“Tutti noi riusciamo a vivere solo perché, a un certo punto, ci rifugiamo in una menzogna, una qualsiasi. Lui invece non si è mai rifugiato in un asilo che potesse proteggerlo: è assolutamente incapace di mentire, come è incapace di ubriacarsi. Franz è senza il minimo rifugio, senza un ricovero, perciò è esposto a tutte le cose dalle quali noi siamo al riparo. È un individuo nudo tra individui vestiti”.

Milena su Franz Kafka

Sabato, 07 Ottobre 2017 00:00

Nick Cave: autunno parigino

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Da bambino, come tanti della mia generazione, fui considerato, senza oggettività alcuna e senza l'ausilio di una trasmissione della Mediaset, un piccolo genio. Naturalmente tale considerazione era venuta in testa a mia madre che senza pensarci su due volte mi iscrisse a quella che una volta si chiamava primina. Fui quindi privato, per un anno, dei giochi con le costruzioni, delle sculture in plastilina, delle canzoni sui versi degli animali, dovendo, mio malgrado, imparare a scrivere e a leggere. Ed è sicuramente per questo motivo che oggi scrivo su questo giornale.

Rispetto a ciò che ho detto, ricordo benissimo il giorno di quel primo esame, l'esame della primina che mi avrebbe permesso l'accesso all'agognata seconda classe elementare. Ci muovemmo in fila indiana per la strade del mio paese fino a giungere all'edificio della scuola pubblica. Una volta giunti in una sala capiente, ci fecero sedere tutti dietro piccoli banchi a dimensione bambino, di fronte, dietro una grossa cattedra c'erano le maestre esaminatrici (erano tre). Avevo molta paura, e penso che i miei compagni provassero la stessa emozione. Il compito per passare l'esame fu il seguente: “Scrivete una frase su una stagione dell'anno e fate un disegno”.
Pensai a cosa fare e a cosa scrivere ma soprattutto pensai che non sapevo disegnare. Oggi penso che nessuno avesse mai apprezzato i miei scarabocchi in matita e che quindi covavo in me una profonda sfiducia rispetto all'essere un artista. Tornando a quel giorno, ricordo con estrema lucidità che pensai all'autunno e che tutto sommato, un albero spoglio era facile da disegnare. Costruii quindi, una frase sintetica: “In autunno cadono le foglie” e consegnai il mio compito. Ricevetti tanti complimenti per il fatto che avevo utilizzato senza errori una parola con la “gl” e una parola con le doppie; del disegno non dissero nulla.
Nonostante il vento un po' freddo, la mattina del quattro ottobre mi sono svegliato a Parigi con un bel sole, “è un lusso avere del sole a Parigi in autunno”, mi ha detto un amico mentre fumavamo affacciati ad un piccolo terrazzo dopo aver preso un thè. “Ieri hanno messo una bomba proprio qui all'angolo, ma per fortuna non è esplosa”, mi dice ancora il mio amico preparatore di thè, prima di informarsi sul programma della mia serata. Visto che sembra interessato gli parlo allora di Nick Cave e dei suoi semi cattivi, lui guarda per aria come a cercare nella sua memoria ma non trova traccia alcuna del cantore australiano. Forse oltre al sole, anche Cave è un lusso, anche per una città come Parigi.
Dopo una fila abbastanza lunga e le perquisizioni di rito, entro nello Zenith, locale enorme, palco immenso, acustica magnifica, tanti piccoli stand per comprare della birra. Mi siedo al mio posto, le luci chiare e forti, quelle dell'attesa e del “per favore prendete posto” sono accese e vive, mostrano un palco spoglio come gli alberi di fine autunno, fatta eccezione per un nugolo di strumenti dalle cromature lucide e splendenti. Una volta preso il mio posto e marcato lo stesso con una giacca vado a cercare qualcosa da bere, forse anche per smorzare un poco la tensione che si respira all'interno del luogo, una tensione che è trepidazione, attesa per qualcuno che di lì a poco racconterà le sue storie buie che si attaccano allo stomaco come voraci parassiti. La trepidazione che accomuna il potere immaginativo di migliaia di sconosciuti.
