"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Mercoledì, 12 Giugno 2013 00:01

Con la “A” maiuscola

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Non è frequente avere la sensazione netta e definita, durante un concerto, di essere partecipi di un evento non comune, unico, quasi magico. Di serate musicali ne ho vissute un po’, anche prima di questa mia nuova esperienza da spettatore privilegiato, e a memoria non ricordo molte occasioni in cui si generasse in maniera così naturale un’istantanea empatia tra il musicista ed il suo pubblico.

Sarà stata l’atmosfera intima ed informale dell’occasione, o il palco (?) scarno ed essenziale, ma a Francesco Di Bella è bastato cantare pochi versi perché si creasse immediata questa simbiosi tanto reale quanto impalpabile, immateriale, quasi eterea. Accompagnato dalla sola chitarra di Fofò Bruno, “Ciccio”, piegato sul microfono, reinterpreta con delicatezza acustica alcuni tra i più bei brani dei 24 Grana, passando per le cover di pezzi dei compianti Tim Buckley ed Elliott Smith (oltre che dei “punkettari” Buzzcocks), scelta che conferma quella particolarità espressiva che ormai da anni denota la musica del folletto partenopeo. Tra un brano e l’altro, battute scambiate con Bruno sul Napoli che verrà, e colpi di accendino a quella sigaretta che proprio non vuol rimanere accesa, Francesco carpisce l’attenzione, la monopolizza, non si può guardare altrove o distrarsi, la sua presenza scenica è inversamente proporzionale alla corporatura minuta. Quando canta, quando parla, quando racconta, devi ascoltarlo, ti ammalia con quel sorriso scugnizzo che sembra prenderti in giro, ma che un istante dopo pare dirti “ti conosco più di quanto tu conosca te stesso”. Probabilmente l’aspetto che più colpisce di Ballads, lo spettacolo che di Di Bella sta portando in giro da diversi mesi insieme ad Alfonso Bruno e che per l’occasione viene ospitato dalla rassegna musicale Ogni maledetta domenica sotto la direzione artistica di Subcava Sonora, è la convivialità dell’esibizione che, però, non toglie qualità alla stessa, ma anzi la esalta e la nobilita, mettendo la musica al centro della musica. Niente fronzoli, solo semplicemente vita che scorre trasformata in note, voci e corde tese: Accireme, Vesto Sempre Uguale, Stai Mai Ccà, Patrie Galere, Canto Pe Nun Suffrì, Kevlar [… e sembra di sentire anche la pioggia…].
Nell’era dei talent-show e di My Space sento spesso pronunciare a sproposito la parola “artista”, sbandierata, urlata come ai mercati rionali, spacciata come incontestabile, imposta e auto-attribuita. Gli illusi dell’audience. A chi ha il suo mondo da raccontare e sa come farlo non servono telecamere o urla scomposte di adolescenza delirante, è sufficiente una chitarra ed un microfono: l’Arte, quella vera, non ha mai, fortunatamente, la necessità e la presunzione di definirsi tale.

Nota

Ad aprire la serata ci avevano pensato i Sonatin For a Jazz Funeral (in duo), band attiva dal 2010 sulla cui performance non riteniamo opportuno esprimerci data l’esiguità dei brani proposti, i piccoli problemi tecnici che hanno reso difficile l’ascolto, e forse gli adattamenti acustici non esattamente indovinati e che non rendono giustizia alle composizioni originali. Contiamo comunque di riascoltarli, magari in formazione completa, e di renderne conto su queste pagine.

 

Ogni maledetta domenica (9/16/23/30 giugno)
Ballads
di Francesco Di Bella, Alfonso “Fofò” Bruno
voce e armonica
Francesco Di Bella
chitarre Fofò Bruno
Ercolano (NA), Burlesque, 9 giugno 2013

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