“In coscienza, Kàtja, non lo so”.

Anton Pavlovič Čechov

Sabato, 26 Gennaio 2013 20:00

Profili urbani e umani. L'arte di Alessandro Valeri

Scritto da 

C’è sempre qualcosa di misterioso che fa sì che la fotografia produca effetti imprevisti nello spettatore. Certo si potrebbe discutere sulla capacità che soltanto lo strumento fotografico dà di cogliere in profondità l’essenza dell’attimo, di quell’attimo che non esiste nella realtà, essendo il reale un continuo fluire e un continuo eccedere di ogni attimo in quello successivo, oppure raccontare la capacità della fotografia di descrivere un volto, sostituendo in questo senso il ritratto pittorico che tanto ruolo ha avuto nella storia dell’arte moderna, di un volto che, colto dall’occhio del fotografo, non è soltanto ripetizione della realtà ma già sempre interpretazione significante.

Si potrebbe insomma (ma il nostro tentativo è stato soltanto accennato) discutere a lungo sulle possibilità dello strumento, anche inteso nella sua forma classica, astraendo dunque dalle possibilità del digitale (lì, forse, si entra in una forma d’arte ancora differente), si potrebbe ma non è il nostro intento. Oggi, le fotografie a cui abbiamo assistito hanno avuto la potenza di raccontare una storia e di descrivere dei luoghi, di farci incrociare volti, di determinare i significati della città o dell’architettura, il tutto reinserito all’interno di un discorso altro, il tutto come un’unica narrazione in cui lo spettatore è invitato a riempire, con la propria sensibilità e con il proprio logos, ciò che la fotografia per natura non può (e non vuole e, soprattutto, non deve) dire.

E così, senza neanche accorgercene, ci siamo ritrovati catapultati nella New York che ha visto gli ultimi anni di vita di Warhol o di Basquiat, la New York degli anni ’80, raccontata non nelle sue luci sfolgoranti, nel suo falso e odioso ottimismo reaganiano, raccontata non per ciò che già sempre riconosciamo in lei e che ne fa il simbolo nel bene e nel male della nostra contemporaneità. La New York a cui abbiamo assistito, quella inserita insomma nella narrazione di questo grande fotografo, è quella di un negozio di Little Italy che vende specialità italiane (mozzarella, “soprssate” – l’errore in quest’ultima parola è la trascrizione fedele dell’insegna), all’ingresso del quale un afroamericano e una donna orientale si tengono sottobraccio, oppure quella di una grossa autofficina di China Town con lo sguardo penetrante di un cinese all’ingresso, o ancora, perché anche i muri e gli edifici di una città ne raccontano la storia sociale, fabbriche in disuso (come quella della Colgate) o palazzine popolari e fatiscenti con finestre cadenti e arrugginite scale antincendio, ma anche strade affollate di China Town o arterie trafficate, sommerse da smog e automobili, che nell’immobilità della foto raccontano la costanza del loro assiduo fenomeno, poi vedute di palazzi in cui si affastellano in maniera disordinata “arte vittoriana” e “arte decò”, oppure i “mitici” ponti e l’ancor più “mitica” Statua della Libertà, infine negozi di liquori, un bar per surfisti (?!) con nell’insegna due grosse tavole da surf che racchiudono una grossa struttura a imitazione di un’onda oceanica, ingressi di case e un bambino afroamericano che gioca a baseball per strada. La potenza di queste immagini è resa possibile anche dalla tecnica del fotografo, si tratta infatti di stampe su carta baritata ai sali d’argento applicate su tela, e dall’illuminazione e dall’allestimento che ne permettono una perfetta fruizione.

Se questa parte dell’esposizione rappresenta un racconto (poi le storie le inventa lo spettatore), un’altra piccola sezione presenta altre forme di utilizzazione dello strumento fotografico, se New York è oggetto di un “lirico” reportage, queste altre foto sono quelle che normalmente si definiscono “foto artistiche”, e allora abbiamo, su tutte, Rembrandt reverse (acrilico e stampa ai sali d’argento applicata su tela) in cui, attraverso un sapiente gioco dei chiaroscuri, molto accentuati ma morbidi, un volto sembra uscire dal nero dell’assenza, e si presenta allo sguardo dello spettatore, irriconoscibile e potente, gli occhi ancora immersi nel buio, con tratti di pittura a ricordare le linee di fuga essenziali dell’immagine, tratti di pittura che sembrano incidere la purezza formale dell’immagine, costringendoci a una strana percezione dissonante.

Infine, e così si conclude l’esposizione, due ritratti “famosi”, Naomi Campbell nelle vesti di un angelo nero, nuda e in posa raccolta, con grosse ali nere che le spuntano dalle spalle (Le ali, stampa cromogena), e Valentino Rossi, denso e sensuale nel suo ritratto con una rosa tra le labbra (La rosa, stampa cromogena).

Insomma, l’opera di un grande fotografo, di chi conosce a tal punto le potenzialità del proprio strumento da poterne fare qualsiasi cosa, di chi riesce a raccontare paesaggi urbani e personaggi famosi, sempre da una propria prospettiva e con la maturità di un’esperienza vastissima.

Veramente un gran bel panorama. Il nostro giro, poi in quel giorno, sarebbe continuato attraverso la scoperta di altre mostre al PAN. Racconto questo che, forse, riempirà altre pagine del nostro taccuino.

 

Panorama

di Alessandro Valeri

PAN – Palazzo delle Arti di Napoli

Napoli, dal 23 gennaio al 23 febbraio 2013

Lascia un commento

Sostieni


Facebook