“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Sabato, 14 Maggio 2022 00:00

“Skinty Fia”: la maturità compositiva dei Fontaines D.C.

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Il terzo album è generalmente quello della prova della maturità compositiva. Il puntello da suggellare tutte i tentativi di successo. La prova decisiva di una band che nel panorama del rock internazionale ha iniziato a contare sin dal folgorante esordio avvenuto con il travolgente Dogrel, dell’anno 2019.

Il seguito fu un assaggio di quella maturità attesa fin troppo rapidamente. Del resto si trattava soltanto dell’anno successivo, quando compariva il buono ma discontinuo A Hero’s Death, con due o tre singoli ad alto voltaggio, che d’altro canto si è comunque beccato una significativa nomination ai Brit, al Novello e ai Grammy Awards.
Ora, dopo un anno di lavorazione, nel 2022 compare Skinty Fia, ovvero il recupero con le radici irlandesi (il cosiddetto irishness), senza perdere di vista la matrice di quel suono, non più irruento e trascinante come all’esordio, che ora si è fatto più sofisticato e composito. Non contano più tanto i paragoni con i Joy Division e i Clash, anzi stavolta stiamo più verso gli Smiths di Meat is Murder. I Fontaines hanno acquisito un suono a sé stante, corposo. Hanno definito una loro costituzione poetica (un po’ come i National, oggi un’istituzione nell’indie-rock sono riusciti a fare con Boxer).
Skinty Fia è la dannazione del cervo, un animale strappato al suo habitat naturale e costretto a coabitare altrove. Rappresenta il simbolo della rinascita ma anche di un territorio di appartenenza, particolarmente uggioso ma verde (è l’Irlanda). Sulla copertina lo scopriamo all’interno di una elegante abitazione irlandese, contornato da una luce rosso sangue che lo fa stare in posizione di vigile attesa. I membri della band, trasferitisi a Londra, ma di Dublino (D.C. sta per Dublino City), non possono che parlare delle loro origini, inserite in un contesto di maggior fermento, distante però da un’origine in stravolgimento. Non è la più la stessa Irlanda di quando erano molto giovani, hanno avuto modo di dire in una delle numerose interviste, Grian Chatten (voce e tamburello), Carlos O’Connell (chitarrista e direttore artistico), Conor Curley (seconda chitarra), Tom Coll (batterista) e Conor Deegan III (bassista), oltre a una serie di collaboratori di lusso, fra i quali spicca Dan Carey, che ha curato la produzione in tutta la sua complessità, vale a dire il missaggio, il ruolo dei sintetizzatori, una manipolazione del suono più elaborata del solito rispetto ai precedenti dischi della band.
Le liriche dei testi e la voce di Chatten si muovono in maniera ondulatoria su un terreno scivoloso ma forti di una loro cifra personale. Un tocco dark contraddistingue meglio le melodie che tuttavia non sconfinano mai nella cupezza, e lo fanno proprio grazie a un’armonia compositiva rinfrescata da una produzione senz’altro più coesa e alta. Questo discorso è particolarmente evidente nelle ballad How Cold Love Is e I Love You, dove la voce di Chatten ondula proprio secondo quel genere di approccio, e nei pezzi più maturi ed elaborati: Bloomsday e Roman Holiday. I brani sono dei flussi di amara e conscia poesia introspettiva, svuotati del loro DNA più irruento. Se il brano d’apertura dal titolo illeggibile è affidato a una sezione liturgica introduttiva, e il canto sale maggiormente nella vocalità poco variabile di Chatten, i passaggi più ritmati, tipo Jackie Down the Line fanno pensare a qualcosa a cavallo tra gli Oasis e i Nirvana. Sono semini sparsi che si uniscono in maniera biologica. La natura di un gruppo che sa prendersi più di una paura dal ritmo che li ha resi quello che sono, senza lasciar chetare troppo gli animi dall’interno dei tumulti interiori. Bloomsday dà la sensazione proprio di una sintesi in questo senso, un brano importante che funge da ponte fra quel che i Fontaines erano alle origini (roba di tre o quattro anni fa soltanto) e quello che stanno maturando ora. Il simbolo di una consapevolezza che li fa fermare e dire: “Ok, siamo spediti e festaioli ma anche acidi e raffinati, capaci di costruire delle atmosfere avvolgenti e psichedeliche, di raccogliere le influenze e raggiungere un suono corposo e rappreso”.
Roman Holiday vibra di un’eco rotonda, di una sfumatura degna di un arcobaleno che compare a squarciare la linearità di una grande nuvola da temporale che incombe; una giornata uggiosa che si tramuta in una soleggiata passeggiata nell’automobile a non più di cinquanta, sessanta all’ora nella Londra che conta, nel corso di una vacanza-lavoro che non lesina sorprese di sorta. E dopo una serie di brani viscerali, più biografici del solito, asciugati delle loro componenti più rock, Skinty Fia non poteva non chiudersi con un pezzo che recupera quegli elementi, riacchiappando letteralmente quelle riconoscibili radici, nel suono quasi un ponte tra brani come Hurricane Laughter e Living in America. Nabokovche nulla ha a che fare con lo scrittore russo Vladimir – fa leva su uno spesso tappeto shoegaze capace di centrare appieno le caratteristiche dell’evoluzione del punk, quel post-punk che matura in pura avanguardia che guarda tanto alle origini della musica nera, quanto al rock’n’roll e alla musica elettronica, in tutte le loro sfumature, quindi nei loro sottogeneri. Non è male per una band che dà il proprio meglio live. I loro concerti sono trascinanti e riescono a toccare corde diverse, non solo scatenando a più riprese la folla. La parentesi più leggera, tutta ad armonica e voce, di The Couple Across the Way è solo una pausa sospensiva, non un vero e proprio distaccamento, dalle radici, dalla terra natia, a favore del trambusto, della vita nelle grandi città, nel caos, nella dimensione che più si confà a un’ambiziosa band che sente di voler fare il salto nel mainstream senza privarsi delle proprie fondamenta.





Il disco del mese
Fontaines D.C.
Skinty Fia
voce, fisarmonica, chitarra acustica 12 corde, tamburello
Grian Chatten
chitarra e direzione artistica Carlos O'Connell
chitarra Conor Curley
tastiere, percussioni Tom Coll
basso Conor Deegan
produzione, mixaggio, manipolazione del suono, sintetizzatori Dan Carey
masterizzazione Christian Wright
ingegneria del suono Alexis Smith
direzione artistica, design Aidan Cochrane
design Rory Dewar
lettering Ashley Willerton
etichetta Partisan, Rough Trade
anno 2022
tracklist: 1. In ár gCroíthe go deo; 2. Big Shot; 3. How Cold Love Is; 4. Jackie Down the Line; 5. Bloomsday; 6. Roman Holiday; 7. The Couple Across the Way; 8. Skinty Fia; 9. I Love You; 10. Nabokov

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