“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Sabato, 16 Febbraio 2013 11:22

Libroidi e snobismi

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Momento di stasi in libreria, cosa più unica che rara. Ne approfitto per guardare gl’incassi.
Lo so, non è una bella immagine. La gente si aspetta che un libraio, lasciato solo nella sua libreria, si goda la magia del luogo; magari, approfittando dell’assenza dei clienti, passi in rassegna gli scaffali di letteratura; con le mani dietro la schiena – che fa tanto uomo buono e giusto – accarezzi orgoglioso la costa bianca degli Einaudi, si avvicini con deferenza ai colori pastello degli Adelphi e, di fronte a nomi come Calvino, Canetti, Carver e Čechov – evidentemente il libraio è alla C – senta un brivido corrergli lungo la schiena. Questa del brivido è la cosa più vera, di certo la più frequente. Lo conosco bene quel brivido: è il bonifico bancario da pagare allo scadere dei fatali centoventi giorni.

In libreria è così, non c’è alternativa, se si vogliono tenere tra gli scaffali certi nomi, nomi che tutti pretendono di trovare ma che nessuno compra mai, bisogna badare al centesimo e ogni giorno è una lotta alla sopravvivenza: la situazione è questa, è sempre stato così e non ci si può fare un bel niente. Anzi, qualcosa si può fare; la cosa che si fa da sempre, per inciso: mediare. Sperare di vendere la copietta di Faulkner, Marìas, Céline, e intanto pagarla vendendo più e più volte i libri dei Camilleri, Littizzetto, Fabio Volo e ora meno male che si sono inventati qualcosa anche quest’anno: i libri delle Sfumature!
Per me che vivo in mezzo ai libri, è stato facile adeguarsi a questo stato di cose. Tempo qualche mese e m’è venuto naturale abbandonare il punto di vista dello scrittore per appropriarmi di quello del libraio; il punto di vista, cioè, di uno abituato a conciliare la Letteratura con il denaro, i premi Nobel con i libri commerciali: sacro e profano, per farla breve. In virtù di un ragionamento elementare: gli uni sono indispensabili per avere gli altri, tutto qua. Anzi, non è tutto, è qui che viene il bello per un libraio. Grazie alle decine di attori, personaggi televisivi che hanno invaso le librerie; e cuochi, calciatori, psicologi; scienziati che parlano di Dio e donne comuni che parlano con Dio; amori criminali e criminali dipinti come eroi, e politici dipinti come criminali e così via, le librerie si sono riempite di persone; gente poco avvezza alla lettura che, in virtù del richiamo esercitato da nomi come quelli di Carlo Verdone, Barbara D’Urso, Valentino Rossi e Simoncelli, Cristina Parodi e Antonella Clerici, ha preso d’abitudine a frequentare le librerie.
Ora, tentare di traghettare i lettori più sprovveduti verso orizzonti letterari diversi è il compito più arduo ma senz’altro più gratificante che attende un libraio. E spesso si riesce perché, se c’è una qualità che in questo tipo di cliente non fa difetto, è la consapevolezza di non conoscere; e il desiderio, se non si è trattati dall’alto in basso, di avvicinarsi alla Letteratura. E finalmente quella benedetta copia di Bianciardi, Borges, Borgese, Bufalino (il libraio, evidentemente, è ora alla B) lascia la libreria. Tutto sommato, la situazione è grave, ma non è seria. La Letteratura è sempre stata per pochi; oggi, almeno, la lettura è a portata di molti. E la sfida che ci vede tutti coinvolti è quella di emanciparci dal ruolo di semplici fruitori del libro per approcciare al mondo della Letteratura; si può solo crescere.
Ma mi rendo conto che per chi ama i libri dal di fuori, o meglio, dal solo dentro che conosce – i propri libri, e i libri che gli piacciono, la Letteratura che tenta di fare e la grande Letteratura, quella dei nomi altisonanti che si amano svisceratamente – dev’essere spiazzante, e irritante, entrare in una libreria. Ci si aspetta di trovarsi di fronte ai libri di Fitzgerald, Volponi, Chatwin e Savinio e invece si è circondati di faccioni di personaggi televisivi, cinematografici, star più o meno famose che tutto sono fuorché scrittori, e quasi viene da indignarsi. Di recente l’ultimo della schiera è stato Raffaele La Capria che sulle pagine del Corriere della Sera ha denunciato la questione (http://archiviostorico.corriere.it/2013/gennaio/14/invasione_degli_scrittori_alieni_co_0_20130114_cff2bad6-5e14-11e2-827a-32bcfd27f764.shtml ).
