“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Sabato, 05 Novembre 2016 00:00

The Cure: Just Like Heaven

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Conoscere un gruppo a memoria – non solo le canzoni, ma proprio i musicisti, le loro movenze e le caratteristiche, le biografie e l’estetica – ed aver visto il gruppo esibirsi cinque volte, potrebbe comportare, all’ennesima performance, stanchezza, noia, paragone con i fasti del passato, tendenza a guardare di continuo l’orologio e a fare countdown. Invece ai concerti de The Cure ciò non avviene, e questo nonostante l’ancora lunghissima permanenza della band sul palco (2 ore e 50 minuti, anche meno di altre volte, in cui avevano sforato le tre ore), e i quarant’anni di attività giusto quest’anno.

C’è un’atmosfera eternamente adolescenziale, ai concerti de The Cure, si respira quella (sana, in questo caso), creativa inquietudine, quella sensazione di incompiuto e, al contempo, di ancora integro e possibile. Si respira, in altre parole, il Sogno.
Robert Smith, una delle icone pop-rock (più di, e oltre il, post-punk, a mio avviso, e lo dico da amante sfegatata del genere) del secondo Novecento, incanta nella sua posa sobria e poco mobile, intenerisce ed attrae nelle sue, pur poche, sinuose movenze. È appesantito dalla mole sempre più ampia, più che dall’età (57 anni) e dal trucco, il nostro, ma questo non sminuisce l’armonia a tratti estatica dello spettacolo. Robert Smith è sempre uguale a se stesso, e sempre uguale a prima, nei gesti, negli sguardi, nel look (dai capelli rigorosamente cotonati, al rossetto rigorosamente rosso, all’eye liner e al mascara, come all’abbigliamento, rigorosamente neri). Tutto questo è naturale, addirittura inevitabile. L’inevitabilità è una componente che può attenere all’individualità o alla storia, e che appartiene a poche, rilevanti persone o a poche, grandi situazioni. In alcuni casi, essa si unisce all’unicità. Ecco il mito-Cure (la storia musicale, in questo caso), ecco il personaggio-Smith (l’icona, unica e sempre individuabile). Mi salta agli occhi la netta differenza tra Robert Smith − leader indiscusso e anima pulsante e prolifica de The Cure, eternamente ragazzo, sempre scuro, riservato, minimalista e riconoscibile − e David Bowie, genio invece camaleontico e in continuo movimento e trasformazione. Due modi diversissimi di essere artisti, due modi complementari di marcare a fuoco il secondo Novecento musicale, culturale ed estetico. Non a caso i due erano amici; non a caso Smith ha definito “Low” di Bowie “il più grande album mai fatto”…
Il concerto de The Cure ha visto una riproposizione approfondita di diversi dischi (con brani tratti, in particolare, da Disintegration e The Head On the Door, suonati quasi per intero, ma anche da Wish, Seventeen Seconds, Kiss me Kiss me Kiss me, The Top, Japanese Whispers e Boys Don’t Cry), un Robert Smith stranamente allegro e dialogante con il pubblico. Il suono della band – che dal 2012 si avvale delle doti del chitarrista che per circa vent’anni ha suonato proprio con David Bowie, Reeves Gabrels − è compatto, corposo, poroso, penetra delicatamente le membra. Il basso di Simon Gallup, potente e vibrantissimo, la chitarra di Smith da rapimento, da viaggio sensoriale, la seconda chitarra perfetta, la batteria di Jason Cooper una garanzia, la precisa ed essenziale tastiera di Roger O’ Donnell (androgino e sempre immobile, eccezion fatta per qualche movimento della testa a ricacciare indietro i lunghi capelli lisci) concludono la costruzione della ragnatela, della perfezione, cioè. Il pubblico de The Cure è un po’ meno dark di qualche anno fa, ma sempre adorante, come il gruppo che più di ogni altro ha fatto la storia della musica degli ultimi quarant’anni in maniera così continua e variegata (con tratteggi punk, dark, new wave, pop, rock, funk, soul, hard rock, swing) semplicemente, merita.
Uniche due pecche: qualche pezzo cantato da Robert un po' tono sotto (l’età si comincia a sentire, sarebbe il caso forse di non cantarle proprio Disintegration (lunga oltre 9 minuti e già difficile di suo da cantare), Fascination Street e From the edge of the deep green sea se non si riesce ad assicurare la giusta, originaria tonalità così ammaliante, e la mancata proposizione di canzoni da Faith, ma soprattutto da Pornography che è, a mio modesto avviso, l’album più suggestivo, gotico e mesmerico de The Cure.
Le perle della serata: Push, da The Head On the Door, If Only Tonight We Could Sleep, da Kiss me Kiss me Kiss me, The Caterpillar, da The Top (suonata rarissimamente ai concerti), Lullaby, da Disintegration, A Forest da Seventeen Seconds e Burn, colonna sonora del film Il corvo.
I Cure, dopo quaranta decadi di performance e di successi, restano una garanzia di qualità, di grande generosità ed originalità, regalano poetico magnetismo e infondono intensa, durevole emozione. Sono fisiologicamente in fase calante, ma restano eroi semplici – ora sì, decadenti anche in senso proprio − fuori tempo e fuori genere (visti quanti ne attraversano), perché Smith sa bene che la bellezza più grande, quella che raggiunge il Sogno, tocca ed unisce tutti gli elementi.

“You
Soft and only
You
Lost and lonely
You
Strange as angels
Dancing in the deepest oceans
Twisting in the water
You're just like a dream”

 




The Cure in concerto – Tour 2016
voce, chitarra
Robert Smith
basso
Simon Gallup
batteria
Jason Cooper
tastiera
Roger O'Donnell
chitarra
Reeves Gabrels
Casalecchio di Reno (BO), Unipol Arena, 29 ottobre 2016

 

 

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