"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Giovedì, 10 Novembre 2016 00:00

25 anni dopo

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A sipario chiuso si sente un coro di voci che scandiscono lo slogan: “Vogliamo l’Italia! Vogliamo l’Italia! Vogliamo l’Italia!”, poi la tela si apre su un gruppo di cinque improbabili gladiatori, con tanto di corazza anatomica, tunica, mantello e schinieri dorati: “Buonasera e massimo rispetto!”.

Novello Spartaco Tony Tammaro, capello biondo e pizzetto scuro, emigrato da sei anni al Nord, a Caserta, Santa Maria Capua Vetere, raduna un pugno di musicisti nell’alto casertano, da Castel Morrone a Cancello Arnone, per conquistare l’Italia, attraverso le tappe di un tour che dopo Napoli toccherà Milano, Bologna, Roma, Salerno.
Due ore di musica tamarra, due ore di risate, ricordi, simpatica malinconia. Milano. Conquistarla, conquistarne il cuore, non sarà facile, per questo forse è meglio cogliere, prima, un obiettivo più a portata di mano: “Cominciamo a prenderci Napoli!”. Tony e i suoi gladiatori spaziano in lungo e in largo nel repertorio classico, alla ricerca del pezzo magico che possa “spaccare” e aprire una breccia nella fredda nebbia dei cuori razionali. Da ’A cinquecento (un pezzo tipicamente milanese, commenta lui alla chitarra elettrica, ma uno dei musicisti ribatte: “Cu chesta nun’ arrivamm’ manc’ ‘a Casoria”), passando per Si pigl’ ‘o post’ (“Tony, secondo me con questa canzone non arriviamo neppure ad Arzano” commenta un altro musicista), Simm’ gente puzzulana e infine, per superare la barriera di Pozzuoli, Il mozzarellista, che qualcuno ha definito la più bella canzone d’amore, “Bello questo pezzo! Lo porto a Milano!”. Poi l’illuminazione: per “spaccare” a Milano ci vuole la dance e allora vai con Ballerino, sullo schermo si proietta una lampada da discoteca con il nome di Tony Tammaro, che sul proscenio, litigando con il mantello si dimena cantando “All right, all right, all right, arap’ 'na bella Sprite!”. Ma è solo una pausa, si ritorna ai classici: “L’unico sistema per attaccare Milano, dobbiamo continuare con i classici!”, e allora vai con Patrizia in versione reggae, mentre lei, Patrizia (Rossella Bruno), entra in scena di peplo vestita, agitando la mano in segno di saluto come la regina d’Inghilterra.
Il secondo movimento del concerto, se possiamo prendere a prestito un termine tecnico altisonante, ha come protagonista l’emigrante, Tony, emigrato appunto a Caserta, che quando torna a Napoli gode dei sapori e dei profumi noti, con l’intimistica Un peperone dentro l’anima, seguita da noti successi a tema alimentare, da L’animale a Fornacella, con accompagnamento di una vera “fornacella” da camera, suonata con l’apposito archetto/ventaglio dal maestro Mario Festa. Non può mancare il momento romantico: “Dedichiamo una canzone romantica, d’amore, a tutte le donne presenti” e partono le note di Teorema. Il pubblico canta partecipe e lui ringrazia: “Siete una vrancata di profughi!”. Sul tema amoroso (e affini) si prosegue con Il volo di un cazettino, accompagnato dalla proeizione del video, ma il culmine del sentimento − permettetemi − si raggiunge con Supersantos e i più preparati, nel loggione, erano muniti del mitico arancione pallone, mentre alla fine della canzone sullo schermo compare la nota foto di John Lennon con la didascalia “Imagine a world without palloni schiattati”.
