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Domenica, 31 Luglio 2016 00:00

Oh, what a world!

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Rufus Wainwright sceglie il palco dell’Arena Flegrea di Napoli per il suo debutto sulla scena partenopea, occasione per la presentazione del progetto che lo vede impegnato nella rilettura di alcuni classici di Judy Garland. Poche sono state fin qui le opportunità per ascoltare dal vivo in Italia le performance di questo talentuoso artista americano che Elton John ha definito come “il più grande compositore del pianeta”.

Una decina d’anni fa all’incirca ebbi modo di conoscere, in maniera del tutto fortunosa e casuale, questo straordinario musicista che passa con estrema naturalezza dal pop alla musica classica, con incursioni non rare nel musical, riuscendo così a fondere le numerose influenze di cui si è impregnata, negli anni, la sua formazione accademica. Il risultato è qualcosa che mai avevo ascoltato prima, e che ho imparato ad apprezzare pienamente solo col tempo, quasi compiacendomi del fatto che in Italia fosse quasi del tutto sconosciuto. Nel 2014, la partecipazione come ospite al Festival di Sanremo, fu preceduta da una lunga quanto stucchevole serie di polemiche, in merito alla canzone che avrebbe voluto suonare (la splendida Gay Messiah) ritenuta “poco adatta” al pubblico festivaliero, a causa dei temi trattati. Durante la presentazione del brano Rufus ricorda l’aneddoto, ancora meravigliato per la censura nei confronti di una canzone che, come chiarisce, non aveva e non ha nulla di blasfemo. Con amara ironia Wainwright riesce a strappare qualche sorriso che un po’ ci solleva da quell’imbarazzo che intimamente sentiamo noi italiani rispetto al resto del mondo quando si affrontano certi argomenti. A seguire California, Out of the Game, Jericho, pezzi che hanno complessi arrangiamenti strumentali e vocali, ma che dal vivo, e con il solo accompagnamento della chitarra, non perdono comunque di intensità, grazie anche al bel timbro della voce di Wainwright e alla sua incredibile capacità di modulazione. Accompagnato da Michelangelo Carbonara al piano inizia la sezione del concerto dedicata a Judy Garland, durante la quale possiamo ascoltare Puttin’ on the Ritz, brano scritto nel 1927 da Irvin Berlin, e ripreso successivamente da molti artisti, ma noto al grande pubblico soprattutto grazie alla straordinaria interpretazione di Gene Wilder in Frankestein Junior. Sulle prime note di Somewhere Over the Rainbow nell’aria si espande l’atmosfera da commedia romantica americana in stile French Kiss o C’è posta per te e, ammetto, la mia mascolinità comincia a vacillare in maniera preoccupante.
Fortunatamente vengo ridestato dall’entrata in scena di Emma Marrone, guest star della serata, che fa il suo trionfale ingresso avvolta in un elegantissimo accappatoio da sera di colore bianco. Urletti dagli spalti giustificano finalmente la presenza di un nutrito gruppo di ragazzini che fino a quel momento avevano preferito wazzappare nella luce bluastra degli smartphone, e che finalmente possono godere del momento tanto atteso. La più famosa social singer nostrana tenta un improbabile ringraziamento in perfetto inglese renziano per aver avuto la possibilità di duettare con Rufus, che fortunatamente mette fine all’agonia: “Say it in Italian!”. Insieme cantano Pretty Thing e, a seguire, Hallelujah di Leonard Cohen, per la quale mi sento di dire, non me ne voglia il buon Rufus, che la versione di Jeff Buckley rimane tutt’oggi insuperata, perfino dallo stesso Cohen. Va sottolineata comunque l’umiltà e la consapevolezza di Emma che riduce al minimo i suoi interventi, non rinunciando comunque a frequenti smorfie di partecipazione emotiva, che peraltro non giustificano appieno la sua impalpabile ed evanescente presenza sul palco, probabilmente dovuta unicamente ad un’operazione “commerciale” che permettesse una massiccia partecipazione di pubblico. In realtà siamo in circa trecento anime, ma direi che la cosa non rappresenta un problema rilevante.
Con l’uscita di scena di Emma, Rufus procede con il suo repertorio pop cantando Little Sister e chiudendo con il suo pezzo forse più noto al grande pubblico, Cigarettes and Chocolate Milk. Immancabile bis con Michelangelo Carbonara che torna sul palco per concludere la serata con un ulteriore omaggio alla Garland. Postilla doverosa sull’apertura della serata, affidata agli Epo, che in duo chitarra acustica, voce e chitarra elettrica, hanno riproposto alcune delle loro canzoni in versione unplugged, e che confermano di essere tra le realtà della musica indipendente napoletana più valide ed interessanti.

 

 

 

Rufus Wainwright
Intimate Judy
special guest
Emma Marrone
opening act Epo (Ciro Tuzzi, Michele de Finis)
foto Roberto Della Noce
Napoli, Arena Flegrea, 28 luglio 2016

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