“Napoli dimenticata entro un oceano di curve diafane, di verdi e molli fianchi, sullo sfondo pennicoli audaci, come sipari sempre tremanti, dietro cui va e viene una moltitudine di anime sottratta al tempo che spense la Grecia, gli Dei, Roma: anime che sanno ancora di tutto questo, e in più di corti spagnole”

Anna Maria Ortese

Martedì, 23 Maggio 2017 00:00

Dream Theater: un vortice di luce

Scritto da 

Assistere al concerto dei Dream Theater è trovare la perfezione stilistica in musica e riconciliarsi con la grazia.
Nella inusuale (per un’esibizione di progressive metal) cornice del Teatro Verdi di Firenze assisto ipnotizzata a tre ore tre piene piene di Musica e Canto, scritti entrambi con le iniziali maiuscole.
È tutto perfetto: la forma, la cornice, la sostanza, l’organizzazione, l’amplificazione, la scaletta.

Il casus belli (inteso, a mia insindacabile interpretazione, come miccia per la guerra, ma anche come bellezza...!) è il venticinquennale del loro album-capolavoro Images and Words. Il concerto, in questo tour come nel precedente dell’appena trascorso inverno, è suddiviso in tre atti: il primo ripercorre gli album degli ultimi vent’anni di carriera; il secondo prevede l’esecuzione integrale proprio di Images and Words; il terzo, la riproposizione di A Change of Seasons, mega-composizione di oltre ventitré minuti.
Labrie ha i capelli tinti ed è in leggero sovrappeso, mascherato con metal-maestria da una t-shirt nera piuttosto larga con su stampata una splendida ed enorme testa di morto (e scatta il primo afflato di meta(l)-tenerezza...!), ma la sua voce, nonostante i cinquantaquattro anni – compiuti giusto il giorno del concerto, con tanto di torta con candeline da spegnere portata sul palco, e il pubblico a cantare a squarciagola la solita canzoncina benaugurale (altro moto di meta(l)-tenerezza!) – resta potente, vibrante, dalla grande espansione. Si segnalano due o tre episodi di semitoni abbassati (in Another Day, Surrounded e Under a Glass Moon), ma più di quel che ha dato non si poteva francamente chiedergli.
E passiamo a Jordan Rudess, notevole tastierista che ha sostituito il pur talentuoso e storico Mike Portnoy che al primo pezzo ha imbracciato una tastiera portatile e che stava per cascare a causa del pavimento del palco in leggere pendenza. In seguito non ha più osato spostarsi dalla sua postazione: girava la pedana della tastiera, e lui con essa, ma non si è più mosso (terzo momento di metal-tenerezza)!
Ci sono poi due aneddoti divertenti riportati da Labrie e dal mitico chitarrista John Petrucci: il cantante ha raccontato che in occasione del suo primo concerto in Italia era andato a fare una passeggiata; al suo rientro nel locale dove il gruppo doveva esibirsi, un uomo della security non lo riconobbe e lo maltrattò impuntandosi nel non volerlo fare entrare... ed egli non fu creduto quando disse che era il cantante della band... ci vollero tempo e pazienza per risolvere la questione...
Petrucci ha raccontato invece che quando stavano registrando Surrounded (che ha un assolo di chitarra bello e – ma...? – melodico), qualcuno in sala prove lo accusò di volere imitare Brian May, mentre in realtà lo stesso Petrucci ha dichiarato in passato che per l’assolo del pezzo in questione si è ispirato a The Edge, chitarrista che ammira molto. Gli ultimi due aneddoti ci dicono quanto all’inizio della loro carriera i Dream Theater fossero poco conosciuti e forse poco apprezzati dall’establishment della musica (e del marketing). Mentre in realtà noi (io, cioè) affermiamo che essi sono, senza ombra di dubbio, i più bravi musicisti contemporanei in attività della musica pop-rock-metal. Questo è talmente vero da divenire in  pratica un assioma. Citiamo quindi colui che è stato per ben nove anni il batterista più veloce del mondo, Mike Mangini (nel 2003 aveva battuto per ben 1.203 volte la membrana del tamburo in un minuto... incredibile!) e il bassista John Myung – low profile, ma pazzesco anche lui: basti pensare che il suo idolo è Pastorius, tant’è che ha eseguito in questo tour un suo pezzo) ed avremo il quadro completo di questo gruppo incredibile. Mangini, invece, ha suonato una batteria quasi doppia nel numero degli elementi. Cose inusuali, che da sole valgono il prezzo del biglietto.
La partecipazione del pubblico, intensa, commovente, la generosità del gruppo sul palcoscenico, l’impeccabilità e la solidità, la notevole simpatia, la tecnica sopraffina, i pezzi splendidi, sono le uniche parole davvero importanti da aggiungere ad uno dei concerti memorabili del decennio in corso.
E allora... “Let the light surround you”... e lunga vita ai Dream Theater!

 

 

 

 

Deam Theater
Images, Words and Beyond
voce James Labrie
chitarra, cori John Petrucci
basso John Myung
tastiere Jordan Rudess
batteria Mike Mangini
Firenze, Teatro Verdi, 5 maggio 2017

Lascia un commento

Sostieni


Facebook