“La gran parte degli editori non crede per niente alla letteratura, non crede negli scrittori, non crede in niente fuorché nel commercio e negli affari”

Da una lettera di Lucio Mastronardi a Guido Davico Bonino

Sabato, 08 Febbraio 2020 00:00

Serata cover: il trionfo della Musica

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Da qualche anno a questa parte, soprattutto quando le canzoni in gara non ti conquistano, attendi con ansia l’arrivo della serata cover, quella in cui la buona musica è garantita dal recupero dei pezzi del passato e non vedi l’ora di immergerti nella nostalgia di altre epoche, altri temi, altre sonorità. Perché il passato ci piace sempre di più. Sarà un cliché, sarà una regola fisiologica, sarà che ci mettiamo tempo ad accettare le novità, o forse è per via di quel rifugio emotivo di cui abbiamo bisogno in una società contemporanea sempre più alla deriva in qualità di costume e valori.

Una canzone del passato non è solo qualcosa da cantare ma è lo specchio di una società completamente diversa, di un’Italia che ad alcuni piaceva di più. E quale luogo migliore dell’Ariston di Sanremo per farci rivivere anche il Sanremo che ci piaceva di più?
Che ben venga allora la serata cover, che ci tiene incollati al televisore fino alla fine, per ben cinque ore, grazie anche agli interrogativi “chi interpreterà cosa?” e “con chi duetterà?”, che aumentano la nostra curiosità e la nostra attesa.
Giovedì 6 febbraio è andato veramente tutto molto meglio. Ascolti clamorosamente superiori, lo share continua ad aumentare, siamo al 54,5% sul totale della serata, una serata che ha raggiunto persino il 57,17% quando è arrivato Benigni. L’attore è salito di nuovo sul palco di Sanremo, dopo esserne stato ospite nove anni fa e dopo averlo addirittura condotto nel 1980 quando si era alla trentesima edizione del Festival, in pratica quando Benigni aveva solo ventisette anni (ma chi se lo ricordava). E siccome la Divina Commedia ormai l’aveva finita, ci ha illuminato col Cantico dei cantici, regalandoci un momento di cultura certamente più alternativo di chi vuole fare l’alternativo, visto che al giorno d’oggi di cultura in televisione non se ne parla più. Ma anche stavolta sono scattate le critiche sul cachet dell’attore, “si è preso centomila euro!”, “si è preso duecentomila euro!”. Intanto chiariamo una cosa, non è che se li è presi, glieli hanno dati. Di mestiere non fa l’estorsore. Il nostro canone Rai hanno deciso di spenderlo così e, considerando le stratosferiche somme che vengono erogate continuamente anche per cose o persone totalmente prive di qualità, non c’è da meravigliarsi più di tanto. Se poi ci mettiamo che vengono pagate profumatamente anche le belle co-conduttrici di Amadeus, nonostante qualcuna non sappia parlare neanche l’italiano, potremmo quasi giudicare la cosa anche normale. Chiediamoci piuttosto perché non abbiano pagato le due giornaliste del TG1 che siccome giocano in casa saranno state contattate per fare gli straordinari gratuitamente. Ma i soldi del Festival non ci riguardano, lo spettatore deve solo godersi uno spettacolo che sia godibile e la terza puntata lo è stata.
Qualcuno sostiene che l’assenza di Fiorello abbia giovato poiché la sua dirompenza occupa troppo spazio ed oscura gli altri, oltre che allungare i tempi della scaletta. Tiziano Ferro, lamentando che le sue esibizioni arrivassero sempre dopo la mezzanotte, aveva fatto una battuta sulla cosa, in modo un po’ ingenuo, diventata poi tormentone sui social (#FiorelloStatteZitto), suggerendo ad Amadeus di fare qualcosa per le serate successive. Si è vociferato che Fiorello avesse pensato per un attimo di mollare tutto, ferito nell’amor proprio da questa infelice sortita, e che dietro le quinte ci sia stato qualche malumore. Allo showman era stata data