“Sai quello che succede con le poesie? Un giorno sembra che l'hai pensata tu. E non sai se sei stato tu a raggiungerla o è lei che ha raggiunto te".

Daria Deflorian

Giovedì, 31 Ottobre 2013 01:00

Sugli Anathema e sul berlinese che sapeva troppo

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Siamo nei primi mesi del 1990, il muro di Berlino è stato abbattuto e i berlinesi rivendono, per pochi marchi, pezzi dello stesso ai turisti. Un berlinese, un po’ più sveglio dei suoi concittadini, armato di vernice spray si reca presso quello che fu il simbolo di due modi di concepire le sovrastrutture e scrive, chiedendo e chiedendosi: “Abbiamo abbattuto questo, ma chi abbatte i muri che abbiamo nella testa?”.

Questo piccolo aneddoto, riportato con cura nella retrocopertina dell’album Nessuno Schema Nella Mia Vita dei Kina, potrebbe sembrare assolutamente fuori luogo per raccontare quello che lo scorso 27 ottobre si è tenuto presso il Centro Sociale di Salerno, ovvero il concerto degli inglesi Anathema. Ma si rivelerà assolutamente adatto a descrivere, in maniera sintetica, la storia sonora di una band che ha sempre saputo rinnovarsi, e non solo questo.
Formatisi in quel di Liverpool nel 1990, gli Anathema, nella prima parte della propria parabola musicale, furono perdutamente innamorati del Rock nero (che più tardi sarà identificato come Metal) dei Black Sabbath ed in particolare della corrente Doom/Gothic che associava riff di chitarra plumbei e manifestazioni ritmiche votate alla ripetizione. Grazie a questo amore vennero date alle stampe due gemme buie che rispondono al nome di: The Silent Enigma e Eternity, rispettivamente del 1995 e del 1996.
Il 1998 fu per gli Anathema, musicalmente parlando, l’anno della svolta. La band, esaurite le fascinazioni della creatura di Ozzy Osbourne e Tony Iommi si impose con l’uscita Alternative 4, disco nel quale fanno mostra di sé le influenze Pink Floyd, in particolare quelle dello spartiacque emozionale Wish You Were Here. Da allora ad oggi vi è tutto un fiume di Rock atmosferico che incorpora elementi Progressive e che mette in primo piano una emozionalità cristallina ma autorevole, sempre lontana dal sentimentalismo di bassa lega, quanto da quel primo periodo espressivo, tanto intenso quanto acerbo. Da quel lontano '98 ad oggi una serie di lavori che hanno una costante specifica, l’ispirazione.
Particolarmente ispirante appare anche l’auditorium del Centro Sociale di Salerno; meno ispirata, invece è l’organizzazione che ha qualche problema a gestire le prevendite, e ciò produce lunghe attese prima dell’ingresso in sala. Anche il sottoscritto, ordinatamente in fila, fa il suo ingresso quando le band di supporto hanno già terminato il proprio set.
Prescindendo da questo piccolo equivoco, l’esibizione degli Anathema è stata intensa come sempre, forse lo è stata anche maggiormente rispetto alla norma, considerato il set acustico che dona maggior spazio alle armonizzazioni vocali.
La formazione, nel suo nucleo più essenziale, vede: Vincent Cavanagh (voce e chitarra), il fratello Danny Cavanagh (chitarra, voce, tastiera e loop) e la dolce Lee Douglas (voce e cori). Ad aprire la serata è il brano Untouchable, Part 1 dal quale risulta subito palese che gli inglesi hanno tutte le intenzioni di elargire tocchi di classe; le voci si combinano in maniera unica e gli strumenti, senza troppi orpelli regalano una dimensione maggiormente spontanea. È come se quegli stessi brani recuperassero una dimensione originaria e particolarmente intima. Così spogli da risultare, in alcuni casi anche più ricchi come nella rassegnata Lost Control o in Deep.
Lo show tutto non presenta punti deboli, perché la band è stata capace di creare una atmosfera particolarmente suggestiva. Suggestiva al punto di proporre un brano come Oh! Darling dei Beatles, assolutamente lontano dai temi cari ai fratelli Cavanagh, senza che l’atmosfera di fondo, sognante ed eterea, finisse per smarrirsi.
E conta davvero poco che ad esser presentata sia High Hopes dei Pink Floyd, o la sognante Flying, il pubblico accompagna ogni esecuzione cantando e non interrompendo mai la linea di fondo che lo unisce con i musicisti.
A chiudere il cerchio e l’incipit della vicenda del berlinese e del muro, arriva nei bis, Another Brick In The Wall. Tutti abbandonano il proprio posto a sedere e si dirigono sotto al palco tributando agli Anathema il dovuto ringraziamento. Ringraziamento che corona una serata, praticamente sold out, che ha visto protagonista una band che per un ora e mezza ha spazzato via ogni muro che nella testa protegge i concetti restrittivi di genere e stile sonoro. Perché, prescindendo dalle appartenenze e dai gusti, ad alcuni livelli vi è solo il riconoscimento oggettivo di trovarsi al cospetto di musicisti di prima fascia.
Tornando a casa, dopo il concerto, ho cercato una qualche scritta simile per capacità critica a quella dell’anonimo berlinese. Ma mi sono imbattuto solamente in una moltitudine di numeri di telefono e di aggettivi da filmino hard amatoriale che adornavano le pareti di una latrina da autogrill. Una radio rock, molto in voga negli ultimi periodi mi informa che è morto Lou Reed, uno di quelli che Berlino l’aveva vissuta e cantata, quando il muro c’era ancora. E così geografia, calcestruzzi, mattoni, ricorrenze, musica ispirata, pitture ed aneddoti si ritrovano a banchettare in una stessa serata. A volte c’è una spiegazione bislacca che vale più di mille critici.

 

Anathema acustic live
Vincent Cavanagh
voce, chitarra
Danny Cavanagh chitarra, voce, tastiera
Lee Douglas voce
organizzazione My Kingdom Music
Auditorium Centro Sociale
, Salerno, 27 ottobre 2013

 

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