“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Lunedì, 11 Aprile 2022 00:00

“Labyrinthitis”: il piacevole spaesamento di Destroyer

Scritto da 

Registrato da Dan Bejar (in arte Destroyer) prevalentemente nel 2020 durante il periodo di lockdown, con il fidato collaboratore John Collins, questo suggello di venticinque anni di carriera trasporta l’ascoltatore dentro quei ritmi da disco che avevamo in parte già sentito in Ken del 2017, di tanto in tanto spruzzati da quell’inconfondibile sassofono che accompagna da sempre le produzioni del pregevole cantautore canadese.

Era dai tempi di Kaputt (2011) che un suo disco non riusciva a convincere complessivamente, in primis per la sua stratificata capacità di rendere complesso un ascolto frutto di una serie di reminiscenze uditive di grande varietà compositiva. A regnare in maniera sovrastante, al di sopra di ogni altra suggestione, è quel ritmo che pulsa e spinge in diversi pezzi, alzando l’asticella della velocità.
Già l’apertura ci sottopone a un’avvolgente tessitura, abbellita dal vellutato timbro di Bejar. Power-pop, synth-pop, funk, e gli elementi più disparati confondono le tumultuose acque, caldeggiate dalla consueta posatezza interpretativa che seduce senza grandi sforzi vocali. Ma è la disco della seconda metà degli anni Settanta a inizi Ottanta, a destare il maggior sospetto di parallelismo. Sembra provenire da lì la più evidente influenza di Destroyer. In sostanza, le influenze maggiori paiono derivare da New Order, Human League, Kraftwerk. E la cosa singolare è che questi ingredienti arrivano a mescolarsi, spesso e volentieri, all’interno degli stessi brani. Prendiamo ad esempio June, fra i due o tre più emblematici di questo stratificato lavoro. Un approccio quasi metafisico, quello connaturato nel grandissimo pezzo che risulta al n.3 dell’ordine dei brani. Questo è anche il brano che, più di ogni altro, offre la disturbante sensazione di un caotico disegno volto a confondere l’ascolto, una sorta di labirintico disturbo uditivo che si fa immaginario voluminoso di linee e sfere dell’immaginazione, lambendo persino un approccio vocale ai limiti del cabaret e del rap. Nel mezzo di June gli strumenti si accavallano in maniera sincopata, e così le sintonie di chitarra elettrica e basso, i beat percussivi, le pulsazioni armoniche/disarmoniche al contempo, che rimandano a un suono molto Seventies. La fase ancor più destabilizzante della seconda parte del brano, in un mix di suadente sax, synth picchiettanti, infiltrazioni robotiche, crossover rumoristici e parlati alla Zappa e ritmi caraibici, quasi stordisce, destando stupore.
Basterebbe June a rendere superbo questo lavoro ma poi quando arriva Tintoretto, It’s for You i Destroyer riescono a superarsi ancora, andando più a fondo riguardo alla questione della dissonanza umoristica/uditiva, proprio come una labirintite in progressione e con una chiusura fra le trombe. Arriva dopo All My Pretty Dresses, forse il brano più soft del disco, quello più orecchiabile e lineare, proprio per dare una sospensione dall’incredulità che travolge nell’ascolto dei due brani più rappresentativi: June e Tintoretto. La title-track mette le volute sonore in una curiosa pausa, disseminandola di voci bambine e percussioni campionate con gradevole leggerezza, con sotto uno sfumato tappeto synth. Il piedino va poi su di giri con le più ballabili Eat the Wine, Drink the Bread e le veloci It Takes a Thief e The States (invero, il brano più riconoscibile).
C’è da dire poi che nonostante il ritmo quasi costante, gli arrangiamenti dei vari pezzi risultano essere alquanto originali e spiazzanti, c’è sempre qualche strumento, mai rumoroso, che subentra lasciando il segno con suoni di grande vividezza e incisività. It Takes a Thief in particolare ha delle percussioni davvero brillanti che nella seconda parte impreziosiscono il gusto per l’ascolto. La sensazione che prosegue nel corso dell’ascolto del resto del disco, che si chiude su note lo-fi, è quella di un gradevolissimo salto in uno dei quei dance/jazz-club dove ci si può immergere nel salto in un’altra epoca che piacevolmente ti sedimenta una sensazione di spaesamento. Si ha l’impressione di ritrovarsi tra amici, a casa, ma sotto il tetto e il costume di un’altra epoca. Mistero e “non andare da nessuna parte” trainano letteralmente questo complesso e persuasivo lavoro compositivo, secondo quelli che sono gli appunti di lavoro di Dan Bejar, in arte Destroyer. 





Il disco del mese − 1
Destroyer
Labyrinthitis
voce, synth, chitarra
Dan Bejar
piano, synth
Ted Bois
chitarre
Nicolas Bragg, David Carswell
tromba
J.P. Carter
basso, synth, chitarra, drum programming
John Collins
tastiere, percussioni
Joshua Wells
produttore
John Collins
etichetta Merge Records
anno 2022
tracklist: 1. It’s in Your Heart Now; 2. Suffer; 3. June; 4. All My Pretty Dresses; 5. Tintoretto, It’s for You; 6. Labyrinthitis; 7. Eat the Wine, Drink the Bread; 8. It Takes a Thief; 9. The States; 10. The Last Song

Lascia un commento

Sostieni


Facebook