"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Giovedì, 07 Agosto 2014 00:00

Storia di un concerto

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Otto del mattino. La sveglia suona, mi alzo, mi vesto e dopo meno di un'ora sono in auto: destinazione Agropoli. È sabato, il secondo giorno del Mess.App Coast Festival. Dopo aver affrontato l'epopea della Salerno-Reggio Calabria, l'autostrada incompiuta da tanto di quel tempo da fare parte della mitologia greca antica, le acque del lungomare San Marco di Agropoli mi offrono rifugio dalla calura fino al pomeriggio. Alle 18.00 sono lì, davanti ai cancelli dello Stadio Raffaele Guariglia, e in coda si aspetta con calma. Molta calma. Forse un po' troppa: non siamo tanti, e il sole che pian piano scende sopra di noi fa sudare non poco (anche se non sembra, è pur sempre estate), ma c'è da attendere un po'.

Alla fine ci lasciano entrare, e dopo aver superato la sicurezza (dei ragazzoni ben messi che hanno diligentemente fatto gettare oggetti potenzialmente contundenti a tutti), mi accomodo sul prato, proprio a pochi metri dal palco (e sì che arrivare presto ai concerti paga). C'è però da dire che ci rimango un po' così all'inizio: solo poche decine di persone entrano dopo di me, e c'è tutto lo spazio del mondo per sedersi per terra su un telo ad aspettare. Intanto tutti assistiamo al soundcheck e osserviamo la scenografia: ai lati del palco tralicci della corrente in stile Route 66 e poco prima dello sfondo un ponticello, in una fattura più orientale, davanti al quale i musicisti litigano coi volumi e le casse-spia.
Trascorse un paio d'ore a scattare foto, guardarsi intorno e sorseggiare (si fa per dire) una birretta niente male, si dà il via alle danze. Apre la nostra serata Maldestro, il cantautore napoletano che lo scorso dicembre ha vinto il premio De André con il suo brano Sopra il tetto del comune. Dalle prime note le mani di quei "pochi ma buoni" tengono il tempo con entusiasmo, e quasi tutti seguono le strofe e cantano con lui i testi ricchi di significato, ma leggeri, orecchiabili. Maldestro non la manda certo a dire, sia che si tratti di temi a sfondo sociale che di amori particolari oppure di testi di denuncia, e devo dire che il ragazzo ha tutte le carte in regola per fare il botto in questo mestiere, la musica, in un momento dove un po' di sana chiarezza e coerenza nelle opinioni serve e fa bene.
Maldestro è però solo l'antipasto: il sole è ormai quasi calato, il prato dello stadio comunale agropolese ha iniziato finalmente a popolarsi. Guardandomi attorno vedo persone di ogni età, giovani e meno giovani, genitori con figli, coppie che si stringono teneramente la mano negli ultimi sospiri del tramonto. Tutto è tranquillo per pochi minuti, almeno fino a quando non arrivano loro: calcano il palco James Senese e i Napoli Centrale, e senza indugiare un attimo scatta la scintilla.
Sassofono, batteria, basso e tastiere: non serve altro perché la piccola folla del Messap si scateni. La voce di Senese, calda, avvolgente, colpisce dritto al cuore. Le sue mani agili scivolano come acqua lungo la tastiera del sax, in una cascata di note che non si ferma mai. Sotto al palco (lì mi trovo e credo profondamente che sia da lì che vada vissuto ogni concerto) trombe e bassi riempiono la cassa toracica, un battito diverso che minuto dopo minuto armonizza il tuo. I Napoli Centrale sono un fiume che travolge e coinvolge senza tregua, ora un jazz, ora un accenno di rock, che ti entrano dentro, ti ipnotizzano, e Senese sul palco balla, canta, suona: tutti gli occhi sono per lui. Lassù la musica è anche divertimento, e si vede. Nella mai abbastanza lunga scaletta che hanno eseguito c'erano Malasorte, Maria Maddalena (scritta con Lucio Dalla e censurata dalla Chiesa), Cammenanne, Int'a nuttata e tanti tanti altri pezzi ricchi della vitalità e delle cicatrici di chi suonava. Le cose belle però hanno sempre una fine, purtroppo. Senese si ferma, i Napoli Centrale pure, salutano, ringraziano il pubblico che esplode per loro e tornano dietro le quinte. Alla loro uscita il palco cambia completamente faccia: gli strumenti che c'erano fino a poco prima spariscono (mai visto smontare una batteria così velocemente) e un piccolo plotone di tecnici toglie cavi, fa spazio e inizia lo show. Quello di Alessandro Mannarino.
Buio in scena e al microfono appena piazzato al centro della scena arriva lui, di nero vestito, chitarra e cappello compresi preceduto dalla piccola orchestra infilata in onirici costumi di scena, e parte la prima canzone, il primo viaggio, il primo delirio della folla. L'impero, dal suo nuovo album Al monte, è il primo mattoncino giallo di quella strada che ci porta nel mondo-Mannarino, che sta al centro del palco non come un cantante, ma come un narratore che racconta le sue storie a un gruppo di amici. Deija e quello che segue, e la sua voce un po' roca viene sostenuta dal pubblico, quasi su ogni strofa. Le cose perdute, Gente, Marilou, Osso di seppia, Signorina, Malamor, Statte zitta, ogni brano è quasi un acquerello, un dipinto a tinte fosche della nostra realtà, accompagnato da ritmi ora da balera, ora stile charleston anni '30, ora in lente ballate, indizi visivi di quello che per il cantante è il nostro mondo. E la folla è tutta per lui – e in fondo tutti lo chiamavano alla ribalta già da tempo – e si scioglie le membra sulle note di ogni canzone, che non stancano, ma ti fanno venire voglia di ballare, di muoverti e di perderti con lui. Lo spettacolo messo su non è mai banale: veloce, legato, quasi senza sosta i musicisti entrano, escono, cambiano strumento, si travestono ed entrano a far parte della canzone. Tutto questo in un crescendo, che arriva alla cima della montagna e poi torna giù, a fondovalle, per chiudere la serata con Al monte, una dolceamara favola della buonanotte tutta per noi.


 

 

Mess.App Coast Festival
Maldestro
James Senese e Napoli Centrale
Alessandro Mannarino
direttore artistico Giuseppe Macchia
foto Francesca Pizzo
Agropoli (SA), Stadio Raffaele Guariglia, 2 agosto 2014
in programma dal 1° al 3 agosto 2014

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