"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Domenica, 17 Febbraio 2013 09:55

Aldo Nove "Mi chiamo..." Una lettura provocatoria

Scritto da 

Mi chiamo… (Skira, 2013) Mia Martini. Mia Martini è il nome d’arte di Domenica Berté.
La sventurata vita è nota. Cantante di innato talento, presto raggiunge il meritato successo, poi cade, e si rialza, più volte, finché si toglie la vita.
“Mi hanno uccisa lentamente. Loro. Tutti voi.” (p. 7).

Così fa parlare la cantante, a inizio libro, Aldo Nove, autore di questa biografia poetica scritta in prima persona, immergendosi egli nel corpo e nella mente dell’artista di Bagnara Calabra. Poco dopo si legge “Mi chiamano ‘l’innominabile’. Hanno detto che il mio nome fa esplodere le lampadine.” (p. 9). Quel nome, innominabile, non compare nel titolo, e sfogliando le pagine di questa storia sviluppata col piglio di una fiction TV, - la cantante si racconta, in fin di vita, e lo scrittore tiene su due blocchi separati la narrazione della vita e quella degli attimi finali della vita che lentamente svanisce - sembra non debba manifestarsi mai.
Aldo Nove rinuncia al suo consueto humour nero per raccontare la tragedia di un nome. Dimentichiamo Woobinda (1996) e il resto, dimentichiamo quel sarcasmo col quale egli sempre rappresenta crudelmente l’Italia nazionalpopolare. Dimentichiamo, insomma, Nove. Di lui resta solo la riconoscibile ‘maniera stilistica’, che Filippo La Porta esemplifica perfettamente in La nuova narrativa italiana. Travestimenti e stili di fine secolo (Bollati Boringhieri, 1999, p. 283): “la cadenza ossessiva di una prosa paratattica, frammentista, assai sorvegliata, ma con qualche prossimità agli anacoluti del parlato, quasi da monologo teatrale o perfino da vignetta di Altan.”
Qui c’è, più di tutto, l’immane tragedia.
A metà libro il padre (il grande assente nella vita di Mia Martini, in quanto abbandonò presto la famiglia) spiega alla figlia la storia di Ulisse perseguitato dagli dèi. È tutta questione di hýbris, una colpa da scontare quando si è troppo bravi o troppo belli, tanto da irritare gli dèi. Così dice il padre, alla figlia, per intimidirla. Per lui cantare è una colpa. Per lei cantare troppo bene diventa la grande colpa da scontare. Questa è la tragedia che racconta Nove.
La tragedia di un nome, si diceva.
Perché Mia Martini, per alcuni sfortunati eventi descritti in sequenza, diventa la iettatrice. Nessuno vuole stare dove c’è lei. Nessuno osa nominarla. La chiamano “quella lì”.
E anche Nove non osa nominarla, in principio.
Lo iettatore è colui che si ritiene eserciti influssi malefici. Manlio Cortellazzo e Paolo Zolli, nel DELI (Dizionario Etimologico della Lingua Italiana), ci rammentano che la iettatura è “diffusa e antichissima credenza, che alcuni individui possono ‘gettare’ addosso ad altri, con lo sguardo o con parole, la loro invidia”.
“Invidia” è la parola chiave. Ma qui la iettatura subisce un rovesciamento. Aldo Nove chiarisce subito, a inizio libro, sempre attraverso il racconto in prima persona di lei, che Mia Martini è vittima dell’altrui invidia. Lo scrittore, con una fretta che genera sospetto, antepone immediatamente la ragione alla superstizione: Mia Martini sa di non essere una iettatrice, ma di essere considerata tale perché troppo brava. La cantante deve scontare il suo peccato di hýbris convivendo con quell’etichetta infamante. Ma Nove di certo conosce l’opera di Ernesto De Martino, Sud e magia, e in particolare il breve capitolo Regno di Napoli e jettatura, in cui l’antropologo spiega la nascita nel Settecento dell’“ideologia napoletana della jettatura”, in quel Regno vissuto da alcuni dei maggiori illuministi d’Europa, come “compromesso tra il fascino stregonesco della bassa magia cerimoniale e le esigenze razionali del secolo dei lumi” (ed. Feltrinelli, 2001, p. 176): Napoli non era la Francia, scontava un ritardo economico, politico e sociale; ma singolare è che la credenza si fosse sviluppata dapprima tra i togati, e poi tra le classi alte. C’era, nel Regno di Napoli, un “nesso fra disordine oggettivo della vita sociale, carenza di ethos civile e ideologia della jettatura” (ivi, p. 179). Aldo Nove non dimentica del tutto, dunque, la sua consueta crudele rappresentazione dell’Italia nazionalpopolare, l’Italia del trash e del cialtronismo imperante così sottilmente descritta dall’amato Tommaso Labranca, l’Italia caotica e buffona, abietta, crudele. L’ideologia della iettatura nella “provincia italiota” degli anni Sessanta-Novanta è ancora fortemente presente, pur se Nove è perfettamente consapevole del legame solido sussistente a prescindere tra mondo dello spettacolo e superstizione.
Nove però, che nello studio della vita della cantante non ha tralasciato il pettegolezzo, ‘sceglie’ di incentrare il libro su questa superstizione. Tutto ruota intorno al nome innominabile. Egli stesso, a lungo, non pronuncia quel nome. Poi, finalmente, lo pronuncia. Poi lo pronuncia ancora, emblematicamente, per tre volte, quasi a voler ingenerare il sospetto di essere egli stesso superstizioso. Nove, si sa, è troppo intelligente per lasciare qualcosa al caso.
Una certa ambiguità emerge, inevitabile. La scelta di raccontare una vita tragica incentrandola su un particolare grottesco, pur evitando abilmente il rischio di cadere nel grottesco, fa riflettere. Si tratta di un particolare che ha avuto un’incidenza significativa nella vita della cantante, ma non tanto da legarlo, in qualche modo, al suicidio, forse. O forse no. Un alone di mistero, intorno a questo suicidio, permane.
Aldo Nove a un certo punto fa raccontare alla cantante di quella volta in cui fu invitata a una trasmissione televisiva prettamente dedicata alla sua fama di iettatrice. È una delle parti più toccanti del libro, dove si percepisce maggiormente il peso di quella fama proprio perché la superstizione è affrontata come verità consolidata ed è esaminata con l’ausilio della scienza. Soprattutto, quella trasmissione appare emblematica della perversione, tipica di tanta televisione nostrana, di sollazzarsi scavando nel torbido.
Viene da chiedersi quanto lo stesso sia distante da quella medesima perversione. La sua passione per la cantante è palpabile in tutto il libro, eppure c’è qualcosa che sembra stonare. Sarà forse quel continuo, crudele, rigirare il dito in una piaga che ha, in sé, qualcosa di imbarazzante? A tratti è facile immaginare anche lui, l’appassionato Aldo Nove, tra i protagonisti di quel salotto selezionato che in trasmissione sviscerò la triste fama di Mia Martini al contempo, chissà quanto inconsapevolmente, suffragandola. Ma Aldo Nove, si sa, è troppo intelligente per non aver previsto una tale insidia.

 

 

Aldo Nove
Mi chiamo...
Skira, Milano, 2013
pp. 112

Lascia un commento

Sostieni


Facebook