“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Mercoledì, 11 Settembre 2013 02:00

Il caos regna

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C’era una volta lo shoegaze. Veramente sarebbe più corretto dire che c’è ancora, anche se certa stampa avida di precisazioni ed etichette ha definito nu gaze il genere rilanciato da nuove band già nello scorso decennio. E così le intuizioni e le modalità compositive ed esecutive, il modo massiccio di premere sui pedali degli effetti e di cantare con voci sommerse dagli altri strumenti e sfalsate dall’eco – tipico dei prime movers Jesus and Mary Chain e My Bloody Valentine – è tornato alla ribalta grazie a formazioni come Deerhunter, A Placet To Bury Strangers, The Horrors, The Pains of Being Pute at Heart, Maps, Engineers, The Warlocks (solo per citarne alcuni).

Logico che l’interesse per questa variante dell’indie rock (ma ha ancora senso parlare di etichette indipendenti in questo periodo di crisi generale dell’industria discografica?) sia ben saldo presso gli estimatori e gli acquirenti (sempre più pochi) del rock in generale, anche in Italia.
I Telescopes, da Burton-upon-Trent (Midlands occidentali), possono essere considerati a ragione come uno dei gruppi più longevi del suono indie (aggettivo che ha perso ormai l’accezione gestional/politica per denotare un tipo di suono e un’estetica lontani dai canoni dei prodotti tipici delle major). Nati alla fine degli anni '80, esordiscono nell’88 con un primo singolo e approdano l’anno dopo al primo lp, Taste (etichetta What Goes On) che riscuote una certa notorietà di pubblico e di critica. Seguono singoli ed ep – ricordiamo 7th Disaster, Everso, To Kill a Slow Girl Walking, Precious Little, Flying – prima di approdare alla nota etichetta Creation di Alan McGee per il secondo album omonimo. Nel ‘94 lo scioglimento che congela la sigla per circa otto anni, fino a quando il nome Telescopes ricompare grazie al cantante Stephen Lawrie e alla chitarrista Jo Doran con la pubblicazione di Third Wave (2002, Double Agent Rec.).
Nel frattempo i due, persi gli altri componenti per strada, collaborano con il compositore di colonne sonore Nick Hemming proprio per la realizzazione di uno score. Da lì nascono gli Unisex e la musica cambia: via le maree di feedback e le voci sommerse da onde di effetti, spazio ai ritmi downtempo e ad atmosfere ambient, per una serie di brani poco cantati e dai bassi sinuosi ed avvolgenti a favore di un suono che attinge dalla psichedelia notturna (venata di riflessi kraut) e dal triphop malinconico dei Portished. Stratosfear (2000, Double Agent) ridefinisce gli interessi musicali di Lawrie e co. che rispolverano la vecchia sigla per il successivo album, il suddetto Third Wave. Nel frattempo Lawrie e la Doran collaborano al progetto Füxa, duo di Detroit dedito ad un lo-fi sperimentale e a un post-rock dal sapore vintage. Logico che il responsabile del gruppo, tale Randall Nieman, partecipi alla stesura del ritorno dei Telescopes.
Third Wave segue la scia di Stratosfear con l’introduzione di un marcato elemento di ambient-jazz e dilatati ritmi chillout, cui non mancano brani strumentali e cinematici, insieme a ballad indolenti poggiate su basi elettroniche. Disco molto cool e al passo coi tempi per un ritorno che segna un definitivo cambio di rotta. Ma Lowrie e co. sembrano sempre più interessati al superamento della forma canzone.
