“Lumino oscillante, un uomo camminava di notte sulla riva del mare tenendo una pila puntata su un libro. Chi cazzo è? Italo Calvino, mi dissero”.

Edoardo Albinati

Venerdì, 17 Marzo 2017 00:00

Rock etnografico

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Enzo Gragnaniello entra in scena con semplicità, solleva il cappello in segno di saluto e comincia a suonare. Comincia la magia. Comincia l’incanto delle note. Parte la recitazione di un mantra, Neapolis Mantra, fatto dei suoni di questa città, della sua storia, della sua profondità, del suo mare, delle sue radici tentacolari, legate da sottili fili e robuste corde al mare delle sponde opposte.

L’obiettivo, perfettamente centrato dal musicista napoletano, è quello di comunicare emozionando ed emozionare comunicando, entrando in contatto con la parte più profonda dell’ascoltatore. Le modulazioni di Heraklion, accompagnate dalla chitarra, aprono il concerto e sanno di mare, di acqua, di onde, come la luce azzurra che inonda suggestivamente la scena. L’evento proposto non colpisce solo l’orecchio, il senso più ancestrale, animalesco, profondo, ma combina la suggestione del suono con ciò che viene ricomposto nei nostri occhi, attraverso un sapiente uso delle luci. I proiettori inondano il palco di luce azzurra, viola, gialla, rossa, che si sposa alle note come se nascessero da uno stesso afflato, dallo stesso respiro.
Qualche problema di soundcheck all’inizio provoca reazioni nel pubblico, che non sembra disposto ad entrare nel viaggio sonoro proposto dall’artista, ma il lancio delle note di Misteriosamente appaga gli animi (e regolato finalmente il volume dei bassi, dando il giusto rilievo a  tutti gli strumenti) e fa partire, magicamente, l’incanto di quello che si potrebbe, forse, definire un rock etnografico, fatto di sonorità elettriche che si incontrano con le vibrazioni della voce, con parole poetiche che affondano le radici nella tradizione più nobile della canzone/poesia napoletana, le hanno fatto crescere nella città ferita degli anni ’70 e ’80 e le hanno fatte viaggiare, di sponda in sponda, lungo le coste del Mediterraneo, alla ricerca di somiglianze e differenze con popoli fratelli.
Un uomo, la sua chitarra, la sua voce e accanto, sotto, in un abbraccio dinamico e dialogante, le voci degli strumenti e dei musicisti che ha scelto come accompagnatori in un viaggio sonoro, una recitazione corale: mandolino, basso, batteria, violini, violoncello, tastiere di Gennaro Franco. E la voce di Dulce Pontes, che fa vibrare le note del fado sul palcoscenico napoletano, in un canto ameboico con le modulazioni di Gragnaniello. Le note del violoncello si insinuano in questo dialogo come in punta di piedi, rispettose, come una carezza emozionata. La voce della donna raggiunge note altissime che sembrano provenire non dalla gola, ma dalle viscere, dalle profondità della sua carne e, al tempo stesso, dalle profondità del mare, come onde energetiche e proprio di energia parla l’artista napoletano: “Sentimento ed energia sono la stessa cosa”. Il mandolino e gli archi evocano un’atmosfera poetica che sa di primavera, di speranza, di vita, mentre il basso, discreto ma al tempo stesso persistente, segna l’ossatura sonora della frase musicale.
Gragnaniello propone una selezione dei suoi brani più poetici e profondi, talvolta autobiografici, arrangiati spesso in maniera inedita, recitati sulle modulazioni di una voce che fonde la ruvidezza della vita con l’aerea volatilità del virtuosismo, una reinterpretazione delle vibrazioni classiche della canzone napoletana rivisitata alla luce dei suoni della sponda meridionale del Mediterraneo. Sotto 'o mare è arricchita di un sottofondo ritmico di mandolino che sembra rispondere, come in un controcanto, alla voce. Discreto e, proprio per questo commovente, il doppio omaggio a Mia Martini e a Roberto Murolo, di cui propone Cu ‘mme e Donna.
Fa caldo sotto le luci, ogni tanto Gragnaniello ha bisogno di detergere il sudore, eppure continua a suonare, senza soluzione di continuità, per quasi tre ore che volano aeree come le note. La suggestione poetica e musicale incontra il virtuosismo puro, ma non fine a se stesso, bensì vibrante di vita e passione di Dulce Pontes, il racconto, semplice e diretto del passato, in pezzi antichi come Notte, sere e matina, ispirato dalla morte di Pasquale, un amico di gioventù trovato impiccato una mattina, o l’inedito e autobiografico Lo chiamavano Viento ‘e Terra.
Schivo, quasi dimesso, l’artista napoletano incanta gli animi con la sola forza delle note, con la potenza di un progetto che non ha nulla di episodico, ma rivela tutta la profondità delle sue radici e il vigore della sua linfa. Peccato abbia sentito il bisogno del plauso della gente nella dedica a Salvini della sua bellissima L’erba cattiva e nell’omaggio al sindaco presente in sala. In un attimo si è incrinato l’incanto del mantra, del viaggio sonoro che aveva incantato fino ad allora i sensi e i piedi, indotti a muoversi come dal pifferaio magico o dalle scarpette rosse della favola di Andersen.
Nessuno è perfetto.

 




Neapolis Mantra
di
Enzo Gragnaniello
ospite Dulce Pontes
con Enzo Gragnaniello (chitarra e voce), Piero Gallo (mandolina), Marco Caligiuri (batteria), Erasmo Petringa (violoncello), Aniello Misto (basso), Laura Quarantiello (violino), Francesca Scognamiglio (violino), Michele Visconte (viola), Gennaro Franco (tastiere e piano)
ingegnere del suono Albino D'Amato
impianto audio e luci Meo
durata 2h 40’
Napoli, Teatro Augusteo, 14 marzo 2017

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