"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Domenica, 17 Febbraio 2013 17:08

La vita è proprio una brutta bestia (parte I)

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Comincia oggi la pubblicazione a cadenza settimanale di un nuovo racconto. L’esperimento demodé di “Ucciderò Roger Federer” ci ha divertito e così riproponiamo la stessa modalità. Ancora una volta si tratta di gettare uno sguardo sul nostro tempo e sul nostro mondo, questa volta da una prospettiva un po’ particolare. Il titolo è stato scelto un po’ a caso e va da sé che potrebbe essere adeguato a qualsiasi narrazione che descriva il nostro tempo, in questo senso il titolo è “universale” almeno quanto questa piccola storia risulta essere “particolare”. La storia ha la dolorosa intensità di una storia vera (e ovviamente dedichiamo questa scrittura a colui che l’ha ispirata e che ora non c’è più). Ma ci saranno anche delle sorprese, le quali non permetteranno comunque che i nostri “venticinque” lettori non si annoino nuovamente. Venticinque lettori. Sì, sempre se, almeno loro, lo vogliano.  

 

La giornata-tipo di Gennaro o’ scemo trascorreva più o meno in questo modo.

In primo luogo, un po’ come tutti gli esseri umani, Gennaro o’ scemo si svegliava pigramente e apriva lentamente gli occhi cerulei che la Natura gli aveva donato. Quando cominciava ad aprire gli occhi, la cui miopia mista ad astigmatismo gli restituiva una visione molto particolare, come guardare attraverso un vetro sul quale si è depositata la brina invernale e si è cercato poi di lavarla via con un panno sporco e sfilacciato, e quando poi spalancava definitivamente gli occhi, dopo averli attentamente e a lungo stropicciati e dopo aver giocato un po’ aprendo prima l’uno e poi l’altro perché in quel modo gli sembrava che la sua stanza fosse differente se guardata con il sinistro e se guardata con il destro, vedeva ben poco al di sopra di sé (e sulle pareti ai suoi lati) e a stento riusciva a inquadrare il solito volto di Padre Pio, o per meglio dire la solita barba del solito volto del solito Padre Pio, finché non riusciva a trovare i suoi spessi occhiali e a inforcarli. Il quadretto di Padre Pio, che poi era l’unica cosa che abbelliva la sua modestissima abitazione, era una di quelle riproduzioni viziate esteticamente dall’utilizzazione di colori che vorrebbero essere pastello e che invece sono soltanto pallidi e sbavati, quei colori insomma che riescono a rendere straordinariamente infantile qualsiasi immagine. Quel quadretto gli era stato portato, un giorno di circa tre anni fa, dalla signora Assunta, che sperava di mostrare a quella bestia mal cresciuta di Gennaro o’ scemo qual era il senso vero della pietà cristiana e come lui avrebbe dovuto prendere esempio da quel santo straordinario. Ma Gennaro o’ scemo, pur ringraziando educatamente come farebbe ogni bambino a cui è stato insegnato a dire “grazie” ogni volta che si riceve qualcosa, non se n’era curato proprio, aveva sì preso un chiodo e un martello e lo aveva affisso lì di fronte al letto in maniera tale che quel santo lo guardasse e lo proteggesse, ma in realtà aveva appreso ben poco da qualsiasi insegnamento religioso (l’unica cosa che ricordava sin da bambino era che “Gesù è buono” al quale aveva aggiunto successivamente “e Padre Pio pure”) e così faceva spesso disperare la signora Assunta che voleva fare di lui un perfetto cristiano del XXI secolo.