I brani presenti sul successivo #4 (2005, Antenna Rec.) sono frutto di un lavoro di improvvisazione condiviso da Stephen, Jo e da Lorin Halsall e Jerry Hope dei Dust Collectors (rispettivamente a chitarre e bassi trattati e a flicorno e trombone effettati) che dà luogo a strumentali (con rari interventi vocali) ipnotici, oscuri e minimali, con drones noise e sommessi interventi di fiati. Ma l’ambient dark abbandona l’orizzonte compositivo di Lawrie il quale, con repentino cambio di formazione, resta l’unico membro effettivo dei Telescopes e collabora con la chitarrista Bridget Hayden per delle sessions impro che vengono editate su cd-r come You Have No Idea What This Is Like For Me (2007). I brani (?) non sono altro che suoni nati su chitarra ed effettati, monotoni o raramente modulati.
Cosa abbia spinto Lawrie a pubblicare un lavoro del genere non ci è dato saperlo, ma l’operazione sembra essergli piaciuta se l’anno dopo, per i tipi della francese Textile Records, pubblica un doppio vinile di siffatti rumori(smi). Sicuramente ha contribuito l’interazione con la Hayden, musicista dedita all’impro noise anche nei suoi recenti lavori. A questo punto il buon Stephen ritorna sui suoi passi di vent’anni prima e porta in concerto il primo lp con l’esito di pubblicare un live nel 2001, Aftertaste (Static Charge). Sembrerebbe tutto finito con questo ritorno all’origine, ma così non è. Il recupero delle prime incisioni non può non risentire dei mutamenti di interessi ed attitudini intercorsi in questi anni.
La forma canzone sembra sempre più aliena dalle passioni del Nostro (se non altro in quanto titolare di un gruppo) dato che il prossimo disco (Harm, previsto per il 30 settembre per la Neon Sigh) è composto da due lunghe suite (Held e Torn) di psichedelia compressa e dissonante, almeno per quanto è stato possibile ascoltare nei live degli ultimi mesi. E di un'unica lunga pièce, senza interruzione tra i brani, è consistito il loro concerto al Teatro 99 Posti di Mercogliano (AV) tenutosi giovedì 5 settembre.
La formazione era composta da Stephen alla voce, due chitarre, basso, batteria. Il primo pezzo ancora senza titolo – presumibilmente farà parte del disco che il gruppo sta registrando e che sarà, a detta del cantante, composto di canzoni – presenta subito le linee guida del concerto: ritmi mai veloci, una voce dal tono cavernoso e sofferto, chitarre che alzano mura sonore a volume altissimo, quasi insopportabile. Stephen si inginocchia sul palco, si accascia, disegna col microfono parole sull’assito, i chitarristi e il bassista rivolgono gli strumenti verso i monitor sul palco, a cercare un costante feedback per alimentare il rumore. We See Magic and We Are Neutral, Unnecessary (loro ultimo flexi disc) non muta sensibilmente la formula, mentre Violence (da Taste) riporta alle circolarità di Loop e Spacemen 3 su cui si adagia la nenia psichedelica della voce. Quindi Held e la conclusiva Suicide (sempre dal primo lp) per circa 55 minuti di supplizio uditivo. Molti non ce la fanno e escono dalla sala, tanto il concerto è udibile lo stesso.
L’insopportabilità del volume non è una questione di poco conto perché altera sensibilmente la fruizione dell’evento, compromettendo il giudizio sulla qualità dei brani e dell’esecuzione. Il fatto è che per il noise l’esasperazione dell’intensità del suono è prassi connaturata all’esperienza artistica e la diminuzione dei toni ne compromette(rebbe) l’integrità e il senso. Sarà, ma l’impressione ricavata dal gig è che il muro del suono rinchiude i musicisti in un autismo creativo che non trova sbocchi di comunicabilità col pubblico, anche nel caso in cui non si cerchi un contatto necessariamente empatico con gli spettatori. L’esperienza ci lascia il sospetto che da Lawrie è lecito attendersi altre sorprese, altre mutazioni sonore, a sostegno di una infedeltà ai generi che spiazza sostenitori e detrattori.

 

 

 

 

 

The Telescopes
voce Stephen Lawrie
chitarra James Messenger
chitarra Francesco Vanni
basso Dave Griffin
batteria John Lynch
Mercogliano (AV), Teatro 99 Posti, 5 settembre 2013

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