Quando le luci si abbassano è già boato, una breve introduzione di sintetizzatori fa cornice alla sfilata dei musicisti sul palco, ordinata, composta, vestita di un nero elegante. Cave chiude la sfilata, prende posto su una passerella posta un poco più in basso rispetto all'altezza del palco e che sfiora i nasi delle prime file del pubblico. Anthrocene dà inizio al tutto e il poeta australiano inizia a sfiorare le mani del pubblico delicatamente mentre canta; proprio come le foglie d'autunno. I suoi non sono gesti pregni di forza o strette di mano vigorose, sono inviti alla partecipazione. Sembra invitare il pubblico ad accogliere il proprio sentire più intimo e profondo. La seguente Jesus Alone (primo estratto dell'ultimo album in studio Skeleton Tree) accentua ancora di più il dolore, il pubblico segue in silenzio, partecipa sussurando le parole del refrain in un rispetto surreale. Questo è forse dovuto anche al fatto che tutti sono a conoscenza della morte del figlio quindicenne di Cave avvenuta nel 2015, un lutto che ha inciso particolarmente sugli umori della ultima fatica discografica. Magneto ed High Boson Blues passano un poco in sordina, anche se vengono eseguite in una maniera impeccabile, ma serpeggia il sospetto di trovarsi al cospetto di un live show pacato ed unicamente sofferente. Una paura che io stesso avevo dopo aver scambiato qualche chiacchiera a destra e a manca con alcuni rappresentanti del pubblico. C'è giusto il tempo per un paio di merci che il cromosoma Post-Punk viene messo in eccellenza con l'apocalisse From Here to Eternity, suonata con estrema violenza e con precisione chirurgica. Cave inizia inizia una danza epilettica, inarca la schiena, urla, leva le braccia come in balia di un destino più forte, ha ripreso la parte del Guignol, una marionetta fasciata di nero. E se fuori l'autunno è ancora mite, dentro si fanno strada la nuvola nera di Tupelo, anche questa suonata con uno straordinario piglio violento, tanto che al primo stacco strumentale la ragazza che è seduta giusto davanti, salta dal suo posto.
Naturalmente, alla tempesta segue la quiete, anche se è una quiete solo apparente. Una calma che è nel linguaggio strumentale di The Ship Song, Into My Arms, Girl in Amber e I Need You. In particolare la seconda, dove per la prima ed unica volta il cantante si rifugia dietro il proprio pianoforte e abbandona per qualche minuto il contatto, unicamente, tattile con il pubblico; sì, perché in quel caso specifico cerca qualcosa di più profondo.
Arrivano altri due classici dal passato ovvero, la tesa Red Right Hand e il mantra dissonante The Mercy Seat. Lo show è molto tirato, non ci sono pause e le sfumature finali sono ancora ombrose come l'inizio; si chiamano Distant Sky e Skeleton Tree. I musicisti lasciano il palco accompagnati da applausi e grida. Pochi minuti e si riprende. Questa volta Nick Cave scende dal palco e cammina tra il pubblico per una emozionante The Weeping Song, porta il suo pianto e quello delle parole della canzone a tutti, è il momento emotivamente più forte, si appoggia a due uomini della security che gli fanno da scorta, si arrampica su questi utilizzando le mani dei due come gradini, è sospeso, intorno il pubblico braccia al soffitto, la scena è forte, mi morde lo stomaco, sono passati molti anni dalla paura di quel mio primo esame eppure in quel preciso istante ho provato la stessa cosa. Il mio ricordo involontario, la foglia che avevo immaginato per il mio compito scritto è lì ed ha preso forma.
Resto in piedi, non voglio sedermi e stare al mio posto, non posso; Cave invita le prima file a salire sul palco mentre dietro di lui la band dà forma alle prime note strozzate di Stagger Lee, storia nera di piombo e morte, e quando il fondo musicale raggiunge la sua apoteosi sonora e rabbiosa il cantante si lascia cadere sul pubblico, le luci si fanno cupe, un vecchio film in bianco e nero che mette in evidenza le ombre e i lineamenti ossuti del nostro.
Siamo alla fine e la soffusa Push the Sky Away funge da saluto ai presenti e lascia calare il sipario su uno show incredibile per intensità e forza. Uno show dove Cave e i suoi Bad Seeds hanno mostrato tutte le facce della propria produzione sonora, arricchendo i brani classici e declinandoli in chiave diversa.
In ultimo c'è da dire che la voce del genio australiano dal vivo è un qualcosa di incredibile, profonda e forte, violenta come un'orazione religiosa e accogliente come l'affetto di un prossimo.
Non a caso, ad oggi, resta uno dei pochi interpreti originali del panorama musicale mondiale, dentro le sue storie musicali convivono: l'eredità poetica di Cohen, le disillusioni di Cash e l'intelligenza ribelle della New Wave.
Perché il mondo si muove per ascoltare storie, e chi le racconta rappresenta ancora la forza più interessante e più distruttrice che si conosca, in questo senso Nick Cave è nutrimento per chi ha orecchio e animo pronto ad accogliere.

 



 

Nick Cave and The Bad Seeds
Anthrocene
Jesus Alone
Magneto
Higgs Boson Blues
From Here to Eternity
Tupelo
Jubilee Street
The Ship Song
Into My Arms
Girl in Amber
I Need You
Red Right Hand
The Mercy Seat
Distant Sky
Skeleton Tree
The Weeping Song
Stagger Lee
Push the Sky Away
Parigi, Zenith, 4 ottobre 2017

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