"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Mercoledì, 16 Settembre 2015 00:00

L'energia dei Linkin Park!

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Ci facciamo largo tra la polvere sollevata dalle auto che, frettolose di parcheggiare, sgommano sulla sabbiosa strada dell’Ippodromo. Piccoli gruppi di tre o quattro persone avanzano sfoggiando t-shirt con la lista di tutte le date del tour di quest’anno; qualcuno addirittura ha riesumato reperti di vestiario appartenenti a diversi anni fa, a voler dimostrare una fedeltà al gruppo lunga almeno una decade. Chi indossa una semplice canotta nera, come me, non significa che sia da meno: dieci anni sono esattamente il tempo che aspetto per assistere ad un evento del genere. Ricordi della mia lunatica adolescenza fluiscono come ombre tra la gente che si avvicina al palco, un enorme e vagamente minaccioso parallelepipedo foderato di plastica nera.

Esalazioni di inadeguatezza, fantasmi di insicurezza, grumi di rabbia e cumuli di incomprensione – sentimenti che strozzavano le mie giornate da quindicenne a cui i Linkin Park sapevano dare voce come allora non sapevo fare – svaniscono nel momento esatto in cui mi addentro tra la folla accaldata. Gli astanti si stanno compattando, come per prepararsi ad infrangersi contro un muro d’aria che, impalpabile ma presente, sembra sprigionarsi dal mostruoso parallelepipedo: tutti girati nella stessa direzione, nulla che si agiti troppo, tante – tantissime − teste, al colpo d’occhio talmente simili tra loro da sembrare finte.
Siamo tutti in attesa e, questa, si rivela lunga: l’apertura delle danze spetta ai Simple Plan, altro gruppo punk rock dell’adolescenza di coloro che, come me sono nati nei confusi anni Novanta.
I canadesi cercano di intrattenere il pubblico con qualche facezia in italiano, eppure il cantante stesso – dopo qualche brano che sembra fin troppo simile ai precedenti – si domanda, nel microfono, se qualcuno dei presenti conoscesse almeno qualche canzone. Sì, le conosciamo – Your Love Is a Lie, When I’m Gone, Welcome to my Life – ma il vostro sound è ancora quello del 2004, e non ci va di saltare e scatenarci per ogni canzone. La prova del nove è data dal pezzo Summer Paradise (che originariamente si avvaleva del contributo canoro di Sean Paul): tutti cantavano seguendo il frontman dei Simple Plan, eppure il pezzo di rock non ha nemmeno il nome. Insomma, i Simple Plan vanno ancora forte, ma non in Italia. Tuttavia vorrei spezzare una lancia in favore dei gruppi d’apertura: non deve essere semplice far divertire persone che hanno pagato per ascoltare qualcun altro, soprattutto quando si è una formazione discretamente famosa come i suddetti Simple Plan. Riempire un’attesa non è un compito per nulla facile, direi quasi ingrato.
Passano altri venti minuti, l’attesa continua. Il microspazio in cui siamo da ore costretti comincia a stringere i polmoni e a far traboccare la caraffa della pazienza. Dei Linkin Park nessuna traccia, solo qualche promo sui grandi schermi: Join LP Underground! – la community online che permette di accedere a contenuti speciali − Support Music For Relief – associazione di beneficienza fondata proprio dai Linkin Park per fornire assistenza alle vittime delle catastrofi naturali. C’è infatti da sottolineare che lo stretto contatto con i fan e l’attenzione per le tematiche ambientaliste sono due aspetti che permettono di distinguere il carattere dei Linkin Park: si tratta di gruppo attivo, non soltanto sul piano musicale. Queste due caratteristiche sono poi i pilastri sui quali si basa non soltanto la produzione di contenuti musicali e di merchandising, ma anche le loro performance, in un clima di coerenza con la filosofia della band che pochi altri possiedono. Poi, finalmente, eccoli: Mike Shinoda sale sul palco, accompagnato da urla eccitate, battiti di mani, led di cellulari.
Sta cantando Papercut: gli astanti impazziscono, soprattutto quando Chester Bennington, sopraggiunto quasi in sordina, attacca il famoso ritornello. Mi sembra di sentire più la voce del pubblico che le loro, sebbene amplificate da decine di casse. Dopo l’incipit tratto da Hybrid Theory, la band prosegue con Given Up e Rebellion (brano cui partecipa Daron Malakian dei System of a Down), provenienti rispettivamente da Minutes to Midnight (2007) e da The Hunting Party (2014), che mandano totalmente in visibilio la folla. Il concerto prosegue così su piccole rose di triadi: un brano dagli esordi, uno dal presente e uno, a scelta, tra gli album centrali della loro carriera, in particolar modo dai due che si caratterizzano per una stabilizzazione e una maturazione delle sonorità caratteristiche del gruppo, cioè Meteora (2000) e Minutes to Midnight. Points of Authority, One Step Closer, A Line in the Sand; From the Inside, Runaway, Wastelands: 2000, 2014; 2003, 2000, 2014. Poi arrivano anche i brani dagli album che hanno segnato il periodo della sperimentazione, ovvero A Thousand Suns (2010) e Living Things (2012), ed ecco che la triade modifica le sue fattezze. Prima Castle of Glass, riconoscibile grazie al famoso attacco, ma che finisce per essere realizzata in una versione disco: perfetta per agitare il pubblico, ma così poco Linkin Park. Nemmeno il tempo di respirare ed è il turno del medley Leave Out All the Rest/Shadow of the Day/Iridescent e della versione strumentale di Robot Boy.
