“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Giovedì, 21 Febbraio 2019 00:00

“Hybrid Essence” dei Dahlìa: le voci del Mediterraneo

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Gli album d’esordio sono sempre, o quasi, molto sinceri e carichi di una meraviglia simile a quella del bambino quando riceve il suo primo regalo di Natale. È per questo che quando si decide di recensire un’opera prima è sempre molto piacevole perché la sensazione è come quella del prendersi cura di un bambino appena nato: bisogna prestare molta attenzione, toccarlo con cura, provare e riprovare a prenderlo in braccio per entrare in empatia.

Si riesce a percepire l’emozione, e quando ti va bene anche l’intenzione, dei musicisti, ed è molto emozionante ma al tempo stesso è una responsabilità maggiore se è vero che “Non c’è mai una seconda occasione per dare una buona prima impressione”.
L’album d’esordio del trio Dahlìa, in uscita a marzo 2019 per l’etichetta Finisterre, è composto da otto canzoni inedite e originali che rappresentano delle tappe di un viaggio all’interno dei suoni e dei riverberi del Mar Mediterraneo.
Nonostante il titolo, Hybrid Essence, l’album appare tutt’altro che ibrido: c’è un sottile file rouge, rappresentato dalle musiche e dagli strumenti utilizzati – in particolar modo gli strumenti musicali poco conosciuti, come la nyckelharpa, il nak tarhu, la ghironda – che dona all’intera opera l’aspetto di un libro composto da tanti capitoli perfettamente incastonati gli uni negli altri.
Il sound è sicuramente quello di un genere indie pop elettronico, con commistioni di musiche naturali e digitali, e che restituisce all’ascoltatore delle atmosfere piuttosto dark e malinconiche: le musiche e la voce della cantate, Arianna Colantoni – anche autrice dei testi – sembrano trasformare il Mar Mediterraneo in una coperta di velluto blu che ti accarezza e ti guida verso le spiagge dell’amore della prima traccia Amor, nei mercati profumati e affollati di Marrakech, passando per gli “eroi” erranti della nostra società in Diva.
La band, originaria di Maranola, Formia, inserisce evidentemente all’interno dell’album le sue radici territoriali e lo fa strizzando l’occhio a tutte le sponde del Mar Tirreno e Mediterraneo; questo lo si evince nella già citata Marrakech, uno dei brani più riusciti, soprattutto musicalmente: l’odore delle spezie del mercato, la sabbia del deserto tra i capelli, il suono della folla, il brano restituisce l’immagine della casbah in tutto e per tutto. Un brano dal sound avvolgente e raffinato che ben si presta anche a delle notti trascorse a ballare fino alle luci dell’alba.
Si arriva alla terza traccia dal titolo Sunset, la seconda in inglese – l’album è composto da testi sia in italiano che in inglese − che mi ha catapultato un po’ negli anni ’90 con quel sound dance un po’ alla Robert Miles – per la cosiddetta generazione Z, cercare su youtube Children, un cult – e che ti riporta negli occhi proprio i colori del tramonto d’estate.
Breve, ma molto interessante, la quarta traccia, Diva. La canzone parte con il proemio dell’Iliade di Omero ed è sicuramente uno dei testi più forti o che quanto meno, si presta a molteplici interpretazioni: “Cantami o Diva del Pelide Achille, che io non ho più niente da raccontare, non ci sono Dèi, né stelle in cielo, c’è solo il mare, un mare nero da naufragar”. Metaforicamente o fisicamente, tutti siamo naufragati almeno una volta nella vita: negli affetti, nel lavoro, nella vita quotidiana, la forza sta nell’avere ancora qualcosa da raccontare, nonostante le tempeste e il mare forza 9. C’è poi chi, da troppo tempo, naufraga fisicamente in un mare nero e allora la canzone diventa quasi una richiesta d’ascolto in musica.
La seconda parte dell’album si apre con la canzone Hypnotica, altro brano riuscito, in cui le qualità vocali della Colantoni emergono a pieno: un sound ipnotico, nel vero senso della parola, a tratti seducente e che ricorda i barrios di Barcellona.
Le canzoni che seguono, For Granted e To a Friend, possono essere due facce della stessa medaglia: due canzoni intime e spiccatamente romantiche che, rispetto alle restanti tracce dell’album, formano una coppia a parte, soprattutto per i testi. La prima dedicata all’amore, la seconda all’amicizia.
L’album si conclude con un brano che racchiude tutta la vena malinconica che aleggia sull’intera opera e che si chiama appunto, Malicònia: insieme a Marrakech, Diva e Hypnotica, è una delle canzoni più belle e  coinvolgenti, sia per testo che musica. Un ritmo trascinante, un’esortazione, a fine disco, a liberarsi di questa “immensity of malincònia”: azzeccatissima la scelta di inserirla come ultima traccia.
La band complessivamente sembra essere più a proprio agio nei testi in inglese e riesce a trasmettere la sua cifra stilistica, ad affermare la propria personalità musicale più nei brani ritmati che in quelli lenti. I testi peccano ancora di qualche ingenuità mentre la musica, insieme alla voce calda di Arianna Colantoni, sono certamente gli elementi più creativi ed originali.
Un’altra lancia spezzata a favore di questo trio laziale è la scelta del numero di brani e della durata complessiva dell’album: consapevole del fatto che non si può di certo ingabbiare il flusso artistico – quando arriva, arriva, dice l’artista – la scelta di puntare su una sorta di concept che percorre l’intero l’album, ben condensato in otto tracce, rende l’ascolto molto fluido e permette che il messaggio arrivi forte e chiaro a chiunque l’ascolti.
Un esordio davvero niente male.

 

 

 

 

 

Hybrid Essence
Dhalìa
voce 
Arianna Colantoni
Sound Design & Hybrid Drum
Mario Ferro
Sound Design & ghironda, nyckelharpa, nak tarhu, handpan, chitarra elettrica, pianoforte Giordano Treglia
collaborazioni 
Marco Iamele (gaida), Diego Micheli (chitarra battente), Andrea Micheli (chitarra classica), Lorenzo Reggio (chitarra) e lo speciale Sound Design di Alessio Mecozzi e Cristian Marras (dei Mokadelic), Umberto Milanesio/HolyU, Francesco Santalucia
etichetta Finisterre Production
anno 2019
tracklist: 1. Amor; 2. Marrakech; 3. Sunset; 4. Diva; 5. Hypnotica; 6. For Granted; 7. To a Friend; 8. Malincònia

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