“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Giovedì, 31 Gennaio 2013 19:59

Fallirò di nuovo. Fallirò meglio

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“Non c’è nulla di più comico dell’infelicità”. Note garbate di archi accompagnano l’occhieggiare dei proiettori in sala, poi buio, poi la scena. Due bidoni di rifiuti radioattivi, abito e ricetto di Vladimiro ed Estragone.
Il volto, i volti, di Beckett campeggiano sullo schermo al centro della scena, quasi più reale, sebbene allo stato di immagine, dei due irreali personaggi in carne ed ossa, che presentano l’autore attraverso le parole delle sue interviste e delle sue opere. Necessario, previsto straniamento.

Il pubblico che gremisce la sala sa di andare incontro all’assurdo e sa che nocchieri del viaggio sono due capitani di lungo corso nelle acque della parola (e non parola) agita sulla scena. Accoglie fremente il pubblico Respiro. Il vagito e il rantolo. Senza soluzione di continuità. Segno tangibile dell’istantaneità della vita umana, la sua caduca velocità misurata sulla scala del fluire eterno della vita, bios e zoe, particolare e universale.
Senza cuciture gli atti unici si susseguono, separati dall’aprirsi e chiudersi del sipario.
Improvviso dell’Ohio, scritto per l’università di Columbus che aveva invitato l’autore per il suo 75° compleanno. Scena quasi nuda. Due personaggi seduti ad un tavolo bianco. Indossano entrambi una lunga palandrana nera e lunghe chiome canute, quasi argentee. Il Lettore (Glauco Mauri) legge un libro all’Ascoltatore (Roberto Sturno). Legge, o meglio recita, e l’altro lo ferma, di tanto in tanto, con due bussate delle nocche inguantate di nero sul tavolo, lente e sonore, secche e paralizzanti come i rintocchi di una campana a morto. Il Lettore allora si ferma e ripete, cambiando intonazione, finché l’Ascoltatore, con un singolo tocco questa volta, fa proseguire la lettura, La parola letta sostiene il dolore dell’assenza (di Suzanne Dechevaux-Dumesnil, la moglie di Beckett, mai nominata nel testo, dove si allude ad una donna misteriosa), qualsiasi parola, il lento fluire delle frasi riempie o tenta di riempire il vuoto e lo sgomento.
E poi Atto senza parole. Ritorna alla mente una delle frasi ascoltate durante il prologo: “Fallirò di nuovo. Fallirò meglio”. Inanità del vivere, inanità degli sforzi. Un uomo (Roberto Sturno), come un burattino senza fili, illuso, convinto di autodeterminarsi, ma in realtà eterodiretto (da chi? un’entità divina? Il destino? Il caso? Il caos comico?), in questo caso da un fischietto, che accompagna l’entrata in scena di oggetti vari, in una sorta di circo dell’assurdo. L’uomo clown corre da una parte all’altra, cade, si rialza, cade ancora, si fa beffare mille volte, novello Tantalo, a rincorrere una brocca di acqua che sempre si allontana. Infine rinunzia e siede in terra a gambe larghe, indifferente a tutto. Lontani i tempi in cui il pubblico, proprio a Napoli, rumoreggiava e inveiva contro questo genere nuovo di teatro, spiazzante e anarrativo, e tuttavia scroscia quasi liberatorio l’applauso, a sancire la fine dell’atto.
Infine L’ultimo nastro di Krapp, ovvero Glauco Mauri e se stesso, l’attore in scena e la sua voce, registrata su una bobina più di 50 anni fa (era il 1961). Una vecchia scrivania ingombra di scatole, un sediolone a dondolo, un lume pende sul tavolo. Il vecchio Krapp si alza, caracollante, con le scarpe troppo lunghe, trascinando i piedi. Cerca affannosamente in un grosso e polveroso registro e infine lo trova, il riferimento a ciò che cerca (cosa cerca?), “bobina 5”. Ora c’è da trovare la scatola 3, nella quale è conservata la bobina. Getta furiosamente, con foga febbrile, tutto per terra. Restano sul tavolo solo la bobina e il magnetofono. La sua voce, registrata il giorno del suo 39° compleanno. Il passato e il presente che dialogano, o meglio monologano, perché le due voci che si alternano non dialogano, ma si alternano come un’unica voce. Krapp è uno scrittore, ma non scrive con la penna, piuttosto ha affidato nel corso degli anni le sue parole ai nastri magnetici, le bobine. Storie. Rievocazioni. L’uomo è sommerso dai ricordi, fisicamente, raccolti nelle bobine chiuse nelle scatole. La polvere del tempo, la polvere di una vita, sembrano ormai cristallizzate su di lui. Ricordi. Una vita passata. Un amore. Rancori. Dolori. Il gioco della memoria viene attivato passivamente dal nastro, non trasposizione del ricordo, sublimazione, travisamento, rimozione, ma ascolto dell’hic et nunc reso eterno dal supporto magnetico. Infine la voce si tace. Il nastro si interrompe. Anche il giovane Krapp è andato via, inghiottito dal tempo, risucchiato nella polvere del tempo. Krapp è da solo, nella sua “tana” di scatole e bobine. Tutto è inutile, tutto è già stato.
Teatro non semplice, non immediato, ma tale è la vita, difficile, complicata, angosciosa e beffarda. Beckett lo sa, ciascuno di noi lo sa, donde l’empatia, la compassione per la fragilità e inanità della condizione umana, che si risolve in guizzi di riso e ammutoliti silenzi.

 

 

Da Krapp a Senza parole

di Samuel Beckett

traduzione Carlo Fruttero e Franco Lucentini

con Glauco Mauri e Roberto Sturno

regia Glauco Mauri

luci Gianni Grasso

impianto scenico Francesco De Summa

musiche Germano Mazzocchetti

lingua Italiano

durata 110’

Napoli, Teatro Nuovo, 30 gennaio 2013

in scena dal 30 gennaio al 3 febbraio 2013

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