"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Giovedì, 25 Luglio 2019 00:00

L’epoca del “gez”. Jazz e fascismo

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Le difficoltà incontrate dalla musica jazz in Italia sono note: osteggiata sin da subito dal fascismo, ha poi dovuto fare i conti nel dopoguerra sia con il “conservatorismo cattolico sessuofobico” che con un certo antiamericanismo di sinistra, oltre che con l’ottusità pedagogico-musicale dei Conservatori restii a prendere anche solo in considerazione le culture musicali extraeuropee.

Nonostante l’atteggiamento via via più ostile del fascismo nei confronti della musica jazz, come questa sia comunque riuscita a diffondersi in un Paese con propensioni autarchiche e giunto a introdurre infami leggi razziali e xenofobe, è al centro del volume di Luca Cerchiari Jazz e fascismo. Dalla nascita della radio a Gorni Kramer (Mimesis, 2019) nuovamente in libreria, dopo essere uscito nel 2003 per la scomparsa società editrice palermitana L’Epos.
In Italia le sonorità della musica afro-americana, diffuse dai 78 giri statunitensi, dopo essere state accolte con interesse in ambito futurista – che vi individuava “un corrispettivo di quelle componenti aleatorie e improvvisative, (para) umoristiche e dialogiche, libertarie e utopistiche, che già esso aveva teorizzato nei manifesti e negli scritti degli anni Dieci” –, iniziano ad essere viste in maniera sempre meno benevola anche se, in qualche modo, questa musica riuscirà “comunque a divenire moda e modello, a offrirsi nel tempo in una originale versione italiana, di contro a ogni tentativo censorio del regime e delle accademie”.
Ben più che le pubbliche esecuzioni, in Italia sono i nuovi media, la radio ed i dischi, a permettere la penetrazione e la ricezione della musica afro-americana e, puntualizza l’autore, tutto ciò nonostante le lacune della rete commerciale discografica e la scarsa diffusione degli apparecchi radiofonici dovuta ai prezzi proibitivi: il costo inizialmente ammonta a circa la metà di uno stipendio medio annuo e sarà soltanto a partire dagli anni Trenta che il regime si adopererà per una loro maggiore diffusione.
Il jazz fa il suo esordio italiano in diretta radiofonica il 1° febbraio 1926 e per qualche anno ci saranno soltanto band nazionali – sulla cui osservanza jazzistica non tutti gli studiosi concordano – a cimentarsi davanti ai microfoni, mentre occorre attendere il 1931 per assistere alla messa in onda di musicisti di provenienza internazionale. Si tenga presente che nelle trasmissioni del periodo la musica è quasi sempre suonata dal vivo; raramente si ricorre ai dischi.
Dopo aver affascinato il ristretto mondo futurista, scrive Cerchiari, “il jazz si consegna ai commenti della stampa e alla prima critica e musicologia di settore, ma anche ai montanti strali del regime, improntati a una pur intermittente e asistematica denigrazione del genere”. L’ostilità del fascismo nei confronti della musica afro-americana deriva soprattutto dal fatto che viene vista come espressione delle nazioni con cui il regime entra in attrito. Nonostante il crescente nazionalismo, il controllo fascista sulla radiofonia fatica però a selezionare i cataloghi stranieri da quelli italiani e a trovare un valido repertorio da opporre a quello americano.
A partire dal 1936, con la nascita dell’impero italiano, la politica fascista muta e con la propaganda che tende a occupare ogni spazio, la musica dei Paesi ostili non può più essere tollerata. Con la trasformazione, nel 1937, del Ministero per la Stampa e la Propaganda in Ministero della Cultura Popolare (Minculpop) il controllo dei canali che possono far circolare cultura internazionale inizia ad essere metodico. “Il jazz viene sottoposto a severi controlli e a crescenti censure, soprattutto all’interno del palinsesto radiofonico. Visto l’embargo decretato all’importazione discografica, la produzione nazionale deve essere l’unica scelta imposta al popolo degli ascoltatori italiani. Il meccanismo è coerente alla nuova legislazione razziale (1937-1939) volta alla discriminazione non solo degli ebrei ma anche degli africani, barbari, primitivi e bisognosi della ‘missione civilizzatrice’ fascista. Lo ‘stop’ alla cultura non allineata con il nazifascismo ha per oggetto anche il jazz, che paga non per la sua natura musicale, ma per le sue origini, come le ritengono i regimi, ‘giudaiche’ e ‘negroidi’, tali da sancirne l’inammissibilità”.
In linea con le disposizione autarchiche, ricorda lo studioso, anche la critica musicale tenta d’italianizzare la parola jazz, trasformandola in “gez”, e così si continuerà a dire per qualche tempo anche nel dopoguerra. In linea con le nuove esigenze del regime, il jazz non viene più sminuito dal punto di vista critico ma lo si attacca per eliminare il “cromosoma jazzistico” dalla musica contemporanea italiana, ricorrendo a motivazioni legate alla superiorità razziale: “In quanto ‘negroide’ o ‘giudeo’, o ancor peggio espressione di un meticciamento etnico-culturale, il jazz va abolito, ma con esso anche ogni espressione musicale non riferibile alla purezza della razza italiana e della sua cultura”. Il jazz deve scomparire dall'Italia, così come “quell’odiata American way of life su cui in realtà si è parzialmente modellata la gioventù italiana degli anni Trenta”.
