“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Giovedì, 17 Marzo 2022 00:00

King Hannah: l'abbraccio rock di emozioni contrastanti

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Loro sono Hannah Merrick, gallese, e Craig Whittle, inglese. Membri principali, anime pulsanti di quella band che prende il nome di King Hannah. Per questo esordio crede in loro l’etichetta City Clang (fra gli altri, Tindersticks e Calexico) e l’incontro fra i due soggetti in questione, non è un caso che avvenga all’interno di un bar dove lei lavorava.

Le sonorità sembrano richiamare certi saloon ai confini col West, ai margini di quelle polverose contee di confine, dove tutto è possibile e dove gli stranieri senza nome possono scoprirsi tanto tuoi amici quanto tuoi acerrimi nemici, se non dei banali rivali. C’è una sottile tensione nella musica dei King Hannah e deriva da lì, da un immaginario che non può non richiamare quello del cinema e nella fattispecie certi film noir e western. Esordirono nel 2020, a dire il vero, con un EP dal titolo Tell Me Your Mind and I’ll Tell You Mine, che aveva già fatto intravvedere il potenziale, una stratificata e lenta sadcore, conturbante malia sonoro-umorale. La sensazione che la band si diverta, appresso alle fumose atmosfere noir-blues e folk-noir, lo si può notare dalle loro primissime apparizioni live, fatte di buffe rivisitazioni old-style, che non disdegnano però la distorsione elettrica di certi brevi ma elettrizzanti passaggi.
I’m Not Sorry, I Was Just Being Me inizia quasi in sordina, a pazzo cadenzato sulle note di A Well Made-Woman, ma fa vedere subito le peculiarità del suono in All Being Fine, trascinata anche da un videoclip vintage-rock dalla ricercatezza seventies. Ma non scherzano neanche con Big Big Baby che penetra meglio negli orditi di un trip-hop che fa il paio con un’anima essenzialmente analogica. La voce di Hannah non tenta d’inseguire gli strumenti (molto standard, chitarra, basso, batteria), si muove a basso profilo piuttosto, su una dimensione adagia, sommariamente psichedelica. Echi dei Portishead si sommano a vocalità che a tratti riprendono quelle dei Beach House, più protesi, anche per l’uso massiccio di sintetizzatori, al dream-pop. Ma non si esauriscono qui i debiti che la band britannica paga alla storia del rock e specialmente del rock alternativo indipendente che ha le sue radici negli anni ’80-‘90. Nel cuore del disco, si eleva un pezzo come The Moods that I Get in (il più lungo dell'EP) che nella chitarra richiama nientemeno che David Gilmour o Neil Young, in una trama in esemplare equilibrio tra emozione e pulizia strumentale. Secondo fonti attendibili, vale a dire gli stessi musicisti, l’ispirazione principale proviene da quel suono lo-fi DIY anni ’90 (non solo Portishead, ma anche Morcheeba, P.J. Harvey, Yo La Tengo, Eels e c’è da scommetterci Morphine, mai menzionati nelle recensioni nostrane), e la sensazione è quella che siano riusciti ad evolvere un suono più maturo e coeso rispetto ai risultati dei primi brani con i quali hanno comunque messo in guardia l’ambiente dell’arrivo dell’ennesima gradita e lodevole sorpresa musicale di questo interessantissimo nuovo millennio. Sanno prendersi nel mezzo anche un paio di brevissime paure, rappresentate da So Much Water So Close, Drone e Death of the House Phone e Berenson (il richiamo più forte a certi passaggi presenti in tutti i più bei dischi degli Yo La Tengo) collanti sonori per i pezzi principali. Nell’ultima parte (o un tempo, lato B), il suono si fa più slowcore, probabilmente per preparare all’atto finale, quel It’s Me and You, Kid, esemplare, mirabile chiusura di un disco praticamente perfetto, senza una nota fuori posto, forse un po’ ripetitivo in certi frangenti, e poco energico, ma prezioso e incisivo, come dimostrano per l’appunto le note di chiusura, dove per la prima volta la voce di Hannah un poco sale di tono, e lo stesso vale per tutti gli strumenti, capaci ora di avvolgere l’ascoltatore con una sensazione emotivamente dreamy.
Riuscire a prendersi per mano guardandosi negli occhi, e raccontarsi cosa si è stati per comprendere meglio cosa si è oggi e quel che si è fatto per arrivare fino a qui. Far parte della scena, anche a distanza dal palcoscenico del mondo, dalle sue luci abbaglianti, dai suoi cliché, quanto più vicini alle rispettive camere da letto. Forse questo amabile disco si può riassumere nelle sue peculiarità con una considerazione presente nell’ultimo libro di John Cage, sostenitore del rapporto intimo e solidale presente fra silenzio e rock: “Un costante rapporto che di volta in volta viene graffiato, accarezzato, aggredito, coccolato, nascosto, violentato, colorato o abbracciato”. Questa è la musica dei King Hannah, questo è il grado di contrastanti emozioni che sono capaci di percuotere abbracciandole.





Il disco del mese
King Hannah
I’m Not Sorry, I Was Just Being Me

label City Slang
anno 2022
tracklist: 1. A Well-Made Woman; 2. So Much Water So Close to Drone; 3. All Being Fine; 4. Big Big Baby; 5. Ants Crawling on an Apple Stork; 6 The Moods That I Get in; 7. Foolius Caesar; 8. Death of the House Phone; 9. Go-Kart Kid (HELL NO!); 10. I'm Not Sorry, I Was Just Being Me;  11. Berenson; 12. It's Me and You, Kid

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