una totale libertà, gli era stato chiesto di portare sul palco qualunque idea gli venisse in mente e quella dirompenza che alcuni segnalano in modo negativo era proprio ciò che la Rai si aspettava da lui. Ma Tiziano Ferro si è scusato, Fiorello sarà ovviamente presente nelle ultime serate del Festival (figuriamoci se le abbandonava) e tutto continuerà ad andare come avevano programmato. Certo è che Amadeus senza di lui va meglio, è riuscito a riprendersi i suoi spazi e a tenere testa a cinque ore di puntata. Ha svelato una tappa di Mika, che imbarazzato ha sorriso con un “questo non dovevi dirlo...” ma a parte questo tutto bene.
La serata cover ha riscosso a pieno titolo una totale approvazione da parte della critica, da parte del pubblico dell’Ariston, di quello da casa, di quello del web e anche la mia. Anche perché si è finalmente materializzato il muro di confine, che per alcuni è trasparente purtroppo, tra quelli che sanno cantare e quelli che farebbero ancora in tempo a cambiare mestiere. Se la smettessero di osannarli. Tosca vince la gara della serata con un arrangiamento coraggioso e riuscitissimo di un pezzo di Lucio Dalla, Piazza Grande, cantato in coppia con Silvia Perez Cruz, un autentico talento della musica spagnola. Il brano è stato rivisitato secondo il genere del fado, una musica popolare tipicamente portoghese, completamente in linea con il fascino della borgata e delle musiche tradizionali di tutto il mondo, che da sempre caratterizzano l’artista in gara. Un grande timbro OK per Tosca, uno di quelli che mettevano nei giudizi di moda su Rete4, giusto per restare in tema passatistico, quando non esisteva ancora il Like. Il secondo posto lo conquista Piero Pelù con la sua scenica ed energica Cuore matto di Little Tony, che ci fa ritrovare l’anima rock e convincente del cantante fiorentino. Non eravamo proprio riusciti a vederla col brano che ha presentato in gara, dimostrazione che sono proprio le canzoni a mancare. Solo Michele Zarrillo, finanche nella serata cover, è riuscito a procacciarsi una canzone più periferica, perfettamente rispondente al ruolo che lui stesso ricopre nella musica italiana. Però è stato bravissimo e questo glielo riconosciamo. Morgan si è distinto come sempre con le sue trovate strambe che lo vedono stavolta alla direzione dell’Orchestra di Sanremo, cosa che non era mai stata concessa in settant’anni di Festival a nessun cantante in gara, ma sicuramente nessuno di loro lo aveva neanche mai chiesto. Solo a Morgan poteva venire in mente una cosa del genere, tra l’altro nell’ardua impresa di essere al tempo stesso anche il cantante della canzone che dirige, mettendo in evidente difficoltà anche Bugo, che sembra un torsolo di pera poggiato nel piatto che ti rimane lì tristemente sul tavolo quando non hai ancora voglia di sparecchiare. Ma a Marco Castoldi possiamo quasi perdonare tutto, se non altro per il merito di essere da sempre devoto ai grandi della musica e al cantautorato italiano e per aver scelto lo splendido brano di Sergio Endrigo, Canzone per te. Altro capolavoro, La musica è finita di Umberto Bindi, è stato magicamente interpretato da Irene Grandi e Bobo Rondelli, in un connubio di voci perfetto, mentre Elodie non è riuscita ad emergere con Adesso tu di Ramazzotti, scelta sbagliata, ma aveva una bella camicia. Anche se sembrava una cameriera de La principessa Sissi.