Anche Gennaro o’ scemo, come tutti gli esseri umani, si svegliava tutte le mattine pressoché allo stesso modo e, senza pensare a quel santo straordinario, cominciava a stiracchiarsi all’interno del suo letto, tendendo prima le gambe e poi le braccia, arcuando poi l’intero corpo, ricadendo infine, dopo aver trattenuto il fiato, nella medesima posizione del risveglio e rilasciando lentamente tutta l’aria trattenuta nei polmoni. Il suo letto consisteva in una sorta di materassino da campeggio, alto non più di cinque centimetri e di forma stranamente quasi quadrata, e Gennaro o’ scemo, pur non essendo molto alto, doveva sfruttare la diagonale se non voleva gelarsi i piedi o farsi venire un terribile torcicollo. Le lenzuola erano sempre straordinariamente sporche, guardarle avrebbe potuto far inorridire chiunque, chiazze di cibo, urina e (seppur raramente) feci le ricoprivano quasi completamente e don Carmine, sessantenne a riposo dopo una dura vita di lavoro (si racconta anche che una volta abbia ucciso un uomo, per lavoro ovviamente, ma alcuni ritengono che lo dica soltanto per vantarsi), sosteneva che Gennaro o’ scemo nel suo letto facesse di tutto perché era come una schifosa bestia ignorante, ci mangiava, ci pisciava e ci soddisfaceva qualsiasi tipo di bisogno corporale, e con quest’ultima espressione lasciava intendere proprio tutto, “del resto è pur sempre un uomo!” diceva facendo l’occhiolino e suscitando il risolino divertito di alcune ragazzette minorenni e truccatissime con le quali si accompagnava sempre. In più, e bisogna pur dirlo, il bagno della sua modestissima abitazione non funzionava alla perfezione e lo scolo della tazza impiegava anche mezza giornata a svuotarsi. La vecchia signora Assunta, donna volitiva e fattiva e che nonostante l’età manteneva intatta la sua forza fisica e d’animo, che abitava lì nei dintorni e che aveva visto crescere quell’idiota e in definitiva se n’era pure affezionata, da anni oramai cercava di rendere le condizioni di vita di quel povero disgraziato un po’ più confortevoli e così aveva deciso non soltanto di cucinargli ogni tanto qualcosa, ma anche di lavargli le lenzuola. Negli ultimi tempi, però, non ne poteva più, “non per offendere, ma è come un animale” ripeteva quando incontrava Susi, la sorella di Gennaro o’ scemo, “è come un animale selvatico con il cuore di un bambino” diceva poi commuovendosi come soltanto le vecchie donne napoletane sanno fare, riuscendo a tirare fuori in un attimo le lacrime più sentite per poi dimenticarle il momento successivo qualora le condizioni della discussione siano repentinamente cambiate, cioè quando la signora Susi le dava qualche soldo in cambio dei suoi servigi, “Dio misericordioso ha voluto questo e noi ce lo dobbiamo tenere” controbatteva Susi, guardando commossa in alto e congiungendo mestamente le mani al petto. In realtà Susi lo aveva completamente abbandonato a se stesso da anni (e fortunatamente lui neanche se ne rendeva conto – era veramente un puro e per questo incapace di concepire l’abbandono e la sofferenza), “certo non me lo posso portare a casa, ho le figlie piccole che si spaventerebbero e poi lui chissà cos’è capace di fare” e l’unica cosa che faceva per lui erano i documenti per la pensione di invalidità, “almeno così potrebbe campare decentemente”. Erano trascorsi vari anni, c’erano state varie visite mediche in varie ASL cittadine, si era scelto di ricorrere a vari avvocati, veri esperti di questo tipo di cause d’invalidità, si erano cercati aiuti extra nel quartiere (ma erano risultati un po’ troppo cari), ma per il momento quella pensione non era ancora arrivata, anche se, qualora la causa fosse stata vinta e la pensione finalmente fosse arrivata – cosa che sembrava sempre più possibile, si sarebbe presentata con tutti gli arretrati che, secondo i calcoli di Susi, sarebbero ammontati a varie decine di migliaia di euro. Lei comunque si era premurata di farsi nominare tutore del fratello, cosa che aveva fatto infuriare gli altri fratelli e sorelle.

