“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Domenica, 03 Marzo 2013 14:49

Dopo la rivoluzione

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Terzo appuntamento della rassegna cinematografica Visioni a cura del Centro Donna di Avellino. Parigi, febbraio 1971. Studenti liceali scendono in piazza per protestare contro l’arresto di esponenti del movimento, nonostante il divieto della polizia. Intervengono le brigate d’intervento che picchiano alla cieca e feriscono alcuni di loro. Il movimento studentesco si riunisce per interrogarsi su come reagire. Anche nel liceo di Gilles, alter ego del regista – che nel 1971 ha 16 anni – si discute, si organizzano volantinaggi e distribuzione di giornali ciclostilati. Per dire a chiare lettere dell’ipocrisia del PCF e dell’immobilismo di chi si limita a guardare.

Bisogna fare qualcosa, per esempio scrivere la protesta sulla facciata della scuola, di notte, armati di spray e di molotov, sfidando la vigilanza di un vicino cantiere, i cui guardiani reagiscono per picchiarli (quasi fossero poliziotti). Ma i ragazzi, Gilles, Christine, Alain, riescono a stordirne uno gravemente. Bisogna cambiare aria, approfittare delle vacanze per non farsi vedere troppo in giro. Meglio andare in Italia con un collettivo di cineasti che filmano i mali del mondo, con cui, magari, andare a Reggio Calabria dove la protesta cittadina tiene testa alle forze dell’ordine (e visto dall’esterno, quell’avvenimento ha sicuramente rappresentato un momento di aperta sfida al potere da parte del popolo, quasi una Comune cent’anni dopo, anche se non è stata ancora fatta chiarezza sulla natura di molti avvenimenti – anche criminali – che lo hanno segnato). O magari in Afghanistan, porta orientale per l’India.
Apres Mai (Qualcosa nell’aria nella traduzione italiana) è la continuazione del discorso accennato in L’Eau froide (1994): i protagonisti mantengono gli stessi nomi, ma lo sguardo è più ampio e vengono introdotte la cornice storica e la dimensione politica a definire meglio il contesto che segna indelebilmente il processo di maturazione dall’adolescenza alla maturità.
Assayas disegna il protagonista con tratti fortemente autobiografici (il coinvolgimento studentesco, lo studio della pittura e l’interesse per il disegno, il padre sceneggiatore per la televisione) così come l’ambiente in cui lo situa, fatto di compagni di scuola e amici coinvolti a vario titolo nella protesta, di viaggi all’avventura, di amori passeggeri, di discussioni etiche ed estetiche, di rock e droga. È una materia che conosce bene e che sceneggia ancor meglio (il film si è aggiudicato il premio per la migliore sceneggiatura all’ultima Mostra di Venezia) ma che non riesce a trasmettere (o non vuole) un senso di empatia per i personaggi. C’è una sorta di pudore emotivo nel rievocare quel periodo e quel vissuto che elude i sentimenti e i movimenti interiori. I protagonisti agiscono in modo lineare, seguendo una logica che non cerca spiegazione, diretta, già data. Non c’è un momento di riflessione nel guardare agli eventi. Se c’è, la riflessione è fornita dalla storia e spetta al pubblico coglierla (l’ingiustamente accusato amico di Gilles ottiene che il guardiano ritiri la denuncia contro di lui, ma non esita a scegliere la strada dell’azione violenta una volta stralciata la sua posizione giudiziaria).
Forse più che negli altri suoi film precedenti è l’osservazione distaccata il senso, la ragione della messa in scena di Assayas, quel lasciare che le azioni accadano secondo una logica interna che non concede soste all’identificazione con chi guarda. Logica che non esclude una grande accuratezza formale e un disinvolto impiego della macchina da presa, con movimenti eleganti e carezzevoli, luci calde ed avvolgenti, uso di una grammatica tradizionale e di una scenografia credibile. Ma forse un momento di nostalgia traspare solo nel finale e tradisce l’amore per quel che si è stati un tempo, nell’ultima scena e in quell’ultima inquadratura che accoglie Gilles (e noi) nel regno della sua/nostra magnifica ossessione.

 

 

Visioni
Qualcosa nell’aria (Apres Mai)

regia Olivier Assayas
con Clement Metayer, Lola Creton, Carole Combes, Felix Armand, Hugo Conzelmann, Martin Loizillon, India Menuez
paese Francia
distribuzione Officine Ubu
sceneggiatura Olivier Assayas
fotografia Eric Gaultier
musica AA. VV.
lingua originale francese
colore colore
anno 2012
durata 122 min
Avellino, Cinema Partenio, 27 febbraio 2013

 

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