Arriva New Divide,brano contenuto nella colonna sonora del film Transformers. La vendetta del Caduto, seguito da Breaking the Habit e da Darker than Blood, brano del DJ Steve Aoki. È infatti dai tempi dei primi album riarrangiati – Reanimation e Recharged, rispettivamente remix di Hybrid Theory unito a Meteora, e di Living Things − che i Linkin Park collaborano con altre personalità di spicco della scena musicale, senza particolari distinzioni di genere.
Nell’album che presta il nome al recente tour, hanno deciso di rendere questa collaborazione nativa, cioè di scrivere canzoni pensate appositamente per essere interpretate con membri esterni alla band. Brani in collaborazione la cui presenza in scaletta era stata annunciata dalle canzoni trasmesse nei momenti di attesa: tracce storiche dei System of a Down, dei Rage Against the Machine (Tom Morello è un'altra delle personalità ospitate in The Hunting Party), di The Helmet. Si tratta di un ritorno ad un rock quasi puro: il quasi è d’obbligo, ma semplicemente perché la band di Chester e Mike non è mai stata “semplicemente” rock, e questo non è che un punto di forza.
Lo spettacolo prosegue tra i ringraziamenti di Chester e brani come Burn It Down e Final Masquerade; Shinoda prende poi in prestito il cappellino di un fan, e attacca con Remeber the Name, pezzo rap targato Fort Minor – il side project da lui stesso fondato – seguito da Welcome. Se la tenuta vocale di Chester sembra essere tornata a sfiorare le vette di un tempo, il rap di Mike – in alcuni brani svanito in favore di strofe più melodiche – riconferma qui la sua forza: la dimostrazione perfetta di questo connubio è data dal brano successivo, la famosissima Numb,da cui i due non escludono la parte rap di Encore, nella versione originale affidata al suddetto Shinoda e a Jay-Z.
Il pubblico si agita: c’è chi canta, chi agita le mani in aria, chi salta. O almeno, questo è ciò che vorrei credere: la maggior parte dei presenti è colpito dall’incredibile odierno morbo del comunicare, dalla smania di avere ricordi che non guarderà mai più, dal virus del cellulare sempre alla mano. E mentre l’energia di In the End e Faint sembra colpire a malapena questa folla plastificata, l’adrenalina non può impedirsi di scorrerti nelle gambe e nelle braccia fino a farle agitare, schizzare, muoversi al ritmo di questa musica così tremendamente impegnata, ma al tempo stesso così energica e orecchiabile da coagularsi in un pulsante coacervo di forze.
I Linkin Park abbandonano il palco: dietro di loro soltanto violaceo fumo artificiale. Sbocciano cori poco convinti, che cercano di richiamarli qui, in questo enorme vuoto lasciato dalla loro musica. Dopo un’attesa carica di elettricità, come l’aria che precede l’arrivo di una tempesta, ricompare Bennington, che ci racconta la storia di un fan morto in un incidente. Ci mostra la bandiera che, per tutta la durata del concerto, ha fatto sfoggio dei suoi tremuli slogan scritti col pennarello: è dedicata allo stesso ragazzo, ideatore del flash mob con i palloncini che il pubblico ha messo in piedi a metà concerto, e a cui il gruppo vuole rendere omaggio con una canzone. Tuttavia il pubblico, quello più vicino al palco – quello dotato di possibilità di parola, insomma – insorge: vogliono A Place for My Head.
I membri della band si guardano un attimo tra di loro, spaesati; all'"As you wish" del frontman, i dubbi vengono dissipati e gli strumenti accordati proprio per eseguire questo brano che, di solito, viene relegato ai margini della scaletta. Chester assicura che mai una variazione del genere è avvenuta; eppure la perfezione con cui il gruppo esegue questo brano, sebbene non previsto, lascia tutti senza fiato. Da questo momento alla fine del concerto si interpone un’altra triade: Waiting for the End, What I’ve Done e Bleed it Out, eseguita con il contributo corale del pubblico, cambiando anche la velocità di esecuzione.
Il concerto, termina così, con un’esplosione: di dinamismo, di bravura, di musica e di energia.

 

 

 

 

Postepay Festival Rock in Roma
The Hunting Party Tour
Linkin Park
voce
Chester Bennington
voce, tastiera e chitarra Mike Shinoda
chitarra Brad Delson
basso Phoenix
batteria Rob Bourdon
giradischi Joe Hahn
special guest Simple Plan
scaletta Papercut; Given Up; Rebellion; Points of Authority; One Step Closer; A Line in the Sand; From the Inside; Runaway; Wastelands; Castle of Glass; Leave Out All the Rest/Shadow of the Day/Iridescent; Robot Boy (instrumental); New Divide; Breaking the Habit; Darker Than Blood (Steve Aoki cover);  Burn It Down; Final Masquerade; Remember the Name (Fort Minor cover); Welcome (Fort Minor cover); Numb; In the End; Faint; A Place for My HeadWaiting for the End; What I've Done; Bleed It Out
Roma, Ippodromo delle Capannelle, 6 settembre 2015

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