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Martedì, 30 Giugno 2015 00:00

Blur, il grande ritorno

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Era dal lontano 2003 che i Blur non si degnavano di fare un nuovo album. Ben vengano le esperienze soliste (il cantante Damon Albarn, nel 2014, ha pubblicato Everyday Robots) o altri progetti (come i Gorillaz, sempre del sopracitato Albarn), ma i Blur in formazione originaria narrano tutta un’altra storia.

Avremmo dovuto capire che si sarebbero riuniti già dall’estate 2013, quando in Italia si sono tenuti ben due concerti, il 28 luglio a Milano e il 29 a Roma. Avevano da poco rilasciato un brano inedito, Under the Westway, presentato live al War Child del 2012. Le successive apparizioni ai Brit Music Award, alle Olimpiadi di Londra e poi, proprio nel 2013, sui palchi mondiali, stavano ponendo le basi per un ritorno. I Blur ricominciavano a far parlare di sé.
In realtà, la genesi romanzata di The Magic Whip starebbe in un soggiorno obbligato ad Hong Kong, quando il Tokio Rocks Music Festival venne cancellato all’ultimo momento e la band fu costretta a fermarsi per altri cinque giorni.
Sembra che, proprio per distrarsi, abbiano cominciato a comporre delle nuove canzoni, che alla fine del soggiorno sarebbero state ben quindici. L’album vero e proprio, però, venne alla luce grazie alle pressioni del chitarrista, Graham Coxon: le reticenze di Albarn muovevano dalla paura di non riuscire a preservare, nella musica registrata, quell’atmosfera che si era creata a Hong Kong e che aveva permesso la scrittura dopo ben dodici anni.
L’album è stato poi rilasciato nel febbraio di quest’anno.
L’influenza cinese è visibile già nella copertina: un gelato al neon spicca su uno sfondo nero insieme ai pittogrammi di Blur, Magic Whip; un cono gelato che, con la sua straordinaria semplificazione ricorda la ben più nota confezione di latte del video di Coffee and TV, che tutt’oggi appare tra la platea durante i concerti.
L’album è apprezzabile per le sonorità nostalgiche che sempre hanno caratterizzato la produzione dei Blur, condite con atmosfere oniriche di un anacronistico sviluppo industriale. I brani sono stralci di sensazioni: Lonesome Street alterna momenti estremamente ritmati ad altri in cui sembra di galleggiare sulle acque della città profumata, confondendosi tra le luci riflesse dei grattacieli. Quasi un preludio a New World Towers, le cui sonorità sembrano suggerire la crescita verso l’alto dei grandi palazzi, ma alla velocità e al ritmo della cultura cinese: uno sbocciare, lento e delicato, di grandi fiori di loto artificiali.
Go Out ripropone la cifra stilistica dei Blur delle origini: lunghe sequenze di “la la la” e “oh oh oh” che, coniugate ad un ritmo perfettamente scandito, rendono la traccia orecchiabile al punto di farne il primo singolo estratto dall’album, con tanto di video sottotitolato in cinese. Toni psichedelici, quasi da videogioco, ha la successiva Ice Cream Man, mentre la voce stentorea di Albarn in Thought I Was a Spaceman sembra tracciare le traiettorie di stelle cadenti. Sonorità da videogioco ritornano, più aggressive, in I Broadcast, brano che ricorda la ben più datata Bank Holiday (in Parklife, 1994). Di una triste e fragile delicatezza è My Terracotta Heart, quasi un blues dell’era postmoderna; There Are Too Many of Us ricorda invece le marce militari della dittatura. Alternanze di questo tipo si protraggono lungo l’album, in tracce come Ghost Ship, Pyongyang, Ong Ong.
Infine, Mirrorball: traccia nostalgica per eccellenza, una ballata per una città bellissima, struggente, languida. È una canzone d’addio, e una promessa:

"I’ll be back, when December comes
All the barriers have been pulled down.
Where is everyone?
Oh Mirrorball
Spinning out to sea,
Think I found you in the temple square
Under the wishing tree"

 

("Tornerò, quando arriverà dicembre
E le tutte le barriere saranno state abbattute.
Dove sono tutti?
Oh sfera specchiata
Che rotola via dal mare,
pensavo di averti trovato nella piazza del tempio
sotto l’albero dei desideri")

 

 



The Magic Whip
Blur
voce, tastiere, sintetizzatori, chitarra acustica Damon Albarn
chitarra elettrica, tastiere, cori, voce Graham Coxon
basso, cori Alex James
batteria, drum machine, percussioni, cori Dave Rowntree
etichetta Parlophone
tracklist: 1. Lonesome Street; 2. New World Towers; 3. Go Out; 4. Ice Cream Man; 5. Thought I Was a Spaceman; 6. I Broadcast; 7. My Terracotta Heart; 8. There Are Too Many of Us; 9. Ghost Ship; 10. Pyongyang; 11. Ong Ong; 12. Mirrorball 

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