“I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui prati di Caprara sono stati indubbiamente i più belli della mia vita”

Pier Paolo Pasolini

Domenica, 08 Luglio 2018 00:00

Clowneria e senilità: l’arte di essere se stessi

Scritto da 

“E la vita è così forte
che attraversa i muri per farsi vedere
la vita è così vera
che sembra impossibile doverla lasciare
la vita è così grande
che quando sarai sul punto di morire,
pianterai un ulivo,
convinto ancora di vederlo fiorire”
(Sogna, ragazzo sogna, Roberto Vecchioni)

 
 

Siamo in una casa di riposo per anziani in un clima surreale di follia e lucidità dove inaspettatamente e del tutto contrariamente al pensiero comune, gli anziani sono vivi e appassionanti più che mai, giocano con se stessi e con la morte, mettendo in scena ogni giorno rituali e novità attraverso l’arte magistrale del clown. Il clown qui inteso e intrepretato come la figura più reale e più vicina al mondo della senilità.

Ma perché scegliere proprio il mondo della vecchiaia come oggetto di uno spettacolo? È una scelta che probabilmente genera un senso di straniamento e che va spiegata con i cambiamenti sociali accorsi negli ultimi decenni. Dal momento che tutto cambia e nulla rimane uguale a se stesso, è chiaro come anche la vecchiaia abbia subito un cambiamento: un tempo essere vecchi significava essere pieni di saggezza, rispetto da parte della società e autorevolezza sui più giovani. Oggi essere vecchi significa essere un peso sociale, un di più la cui presenza non si è potuta evitare, un difetto di fabbricazione, una limitazione dell’essere umano, che ha raggiunto le più grandi scoperte scientifiche e tecnologiche, ma ancora non ha trovato la pozione magica contro la vecchiaia e la morte. Ed è qui, in questo preciso istante e alla luce di questa esatta, oltre che amara considerazione, che interviene il teatro: per dare senso alle cose, per indicare un nuovo punto di osservazione dei fatti, una maglia rotta nella rete attraverso la quale fare il salto nella stessa maniera in cui indicava Montale: allontanarsi dai pregiudizi comuni.
Roberto Ciulli ci invita allora a saltare, a osservare il mondo della senilità attraverso gli occhi surreali e iperrealisti di un clown. Il regista tedesco, infatti, è considerato uno dei pochi produttori teatrali europei esperto nella moderna, anche se dimenticata arte clownesca. Ma cosa fa un clown? Esattamente nulla, se non portare in scena se stesso, la sua timidezza e la sua genialità, il suo essere debole e perduto, ovvero tutto quello che lo rende veramente forte. Il clown non ha nulla da dimostrare a nessuno, non è il buffone di corte che vuole suscitare ilarità a ogni costo o che punta alla derisione dell’altro. Il clown è ridicolo insieme agli altri, non contro di loro.
Ma torniamo allo spettacolo.
Nella casa di cura in cui ci troviamo tutto è regolato da norme e rituali precisi, atti a nascondere il caos e l’anomalia che vive nell’animo di chi si trova dinanzi a un’atroce verità da accettare: la perdita della giovinezza. Ci si potrebbero raccontare tante storie su come essa non rappresenti un problema e sia la naturale evoluzione della vita umana: ci si racconterebbe in sostanza una serie infinita di menzogne con la consapevolezza di farlo. La vecchiaia fa schifo, senza se e senza ma, toglie potere e salute, limita il corpo e indebolisce la mente: anche il cuore ne esce male e soffre a ogni sussulto.
Ecco allora che nasce il caos: nasce come erba spontanea nonostante le regole di comportamento, gli orari e le modalità di azione siano chiari a tutti e prescritti nel regolamento. I pazienti mangiano, dormono, fanno sport tutti i giorni allo stesso orario, così come i visitatori sono ammessi in giorni e orari precisi – indipendentemente dal fatto che uno abbia fame, sonno o abbia voglia di ricevere visite. Ed è in queste regole che si insinua il clown, il senso del ridicolo ma, anche, della libertà finalmente acquisita. Il clown arriva per sovvertire ogni cosa: ribalta ogni gesto quotidiano, delude ogni aspettativa riposta.
Vari i personaggi che Ciulli mette in scena: c’è chi vede sempre tutto sporco e deve pulire, chi non si arrende all’età e crede ancora nella sua forza erotica, chi vive con un cane immaginario, chi si comporta come se fosse ancora un allenatore di calcio che dalla panchina osserva la sua squadra in campo, chi era un cantante che ha perso la voce e forse la ritroverà. I paradossi più assurdi prendono vita sul palco e nella nostra mente nell’arco di un’ora e trenta di spettacolo attraverso numerosi espedienti teatrali: ecco che i giornali dati da leggere ogni giorno e i medicinali da assumere in precisi orari si trasformano in strumenti musicali, così come i bicchieri di vetro che producono melodie, i lampadari volano, i versi senza senso diventano melodia, l’armadio si trasforma in un nascondino segreto grazie al quale avere la meglio sull’infermiere/ controllore. La meraviglia e lo stupore prendono il sopravvento su tutto: ogni giorno tutto si ripete sempre uguale, e quindi sempre diverso. È il meccanismo della ripetitività e dei rituali scenici che viene completamente ribaltato: qui si balla e si canta, si deride l’altro e la morte, si fa l’amore e la guerra. In una sola parola: si vive.
Ritornano alla mente le scene del film  Miloš Forman, Qualcuno volò sul nido di un cuculo: la vecchiaia come la pazzia, un viaggio nel tempo per diventare alla fine se stessi.
"Lei pensa che la sua mente abbia qualcosa che non va?".
"No signore, è una meravigliosa stupenda macchina della scienza". 




 

 

Napoli Teatro Festival Italia
Clown 2½
scritto e diretto da Roberto Ciulli
con Roberto Ciulli
produzione Theater an der Ruhr
durata 1h 30'
Napoli, Teatro Trianon, 1° luglio 2018
in scena 1° luglio 2018 (data unica)

Lascia un commento

Sostieni


Facebook