La polemica, naturalmente s’è estesa, e qualche giorno dopo l’ho sentito intervistato a una trasmissione radiofonica (Fahrenheit). Nell’articolo e nella successiva intervista l’autore di Ferito a morte lamentava la condizione della Letteratura messa ai margini appannaggio di un numero di "libroidi" – così li apostrofava – ovvero i libri degli alieni, di coloro i quali scrittori non sono e nonostante questo la fanno da padrone in libreria.
Ma, mentre ascolto la trasmissione radiofonica, sento che il bello deve ancora venire. Mancava poco; di solito c’è, come la noia, è sempre in agguato Eccolo: la parola ora passa allo snob. Che ci posso fare, li adoro io gli snob! Sì, certo, da principio risultano indisponenti. Ma, a farci l’abitudine, a sentire le loro lamentele stantie, la loro impalpabile presenza, il loro pessimismo ormai di maniera – quasi fosse una recita perpetua, un mausoleo di parole eretto in omaggio al sacro totem dell’insoddisfazione cronica – alla lunga ispirano simpatia, tanto appaiono grotteschi nel loro nichilismo fuori dal mondo. È il loro ruolo, d’altra parte; un po’ ingrigito dagli anni, forse, ma magnificamente tratteggiato nei suoi contorni.
Immaginiamocelo con la sua aria dolente; e con un tono di voce pacato, dal momento che la passione si è andata stemperando negli anni e, con essa, anche la forza di gridare al mondo il disgusto per le cattive letture. Sì, perché il nostro eroe – meglio, antieroe – sale in cattedra soprattutto quando si parla di libri. Eccolo, sicuro di sé, tirare fuori i luoghi comuni più scontati: “… si dovrebbe ragionare intorno al ruolo della Scuola”. Beh, siamo partiti un po’ in sordina; bisogna pazientare, l’indignazione ha i suoi tempi. “Le grandi case editrici impongono i titoli nelle librerie”. Niente male questa, il vittimismo è il sale dello snobismo. Può fare di meglio, però: “In Italia non legge più nessuno!”: eccezionale! Ora lo riconosco, si sta scaldando. Ma non è tutto, lo sento, sta per dire di peggio, e lo dirà, non si trattiene mai lo snob: vai, vai: “Non se ne può più di questi libri alla moda! E della gente che entra in libreria e compra quello che vede alla televisione!”. Grande!
Ah, sì, un autentico orgasmo! Forse è per questo che mi piace ascoltarli, mi riportano al baldanzoso onanismo della mia adolescenza: una serie d’immagini tirate fuori ad arte per dare piacere a se stessi, a dispetto della realtà. Bene, ringraziamo lo snob e torniamo sulla Terra.
Cito alcuni dati. Del primo libro di Calvino fu stampata una tiratura iniziale di millecinquecento copie. Oggi, la tiratura minima di un libro Mondadori si aggira intorno alle diecimila copie. Non è tutto. L’Associazione Italiana Editori ha fornito questo dato: negli ultimi cinque anni i lettori occasionali entrati in libreria per acquistare un libroide sono usciti con 1,27 libri; che vuol dire che per ogni cento libroidi si vendono ventisette libri di catalogo. Insomma, mi sembra che siamo alle solite, uno snobismo di fondo impedisce una serena ed equilibrata analisi del problema, a tutto vantaggio delle solite frasi fatte e delle previsioni più apocalittiche. Mentre, per quanto riguarda i librai – perché è sui librai che bisogna scommettere, e investire, se si vuole ottenere un reale cambio di rotta (e non sul "commesso" di libreria: il "commesso" di libreria, in quanto tale, non c’entra: si senta libero di fare le sue 6,20 ore al giorno) – non occorre far altro che continuare a metterci il cuore, la preparazione e un pizzico di autoironia (che non guasta mai), per trasmettere con tutta la passione possibile il tesoro che è dentro i libri.
Ma prima della passione per i libri occorre una passione ancora più grande e un rispetto maggiore per la gente, che viene sempre prima dei libri. Chi ne è sprovvisto è pregato di farsi da parte. Non c’è posto in libreria per i pessimisti.  

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