vista. Permangono perché li si veda, permangono affinché siano offerti allo sguardo voyeuristico dello spettatore onnisciente, che spia quanto accade nelle vite rappresentate, quasi come se le scrutasse dal buco della serratura (e ciò sarà esplicitato nel finale dall’amica di famiglia, la signorina Martens, demiurgo di scena fino ad allora quasi del tutto silente, in un ‘a parte’ rivolto al pubblico).
“Non si è mai così se stessi come quando ci si perde” è una delle frasi ripetute in scena più volte; ed in effetti siamo al cospetto di vite che si perdono rincorrendosi e che appaiono in palco raccontate più che vissute: la verbalità della pièce possiede infatti toni che non sono colloquiali, da dialogo informale, ma piuttosto evidenzia i crismi del motteggiare sentenzioso; ogni personaggio, nel proprio dire, si fa portatore di una filosofia snocciolata come fosse il brandello di una lectio.
Siamo dinanzi ad un dramma concettoso e didascalico. Si potrebbe, d’acchito, pensare ad uno psicologismo ibseniano, o anche ad atmosfere alla Bergman, ma in realtà ne I Fanatici l’umana sentimentalità si astrae dalla scena ed i personaggi sono corpi ed intelletti, i cui sentimenti appaiono descritti e non vissuti, pretesti di scena per raccontare astrazioni. In queste anime vaganti sulla scena, che più e più volte si parlano senza guardarsi in volto, pare dominare il senso dell’inconcluso, di una sospensione protesa ad una risoluzione che forse non giungerà mai. È come se queste anime vaganti, questi intelletti irrisolti, tendessero verso un redde rationem che non vogliono davvero raggiungere, legati, abbarbicati alla loro condizione come uccelli incapaci di spiccare il volo dal proprio nido. Ali tarpate che ricevono suggello nelle note di Rundinella, sulle quali gli attori in scena mimano il loro frustrato tentativo di volo.
È scontro filosofico fra i protagonisti e le loro posizioni; quel che dicono, quel che asseriscono sulla scena, che sembra essere riferito solo ad una situazione contestuale, appare in realtà avere un respiro sovrastrutturale, quasi ‘ideologico’, come se ognuno fosse portatore di una differente filosofia, incarnando ciascun personaggio non solo un tipo umano, ma addirittura un pensiero sistematico.
I Fanatici finisce pertanto per rifuggire dall’etichetta di dramma borghese tout court, benché per ambientazione e tematiche potrebbe esserlo a pieno titolo, e si pone come una sorta di riflessione sulla coscienza dell’uomo novecentesco, sulle sue idee, sui suoi ideali, sui suoi valori, facendoli emergere dal fondo di scena attraverso la struttura dialogica. Non arriva a conclusioni perché non è fra i suoi intenti arrivarci. Arriva però dal Novecento al nuovo millennio.
Il suo intento era offrire una visione, dal buco della serratura, degli uomini e del loro tempo, degli uomini di ogni tempo, per esortarli ad amare il proprio tempo: “Amate i vostri anni, che sono quelli che passano, non quelli che restano”, ammonisce la signorina Martens a luci piene.
Il suo intento era di affrontare il dramma borghese per superare il dramma borghese, arricchendolo di connotazioni che esulano dal contesto conchiuso.
Il suo intento, che sulla scena pienamente si realizza, è di fare teatro di ciò che teatro non era (o lo era solo in parte) e di renderlo congruo al contemporaneo.

 

 

I Fanatici
di Robert Musil
adattamento e regia Salvatore Mattiello
con Antonella Abys, Teresa Addeo, Rosalia Cuciniello, Giuseppe Giannelli, Pietro Juliano, Massimo Papaccio, Simone Sannino
scene e costumi Ciro Di Matteo, Gino Protano, Peppe Zinno
disegno luci Ciro Di Matteo, Salvatore Mattiello, Gino Protano
foto di scena Giano Vander
produzione Ichòs Zoe Teatro
lingua italiano
durata 1h 45’
Napoli, Sala Ichòs, 26 gennaio 2014
in scena dal 24 al 26 gennaio 2014

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