“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Giovedì, 24 Febbraio 2022 00:00

Orlando Weeks: il suo disco più ispirato di sempre

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L’ex leader, voce e chitarra della rock-band inglese Maccabees, Orlando Weeks, originario di Brighton, realizza il suo sophomore con la stessa cura, identico calore, che si può immettere nell’affetto da donare al proprio figlio.

Divenuto padre ai tempi – un anno e mezzo fa circa – dell’uscita del suo esordio A Quickening, il passo successivo, frutto di un lungo isolamento a causa della pandemia, ha sortito gli effetti sperati.
Un progetto minimalista si è aperto a sonorità raffinate e dreamy, con arrangiamenti molto curati e stratificati nelle loro delicatissime e insinuanti peculiarità compositive nelle quali la drum-machine la fa da padrone (sintesi perfetta sono le bellissime No End to Love e Way to Go). I brani si alternano con una leggerezza incantevole, seducono grazie alla esatta misura di una chitarra mite, una batteria spazzolata, un pianoforte e dei fiati appena accennati, oltre a sintetizzatori che riscaldano le corde più intime. Dal punto di vista della voce, l’assonanza con la ricercata vocalità di Mark David Hollis – genio leader dei Talk Talk, pionieri dello slowcore e tra gli alfieri del synt-pop anni ’80 – si elettrizza morbida dentro volute decisamente più eteree, di tanto in tanto frizzanti.
Contrariamente a quello che potrebbe uscire fuori da una produzione realizzata tramite delle sessioni chiusi in casa (come fu ad esempio per Mount Eerie, che registrò il suo afflitto capolavoro chiuso all’interno di un albergo), Orlando Weeks compone la sua opera più ispirata di sempre. Rintraccia le giuste vibrazioni sia a livello di scrittura dei testi che sotto il profilo musicale. Tra l’elettronica dosata su misura di atmosfere trasognate, tocchi funk sopraffini, ritmiche costantemente attutite ma intimamente pulsanti, rimandi espliciti ad Hollis nel radiofonico Bigger, il disco si muove soffiato e riarso dentro le fila di un battito cardiaco percepito a distanze quasi siderali e tuttavia terrene, distanze che attraverso il loro flessuoso calore si fanno sentire in tutta la loro voluminosa sensibilità.
L’inizio è dato da un beat che farà la fortuna di tanti deejay e che segnala un fattore rilevante: sarà un disco permeato anche da emanazioni afro. C’è dentro tutta la capacità di sapersi rinnovare senza smarrire le caratteristiche portanti del proprio lavoro, evidenti nell’esordio. Quel minimalismo strutturato, prende qua una piega più libera, aerea, sognante che ben si addice alla voce di Orlando, quasi sempre delineata da un falsetto corposamente di pancia e di testa. C’è una sottile inquietudine nel pezzo Yup Yup Yup Yup che rimanda ai Devo, quasi uno schizzo astratto new-wave. Di tanto in tanto, spunta qualche vocina femminile a corredare il delicato e soffuso impiantito, comunque già evidenti dalla tipologia di leggerezza impartita che è pari a un tentativo caloroso di rassicurare il futuro di un bambino. Quello di coloro che vogliono anche arrangiamenti che non rumoreggiano in maniera fin troppo invadente dentro ai nostri stressati timpani. Il preludio alla riscoperta di una fatua precisione armonica che si fa schizzo, disegno emotivo.





Il disco del mese

Orlando Weeks
Hop Up
label
PIAS Play It Again Sam
tracklist: 1.Deep Down Way Out; 2. Look Who’s Talking Now; 3. Bigger; 4. Yup Yup Yup Yup; 5. High Kicking; 6. No End to Love; 7. Hey You Hop Up; 8. Make You Happy; 9. Big Skies, Silly Faces; 10. Silver; 11. Way to Go

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