Ma torniamo alla giornata-tipo del nostro Gennaro o’ scemo. Il suo risveglio non durava molto, dopo le operazioni di stiracchiamento, balzava letteralmente in piedi e, indossata una delle tute con cui solitamente si vestiva, apriva la piccola finestra che si trovava a fianco della porta d’ingresso della sua abitazione (a questo punto dovrebbe essere chiaro che si tratta di un cosiddetto “basso”) e si affacciava sgranando il suo sguardo di stupore. Era capace di restare in quella posizione per più di un’ora, osservando tutte le persone che, dopo essersi svegliate, aver fatto colazione, essersi preparate, si recavano o a lavoro o a scuola o in chissà che altro posto. Era commovente il suo sguardo primitivo, gli occhi cerulei erano sempre un po’ lucidi, erano proprio gli occhi di un bambino, accesi e sorridenti, ingenui e perennemente felici, e lui stesso era come un bambino, uno strano bambino che era stranamente riuscito a crescere (aveva oramai più di quarant’anni) senza crescere veramente, un bambino anomalo che, tutti i giorni, è costretto ad aprire gli occhi su un mondo che non comprende e che, ogni giorno, al di là della naturale capacità di adattamento che l’uomo ha in ogni situazione, si trova a vivere in un mondo del tutto “nuovo”.

La sua attività, a questo punto, era quella di procurarsi la colazione. Gennaro o’ scemo amava in maniera smodata il cappuccino e il cornetto e così cercava di fermare, chiamando dall’interno della sua abitazione con quella voce stridula e biascicata che i bambini del quartiere imitavano a perfezione prima di scoppiare in fragorose risate, ogni tipo di persona, uomini, donne e anche gli stessi bambini che andavano a scuola, chiedendo se gli volevano offrire cappuccino e cornetto e lo faceva senza sottolineare troppo il suo stato d’indigenza, forse perché di quello non se ne rendeva neanche conto più di tanto, anzi sorridendo allegramente come ritenendo che quella fosse la cosa più naturale del mondo, che chiedere un aiuto a un altro essere umano, suo consimile, fosse la cosa più naturale di questo mondo. Non sempre riusciva nel suo intento, ma spesso gli andava bene, perché nei quartieri popolari, sarà per guadagnarsi un po’ di posto in paradiso (“si può mai sapere se esiste o meno?”) sarà perché in fondo in fondo quella sorta di bestia umana era pur sempre il figlio o il fratello di qualcuno che si conosce e che comunque era solo e che quella povera anima di dio andava pur sempre un po’ aiutata, esiste una forma di solidarietà che altrove sarebbe impossibile trovare, che poi questa solidarietà non sia sempre tutta rose e fiori lo si scoprirà facilmente nel corso di questa breve storia, che quella solidarietà primitiva e pre-moderna non sia più assolutamente quella di un tempo (qualora “quel tempo” sia mai realmente esistito) sarà ben presto chiarissimo.

Qualche volta, soprattutto quando la giornata era bella e il sole cominciava a far capolino e l’aria a riscaldarsi, Gennaro o’ scemo usciva dal suo basso, spesso a piedi scalzi, e andava incontro alle persone, chiedendo se gli volevano comprare la colazione, soltanto due euro (questo l’aveva imparato!), e la sua figura, lì sulla discesa di Montecalvario, era divenuta una sorta di presenza costante, annunciava ogni mattina che il mondo era sempre lo stesso, che nessuna trasformazione radicale era avvenuta, che tutto era rimasto così come lo si era lasciato il giorno prima. Per molti era in definitiva una figura rassicurante, e anche quando i ragazzini gli ridevano contro, lo prendevano in giro e a volte lo spintonavano (ma soltanto se le mamme non erano lì pronte a redarguirli con sonori ceffoni e con la forma della mano ben stampata sulle guance candide), lui rispondeva con un affettuoso sorriso di stupore e soltanto a volte, raramente e quasi pronunciando questa parola a caso, diceva: “perché?”.

Capitava poi che non riusciva nel suo intento di procurarsi il tanto agognato cappuccino e cornetto, e così ritornava all’interno della sua abitazione, apriva una delle due piccole credenze che si trovavano nell’angolo-cucina e prendeva un pezzo di pane o alcuni biscotti, prendeva insomma quello che trovava in casa e che la signora Assunta gli aveva comprato, e si metteva sdraiato sul letto a sgranocchiare quello che aveva, e lo si sarebbe detto veramente felice e, senza timore di esagerare, addirittura una delle persone più felici al mondo, sicuramente più felice di sua sorella Susi che covava sempre come un profondo rancore nei confronti di tutto e tutti.

A questo punto sarebbe cominciata la terza operazione della giornata, una delle più impegnative, trovare una sigaretta e poi sfamare i piccioni del quartiere.

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