Se agli occhi del fascismo il jazz rappresenta gli odiati Stati Uniti, questa musica in patria si trova nel frattempo ad essere osteggiata da una discriminazione razziale che la “interpreta come elemento di inferiorità o addirittura come una malversazione etnica perpetrata dall’ebraismo a danno della popolazione bianca nordamericana, che a sua volta ha radici europee”.
Nei primi anni Quaranta il Minculpop giunge a proibire non solo la vendita di dischi contenenti “canzoni e ballabili di autori americani e inglesi” e, più in generale, l’importazione delle matrici dei 78 giri da Paesi non alleati al regime fascista, ma “elimina definitivamente anche dal settore discografico (al pari del cinema, della radio, del teatro, del libro e della stampa) ogni traccia di cultura ‘giudaica’, stabilendo l’esclusione degli ebrei dalle attività di spettacolo”.
Nonostante tutto, il jazz riesce a sopravvivere a una censura incapace di discernere tra i repertori e tra gli autori. “Uno dei fenomeni più manifesti di questo periodo, per non dire di tutta l’epoca dei controversi rapporti fra jazz e fascismo, è quello della traduzione in italiano di nomi e cognomi di musicisti e di titoli di composizioni statunitensi, dettata dall’imperante cultura autarchica. Il meccanismo funziona a più livelli: da un lato sono i musicisti italiani a depositare o annunciare titoli in italiano di brani americani, di cui non dichiarano l’origine”. Si assiste così a una comica italianizzazione dei nomi dei musicisti e dei brani incisi su disco. “Ecco dunque comparire in Italia, sui dischi o sulla musica a stampa, i nomi di Luigi Braccioforte, Beniamino Buonuomo e Del Duca, ‘corrispondenti’ a Louis Armstrong, Benny Goodman e Duke Ellington”. Frequentemente il medesimo brano americano viene “tradotto” da più musicisti, con interpretazioni anche diverse. Ed è in tale grottesco contesto che si sviluppa “un antifascismo da locale pubblico” che vede la diffusione di canzoni a “doppio senso” o ironico-grottesche dal sapore antifascista.
Nel corso del 1943, con l’arrivo dell’esercito americano e la deposizione di Mussolini, in una parte del Paese si assiste a una vera e propria invasione “ufficiale” di jazz e di swing, attuata attraverso i cosiddetti V-Disc: dischi a 78 giri di grandi dimensioni realizzati appositamente dallo Stato Maggiore della Difesa americana come simbolo dell’imminente vittoria statunitense. “Tutti gli interpreti di maggiore prestigio, da Duke Ellington a Count Basie, da Frank Sinatra ad Arturo Toscanini, sono impegnati a prestare gratuitamente la propria opera a favore della causa internazionale”.
Curioso è il caso, riportato sul libro, di Radio Tevere, emittente fedele alla RSI, che a partire dall’estate del 1944, mascherandosi da radio libera col fine di distorcere le informazioni a danno delle truppe alleate, evitando appositamente i toni altisonanti della propaganda affronta argomenti sino ad allora censurati e discriminati dal regime e decide di mettere in onda anche musica jazz.
“La guerra, in Italia, termina nell’aprile del 1945. Ma le conseguenze dell’ambiguo e controverso rapporto instaurato per due decenni dal fascismo e più in generale dal clima culturale italiano nei confronti della cultura internazionale, e in particolare della musica afro-americana e americana, si protraggono a lungo. Caso quasi unico nell’Europa occidentale (anche il nazismo prende di mira il jazz, ma la censura svanisce rapidamente nel dopoguerra, in una Germania dalla tradizione musicale e filosofica assai più solida di quella nostrana), solo all’inizio del secolo successivo il jazz inizia a essere recepito in ogni sede istituzionale come fatto culturale di primaria rilevanza, dalle Università ai Conservatori, dagli Enti locali alle case editrici, suscitando tuttavia quasi sempre, nell’opinione pubblica e nei giudizi individuali, quel senso di scetticismo e di incomprensione, di pregiudizio e di valutazione aprioristica (sia essa in chiave politica, letteraria, musicale o di costume) che deve alla lunga dittatura del regime, unitamente alla matrice cattolica e a quella provinciale della cultura italiana (tutt’ora assai diffuse, talora coincidenti), le sue motivazioni esplicite o inconsce”.
In chiusura del volume, l’autore dedica un’appendice al caso di Romano Mussolini jazzista. Se è noto l’interesse di Benito Mussolini per la musica, resta invece da chiarire il suo rapporto con il jazz e visto che il figlio Romano abbraccerà da professionista tale musica, viene da pensare che, a differenza di quanto si proponeva pubblicamente il regime, tra le mura domestiche del dittatore non venisse affatto osteggiata.





Luca Cerchiari
Jazz e fascismo. Dalla nascita della radio a Gorni Kramer

Mimesis edizioni, Milano-Udine, 2019
pp. 189

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