"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Giovedì, 21 Febbraio 2013 23:18

Toni e il Professore

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Il caso dei gemelli dagli opposti caratteri è un topos drammaturgico e cinematografico che ben si presta come escamotage narrativo, sia drammatico che – spesso – comico. Questo dualismo a volte non è altro che una metafora del carattere duplice presente in ciascuno di noi, della compresenza, affianco al lato manifesto della personalità, di quello oscuro (celato anche a noi stessi). Ovvio che il cinema – più del teatro – come regno del possibile offra il doppio ruolo ad un unico attore. Cinema come campo dove nulla è impossibile, luogo della finzione, della menzogna costruita ad arte e per l’arte. La definizione vale anche per la politica, almeno per quella attuale, che celebra i suoi riti sulla piazza mass-mediatica dopo essere fuggita dalle piazze reali (frequentate solo in periodi elettorali).

Il felice paragone è declamato con forza da Enrico Oliveri, segretario del “più importante partito d’opposizione” e (co)protagonista di Viva la libertà, ultimo film di Roberto Andò che lo sceneggia dal suo romanzo Il Trono Vuoto (edizione Bompiani, Premio Campiello Opera Prima 2012). Il politico in questione è vittima di una opposizione interna che lo contesta al congresso nazionale, ma anche la sua gestione appare rassegnata ed opaca, attenta più al mantenimento del proprio ruolo che alla speranza di una rimonta. Oliveri di colpo implode e come illuminato da una improvvisa presa di coscienza della vacuità del suo ruolo, della dirigenza, dell’intero partito e della politica, fugge in incognito a Parigi, ospite di un vecchio amore di gioventù, Danielle, attualmente segretaria di edizione nel cinema, moglie di un famoso regista di origine orientale e madre di una bambina.
Nel frattempo, a Roma, l’assistente di Oliveri, Andrea Bottini, prende tempo per celare la scomparsa improvvisa e chiede aiuto all’unico familiare che possa fornire qualche indicazione (dato che la moglie di Oliveri, Anna, non sa proprio dove il marito possa essere finito): il fratello Giovanni, professore di filosofia appena uscito da un istituto per malati di mente. Giovanni, che si firma con il cognome Ernani (come il protagonista dell’omonimo dramma verdiano, anch’egli chiamatosi così per celare la sua vera identità) accetta di stare al gioco, divertito dall’affannosa briga di chi cerca di salvare le apparenze, e così inizia a fare pubbliche dichiarazioni ispirate ai suoi princìpi, ad una visione del mondo giusta e profonda, con una verità, un candore e una forza che segnano tutta la distanza dalle programmatiche e banali affermazioni precedenti del fratello. Nel frattempo costui si riavvicina a Danielle, che lo porta sul set dove lavora, e qui riacquista l’entusiasmo per la vita, grazie anche al ruolo da aiuto attrezzista e alla conoscenza con una ragazza della troupe.
Film pieno di bravi attori e di buone intenzioni, ma questo non basta a farne un’opera riuscita. Innanzitutto il ruolo di segretario e collaboratore avrebbe richiesto una caratterizzazione di ben altra tempra di quella offerta dal pur volenteroso Valerio Mastandrea, che si arrabatta affannato per salvare il salvabile come l’ultimo dei portaborse mentre dovrebbe mostrare più decisione e grinta, dato il ruolo di vicario che ricopre. Ma a non convincere è proprio Toni Servillo, che interpreta il professore, in tutto e per tutto “normale”, con pochi tocchi surreali e un’espressione che emana sorniona ilarità, pronto a deviare dal protocollo istituzional-politichese con un giro di tango o una declamazione di haiku, maschera di una apparente follia che serve – per contrasto – a sottolineare la reale mostruosità di chi lo circonda. Così anche la resipiscenza di Enrico compare come un dato di fatto e si esplica in una taciturna apatia, e la sua fuga assume i contorni di un elemento favolistico. Del resto il film sembra aspirare ad una dimensione apologetica e non realistica, ma a differenza de Il Divo, dove tutto si muoveva in un’atmosfera fantasmagorica e grottesca, qui la messa in scena è molto più incline ad un registro medio e naturale, gravato anzi da una inopportuna mancanza di dialoghi che non vengono rimpiazzati del tutto dai volti espressivi dei protagonisti.
Ad ogni modo, un’opera da vedere, se non altro per esaminare lo stato dell’arte del cinema italiano di argomento politico e valutarne le potenzialità espressive (e va ringraziato Andò, regista colto e dalla lunga esperienza teatrale, per l’uso dell’ouverture de La forza del destino e per lo struggente ricordo di Fellini nel suo grido contro la subordinazione dell’arte al predominio del mercato).

 

 

Viva la libertà
regia Roberto Andò
con Toni Servillo, Valerio Mastandrea, Valeria Bruni Tedeschi, Michela Cescon, Anna Bonaiuto, Andrea Renzi, Judith Davis, Gianrico Tedeschi, Massimo De Francovich, Renato Scarpa
paese Italia
produzione Angelo Barbagallo
distribuzione 01 Distribution
sceneggiatura Roberto Andò (dal suo romanzo Il Trono Vuoto)
fotografia Maurizio Calvesi
musica Marco Betta
lingua italiano
colore colore
anno 2013
durata 94 min

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