Paolo Jannacci, figlio di Enzo Jannacci, a cui assomiglia incredibilmente, ha scelto di interpretare un brano del padre, a giusta ragione, riuscendo a riportare proprio il padre sulla scena, come se il buon Enzo si fosse reincarmato nel figlio per essere ancora qui con noi. Ad accompagnarlo in un simpaticissimo sketch è stato Francesco Mandelli, il non giovane di Mtv, risultando un’ottima spalla per una prova attoriale rischiosa, che i due hanno superato alla grande. E che energia Rita Pavone, a settantaquattro anni, ancora la forza e la rabbia nella voce. E non era neanche la più anziana perché l’ottantacinquenne Ornella Vanoni ancora se le fa le trasfertucce per esibirsi in prima serata al fianco di Alberto Urso. È andata fuori tempo un paio di volte ma date le ultime apparizioni è già tanto che non sia andata anche fuori di testa. Anche Bobby Solo, riesumato inaspettatamente per divenire l’ospite a sorpresa dell’Ariston a cantare Una lacrima sul viso, è sembrato ancora un giovanotto dalla voce piena e calda ma il cui nome viene ormai usato solo per le campagne contro l’abbandono del cane “Non lasciare Bobby Solo”.
Arisa ha duettato con l’artista in gara Masini sulle note di Vacanze romane, sorprendendoci ogni volta su come riesca a emettere una voce così bella e soave nel canto ma così stridula e caricaturale nel parlato, mentre Achille Lauro svolge l’operazione inversa, risultando più piacevole e credibile quando rilascia interviste che non quando prende un microfono in mano. Tra l’altro la canzone assegnatagli, Gli uomini non cambiano di Mia Martini, è praticamente stata cantata quasi per intero dall’ospite che lo accompagnava, Annalisa, mentre lui si è limitato a sospirare giusto qualche strofa qua e là, sospirando male per giunta, perché non sa neanche sospirare. Era più impegnato a sfoggiare il suo trucco di scena nei panni di Ziggy Stardust, uno dei tanti alter ego di David Bowie, come se fosse degno della citazione. E Mia Martini si starebbe rivoltando nella tomba per Tiziano Ferro? David Bowie starà prendendo a morsi la bara! Ma non prendiamolo sul serio più di quanto meriti e usiamolo solo come apice del più grande quadro esemplificativo del trash in cui siamo caduti in questo ventunesimo secolo. C’è chi gli attribuisce il merito di essere riuscito a rappresentare al meglio l’intrattenimento, la società di oggi, come una sorta di dissacratore in un mondo saturo in cui più niente può essere fatto se non giocare con la scena e prendersi gioco di tutto. E lui stesso si riconosce quest’ambizione. Ma è solo una paraculata commerciale per riuscire a far cantare anche chi non sa cantare, non ci sono alla base delle intenzioni e dei contenuti così profondi. Kandinskij arrivò all’astrattismo, Picasso ci ha regalato facce a forma di cubo, questi sì che sono stati punti di approdo di un superamento del tutto. Ma i due sapevano disegnare, hanno scelto di essere così. Achille Lauro non sa cantare, non ha scelte diverse da quelle che sta compiendo. E a parte Rolls Royce, che presentò l’anno scorso al Festival di Baglioni e che è un brano carino e per certi versi interessante, il contenuto dei suoi testi non crea indulgenza sulla sua incapacità vocale, perché sono testi che non hanno motivo di esistere. Quasi quanto Elettra Lamborghini, per la quale hanno dovuto ripescare Non succederà più di Claudia Mori e Celentano, che non è mai stata una canzone in gara al Festival, pur di farle accennare qualche parola un po’ più semplice. Ma solo perché Il ballo del qua qua fu lanciata a Fantastico 2 altrimenti quella sarebbe stata perfetta. Anche Gabbani si è dato al travestimento arrivando sul palco in tuta spaziale, in onore dell’astronauta Luca Parmitano, rientrato sulla terra dopo aver trascorso nello spazio ben duecentodieci giorni. Gabbani ha cantato L’italiano di Cotugno, con tanto di bandiera dell’Italia che sventolava con fierezza, permettendoci di cestinare le brutte figure che ci fa fare la Lamborghini e di fare posto a qualche merito della nostra nazione.





Festival di Sanremo 2020
70° edizione del Festival della canzone italiana
Terza serata
Sanremo (IM), Teatro Ariston, 6 febbraio 2020
dal 4 alll’8 febbraio 2020

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