“In realtà vi è un istante in cui il corpo sulla scena e l'arte coincidono e quell'istante si chiama teatro. Tutto il resto è spettacolo”

Claudio Morganti

Domenica, 03 Luglio 2016 00:00

Almamegretta, ritorno di migrazione comune

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EnnEnne, ovvero nescio nomen, è il titolo del nuovo lavoro degli Almamegretta. Scelgo di partire dal titolo, stavolta, più che dai contenuti e dalle suggestioni, perché è un titolo forte e importante, incisivo.

L’acronimo NN si usa(va) per definire i figli di nessuno. Ancora una volta (come nei primi due album Anima migrante e Sanacore), la scelta del titolo mi pare una scelta di parte e paradigmatica da parte di un gruppo di artisti dalla sensibilità che affonda le radici nella memoria e nella conoscenza della storia e che è, al contempo, calato nel contemporaneo: senza pregiudizi, contro di essi, anzi. Gli Almamegretta − con la loro musica che è fusione di colori e stili, con i loro testi che sono passione, lotta, ascolto e vicinanza − hanno sempre partecipato alla lotta per l’affermazione e la permanenza delle istanze socio-culturali fondative di una comunità libera e giusta: l’antifascismo, il sostegno ai popoli migranti, la lotta alla xenofobia, la denuncia del razzismo e delle razzie perpetrate al meridione d’Italia già a partire dall’unità d’Italia, la solidarietà inter-etnica e inter-sociale, la parità tra i sessi  e il rispetto per le differenze di genere e sessuali.
Come “’o sciore ‘cchiù è felice è ‘o sciore senza radice, corre comme 'o cane senza fune, 'o sciore senza padrune”, così chi non è figlia/o di nessuno può essere sorella o fratello di tutte e tutti, e come chi è libera/o, si muove e chi si muove è (e deve essere) libera/o.  La filosofia dell’Animamigrante ("Almamegretta" questo significa, in una lingua che è anch’essa ‘n’ammesca – un miscuglio, cioè – di latino tardo medievale e prodromico volgare) è intatta, fiera.
EnnEnne ricompatta gli Almamegretta e ci riappacifica con la musica delle radici e della sperimentazione, con idee di solidarietà. Il gruppo al completo torna coeso, riappare credibile e maturo e – dal vivo – è davvero in ottima forma.
Il miracolo musicale (e culturale) iniziato alla fine degli anni ’80 e concretizzatosi con il capolavoro Sanacore, che l’anno scorso ha compiuto vent’anni, riprende vita. Gli Almamegretta hanno messo insieme, come solo i geni napoletani sanno fare – pensiamo, tanto per fare un nome su tutti, a Pino Daniele – musica popolare, ritmi antichi, melodie partenopee, passaggi sinuosi e quasi teatrali, con il minimalismo mesmerico del dub e del trip hop, l’eclettismo del funk, la contagiosità del reggae.
La voce di Raiz, magmatica, seducente, mistica e mitica, trascina in una dimensione di calore, vicinanza, visione. Visione dell’altro, pure. E s’incastona alla perfezione nel suono incalzante del djembe’ e delle altre percussioni, nelle pulsazioni della batteria, negli assoli pindarici del basso, nell’agile versatilità della chitarra.
Sono completi, sono maturi, sono sempre loro stessi, gli Almamegretta, con la bellezza della coerenza e la rassicurante percezione di trovarli sempre dalla stessa parte; con – d’altro canto – la sensazione di rilevare qualche limite creativo nell’ultimo album in studio, in certi passaggi un poco piatti, ma di essere poi sorpresa da una vitalità invece generosa e tecnicamente elevata dal vivo.
Il concerto è stato un piacere dei sensi, prima di tutto, con una musica di spessore e visioni estatiche di Raiz. È stato un’emozione della memoria, con Raiz che ha snocciolato, fondendoli magicamente con sonorità più rarefatte o invece più tribali, e passaggi anglofoni, tutti i pezzi più noti della band, da ’O sciore ‘cchiù felice a Suddd, ’O bbuono e ‘o malamente, Fattallà, ’O cielo pe’ cuscino, a Sanghe e anema, frammisti alle canzoni nuove, tra cui spiccano il singolo di apertura, On the Run, ’O ssaje comm’è e Scatulune. Una menzione a parte va al remake in chiave dub-reggae del successo di Nino D’Angelo Ciucculatina d’a ferrovia, per due motivi: il primo, è che si vedono in maniera incredibile le origini popolari del profondissimo e bollente ventre vocalico napoletano di Raiz; il secondo è che, mentre la offre al pubblico bolognese, Raiz s’interrompe, e confessa che per l’emozione, vista l’ammirazione per il caschetto biondo, ha dimenticato a un certo punto le parole. Che momento di neomelodica tenerezza… ma glielo perdono volentieri, perché si tratta di un gruppo di livello, perché ho un debole per lui, e anche perché – confesso − a furia di ascoltarla, la ciucculatina alla fine si scioglie e scioglie il cuore anche a me, di solito ostile al way of life neo-melodico. Il bis riserva Nun te scurda’ e la tammurriata che apre all’esecuzione di Sanacore, entrambe cantate a squarciagola e ballate con entusiasmo dal pubblico.
Considerazione a latere: Napoli sa essere lo specchio migliore dell’Italia, è spesso all’avanguardia nella musica, come nel riconoscimento sostanziale dei diritti, nell’intreccio tra culture e religioni diverse, perché è Sud – cioè bellezza suprema, intrinseca sofferenza, che quindi porta a catartica solidarietà – ed è Mediterraneo vero, quello che dalle sue insenature guarda verso l’esterno, oltre il mare, cioè, e tende la mano ai popoli che da sempre nel mondo si sono mossi (e speriamo continuino così per sempre). La storia del mondo è storia di migrazioni, di scontri e poi di unioni, di miscugli e di scambi e di crescita. E accussì adda’ resta’.
Bello ritrovarti, Anima Migrante.

 

 

 

 

BOtanique 7.0 − Il Rock respira
Almamegretta
EnnEnne Tour 2016
voce
Raiz
batteria
Gennaro T
tastiere Pablo
chitarra Fefo
basso 4mx
percussioni Salvatore Zannella
dubbing e live sound engineer Albino D'Amato
Bologna, Giardini di Via Filippo Re, 28 giugno 2016

fonte immagini a corredo dell'articolo pagina FB BOtanique 7.0
link festival Botanique 7.0

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