“In coscienza, Kàtja, non lo so”.

Anton Pavlovič Čechov

Roberta Andolfo

Bergquist e gli encausti: "Ashes to Ashes"

La ricerca di un legame fra cose apparentemente opposte, luoghi presumibilmente troppo lontani per potersi assomigliare, origini differenti, continua ad essere sostanza pulsante della ricerca artistica. Nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli, all’interno del dialogo da lungo tempo aperto fra le opere antiche e quelle contemporanee, s’inserisce quest’autunno, sino alla fine di ottobre, la voce di Mats Bergquist.

Sguardi fotografici condivisi: “Io ti vedo”

Si può impostare un corso di fotografia in modo che somigli il meno possibile ad un usuale corso di fotografia. Si può strutturare l’incontro con l’altro intorno all’elastica ossatura della condivisione (e farne anche obbiettivo della crescita personale e creativa), più che intorno all’impartire lezioni. E lo si può fare per inseguire il giusto mood fotografico, che è poi una dimensione non dissimile da quella fase in cui si desidera dialogare al massimo livello con il pensiero che c’è dietro il nostro occhio, e di mettere gli altri nella condizione di dialogarvi a loro volta. Il fotografo Stefano Schirato presenta i tre colleghi in mostra confermando sin da subito la professionalità ormai già da tempo acquisita da questi operatori, ed evidenziando la loro volontà di mettersi in gioco con convinzione, ma soprattutto con perseveranza, insistendo con il loro sguardo su soggetti che vivono in situazioni difficili da concepire e da spiegare, stando da quest’altro lato della linea.

“Urban Rainbow” al Museo Michetti

Al Museo Michetti si apre un percorso già aperto, inoltratosi nei diversi spazi dell’arte, proiettatosi nel campo visivo di architettura, pittura, scultura, performance, dell’installazione e del design. Franco Summa, chiamato a risintonizzare le aree del museo sui diversi canali del proprio cammino artistico/filosofico, presenta un’accurata selezione delle “invenzioni” concretizzate da metà anni ’70 ad oggi.

"Segni svelati", opere grafiche per la Cappella Sansevero

Disvelare il segno. Disadornarlo per poter osservare la verità di cui si ammanta, di cui è portatore. Una volta fatto questo ricoprirlo nuovamente, ricostruirne la segretezza, reintegrandone il senso. È l’eterno processo di approccio al simbolo, che si rinnova all’infinito. Ed è affascinante quanto l’apparato semiologico e simbolico possa essere antidoto al fraintendimento di un messaggio, quanto possa fungere da catalizzatore di energie, di componenti sottese a quel messaggio, che vengono interiorizzate proprio perché mostrate di traverso, tra le righe.

Otto artisti giapponesi a Villa di Donato

Villa di Donato, con il suo essere così nel mezzo delle cose della città, ed allo stesso tempo distinguendosene ed elevandosi dalla “norma”, dai vicoli più contorti, dagli angoli solo abbozzati e dai modesti dettagli dell’abitato circostante, fascinosamente incongrui, è in grado di guidarci in uno scenario a parte, in una porzione al di fuori dell’urbe, come calatasi in quel luogo per incanto. Ma fa questo senza alterità, senza volontà di trionfo sugli anditi più dimessi, bensì restando “aperta” a ciò che l’attornia, e soprattutto a coloro che vogliono scoprirla.

Intervistare Leonardo

È intima e ad un tempo formale la conversazione che si intesse fra intervistatore e intervistato. Imbarazzata, magari da uno solo dei due punti di vista, congestione di sguardi e perlustrazione di aride o rigogliose lande mentali, di fresche idee o stantii pregiudizi, è indagine da parte di chi domanda ed anche di chi risponde. È spettacolarizzazione per visionari avidi di pensieri o pettegoli ricercatori di misere bassezze, di sciocchi ritegni o sfacciate quanto inutili confessioni. Ma cosa accade quando si interroga il passato? Cosa, quando il nostro passato è racchiuso in una mente che è stata in grado di oltrepassarlo e preludere a tutto ciò che di più impensabile sarebbe stato in giorni lontani, nei nostri giorni? Il Leonardo di Finazzer Flory è conscio di essere chiamato a rispondere dal nostro presente. Ed il confronto è divulgazione, tentativo di soddisfare curiosità emotive oltre che razionali, e visione suggestionata ancor prima che suggestiva. Ma il gioco consiste nel far sì che questa consapevolezza si fermi alla conoscenza del momento temporale, in modo da restituire un Leonardo che, per quanto immaginato, risulti il più credibile ed il più “integro” possibile.

Rosaria Matarese e “L’Uroboro (che) si rigurgita”

Si va avanti e indietro fra le sale, come stanze private delle strutture/relitti/rovine dell’artista, cercando non tanto una direzione, e di certo non un’univoca e sintetica assimilazione di quel tutto che così tanto difende il suo essere diversificato e mutabile, bensì il sostrato del diverso. La sottodimensione in cui non solo gli assemblaggi, i disegni e le variegate installazioni comunicano con noi, ma noi stessi comunichiamo con loro, agendo sullo status quo, perturbandolo e modificandolo in parte, senza che l’identità donata dall’artefice venga irreparabilmente dissolta.

"Gran Serata Futurista" a Napoli

Lo spazio bianco della sala inizia ad essere rapidamente intriso di un’atmosfera che si legge, e si vuole, ad un tempo sognante e concreta. Tra, e sul pubblico, s’insinua ed aleggia la consueta calma in attesa della performance, ma stavolta qualcuno si starà figurando quale relazione, quale contrasto potrà esservi tra la silenziosa concentrazione degli spettatori e l’irruenza, la quale è da considerarsi promessa, di un’esibizione che s’immagina, molto più di altre, conformata in un corpo di pura energia, saettante missione creativa.

“Polifonia di un paesaggio”. Fino a che punto possono sfiorarsi pittura e musica?

Quelli che nel gruppo degli esperimenti di interazione tra i due campi, l’arte visiva e la musica, possono essere considerati lodevoli, hanno riflettuto sull’argomento prendendo in esame diversi punti di vista, esplorando di volta in volta le reazioni di due diversi organi di senso a stimoli di natura così differente eppure in un certo qual modo affine. E proprio su questo “modo” si sono intessute le dissimili e ripetute incursioni da un mezzo all’altro.

Isotta Bellomunno o il ritorno all'origine feconda

Componenti di diverse iconografie si interfacciano, si mescolano o si “cambiano d’abito”, in questa personale di Isotta Bellomunno. Nel bel mezzo della ricerca, o meglio, nell’atto di riproporre la riflessione su di un “eterno femmineo”, si presenta qui il compendio dei risultati e delle tracce di un lavoro materico e concettuale che scorre l’immaginario personale  e collettivo per ritrovare il punto in cui i due sentieri, talvolta vere e proprie fazioni in lotta, si manifestano come inscindibili e a tratti, forse, addirittura interscambiabili.

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