Nel secondo atto via il costume da gladiatore: giacca e cravatta di lustrini, come si addice ad uno showman. Continua la carrellata attraverso alcuni, solo alcuni, dei classici che hanno fatto la storia della musica tamarra, l’hanno trasformata in un genere, poi banalmente imitato in tanti format televisivi. Il pubblico viene garbatamente preso in giro e coinvolto sul palco: A livello l’interpretazione di Michè da parte di un corpulento giovanotto che, manco a farlo a posta, dice di chiamarsi Michele, emozionata e disinvolta la Federica che fa da voce femminile nell’indiscusso successo del compianto João Paolo Samiento, 'U strunzu. È Tony a comunicarci la ferale notizia: 'u cantantu du sentimientu è deceduto l’anno scorso, a Rio de Janeiro, affogato con il casatiello.
Il culmine del coinvolgimento, ad ogni modo, si raggiunge con Aerobic Tamar Dance, con sei (fortunati e coraggiosi) volontari che si producono impeccabilmente nella coreografia... e come dimenticare l’emozione di aver sentito questa estate, in uno stacco pubblicitario delle Olimpiadi di Rio, le note della canzone (omaggio al Nostro o, dobbiamo chiederci, alla memoria di João Paolo Samiento?!). Che dire, infine, di un altro capolavoro assoluto, ’O trerrote, con Tony che entra in scena con una sorta di grembiule munito di parabrezza, con la serigrafia dell’Apecar (la redattrice confessa di aver seguito e fotografato questa estate un Apecar che transitava, carico di meloni, sul tratto Napoli-Pompei dell’autostrada).
Il pubblico del Diana si scalda piano piano, intimorito forse dal velluto delle poltrone, ma alla simpatia e alla risata di Tony Tammaro non si resiste e gli applausi si fanno sempre più convinti e ritmici, partono i cori, i più preparati sono venuti muniti di calzini, o meglio, “cazettini” da agitare al posto degli accendini o degli schermi illuminati dei telefonini, come si fa nei concerti dei cantanti importanti, ma lui, il Nostro, non si prende troppo sul serio, non vuole fare il maestro, e continua per la sua strada, divertendosi e facendo divertire. Eppure, suppergiù venticinque anni fa, era il 1989, quando lanciò il Rock dei tamarri, colonna sonora della prima Pasquetta tamarra, Tony Tammaro segnò una svolta. Un affresco sociologico di una larga e variegata fetta di popolazione, ritratta con grazia e ironia, giocando sugli stereotipi, mostrando le crepe di una modernità che si innestava su una tradizione atavica distorcendola e torcendola in forme nuove, che non riuscivano ad essere nuove, ma solo irrimediabilmente comiche. Tutto questo, però, da dentro, senza alzare l’indice, con il sussiego del maestro, appunto, del verista, dell’entomologo che si china ad osservare la realtà di un mondo inferiore, ma piuttosto col sorriso delicato di chi sa che tutti noi, a livelli diversi, siamo vittime dello stesso processo di transizione ad una supposta più positiva disinibita modernità (come dimenticare le sue pubblicità progresso, con Michele, l’estimatore di whiskey, che non si rende conto di aver bevuto l’urina della nonna...).
Saremmo usciti col cuore leggero dal teatro, peccato dover constatare, ancora una volta, quanto la cosiddetta modernità abbia informato il pubblico e i suoi comportamenti sociali: appena chiusa la rossa tela tutti pronti ad alzarsi, ad andare via, come si fa ormai, odiosamente, nei cinema multisala. Vogliamo solo sperare che siano scappati fuori per braccare Tony Tammaro e strappargli un autografo o un brandello di pelle...

 





Tony Tammaro alla conquista dell’Italia
con
Luciano Aversana (chiatarra), Rossella Bruno (cori), Nino Casapulla (tastiere), Annalisa Marozza (soprano), Tony Martuccelli (batteria), Paolo Pollastro (basso)
costumi Annalisa Ciaramella
produzione L’Azzurra Management
lingua: italiano, napoletano
durata 2 h
Napoli, Teatro Diana, 7 novembre 2016
in scena 7 novembre 2016 (data unica)

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