“Cunto cantanno schiante... / Chiagne scuntanno cunte... / Sconto cuntanno chiante... / Schianto cantanno... punto”.

Mimmo Borrelli

Martedì, 29 Luglio 2014 00:00

La danza degli Insubri

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Sundance, ossia danza del sole, uno dei rituali religiosi più impressionanti praticati da alcune culture di nativi del Nordamerica (come i Lakota), che prevede la pratica dell’autotrafittura fino alla lacerazione della carne. La simbologia evidente è il ricongiungimento dell’uomo alla dimensione spirituale rappresentata dall’albero attorno a cui si danza, e a cui si è legati da corde di cuoio che ad un’estremità sono provviste di rametti che trafiggono i pettorali dei danzatori. Dolore e annullamento di sé per ristabilire un equilibrio che preluda ad una rinascita.

Rinascita musicale per Massimiliano Vita e Davide Pilicanò, musicisti provenienti da singole esperienze e incontratisi a fine 2012 per dare inizio al progetto Sundance per l’appunto. Rinascita anche stilistica (a detta loro) con la riscoperta di una dimensione acustica che sottolinea meglio l’apporto specifico di ognuno e contemporaneamente l’affiatamento artistico. Monicker e titolo dell’album (e relativa, divertente, copertina) danno le coordinate principali per collocare l’epicentro di riferimento dei due: il rock americano che dal sud e dalla costa ovest dei Sixties è risalito (geograficamente) fino a Seattle e ridisceso (temporalmente) ai Nineties. Un’attitudine resa evidente dal modo di cantare di Massimiliano (Max), con la voce duttile a sondare i registri alti di vocalist quali Eddie Vedder o Chris Cornell o a situarsi in zone centrali e sussurrate, tipiche dei folksinger. Non è solo questione di voce: anche le linee melodiche dell’acustica e dell’elettrica guardano alle ballads dei gruppi rock (alternativi e non) americani. Un mood che informa l’album con i suoi riferimenti anche testuali. Ma ad analizzare con un minimo sguardo etnografico, ogni festa presenta sempre più di un aspetto o motivazione. E così la musica che il duo di Gallarate propone in questo House of the Sun (etichetta Alka Record di Ferrara) denuncia chiare influenze d’altra natura. Accanto alla matrice americana d’impronta Nineties c’è spazio anche per la vecchia scuola West Coast e per Neil Young, ma anche per reminiscenze di folk inglese, compresa un’attitudine all’economia esecutiva specifica del cosiddetto new acoustic movement di matrice europea, il tutto accompagnato da una propensione alla scrittura di definite tessiture melodiche (derivanti dall’esser i due comunque nati e formatisi nel belpaese, il che non è uno svantaggio).
La voce di un nativo americano che canta la tradizionale preghiera lakota Mitakuye Oyasin (“tutto è connesso”) apre l’omonimo primo brano, in cui il canto di Max dà subito prova delle sue capacità passando da toni sommessi a note alte con estrema duttilità, mentre su un tappeto scandito dal basso i synth disegnano un’atmosfera notturna. Note di piano introducono la dolente ballad scelta come singolo (con relativo video visibile su youtube) Oh my God, arricchita da un ottimo assolo spacey dell’elettrica di Davide. Life drammatizza il contesto acustico con il raddoppio dell’elettrica accanto all’acustica, mentre il canto di Max si fa aspro e intenso. Un’intro più britannica che americana apre Follow the Wolf, impreziosita da un coro femminile, ma la psichedelia che ne permea ritmo e melodia è stata patrimonio comune alle due sponde dell’Atlantico. Elettrica ed acustica scrutano come cani randagi tra i vicoli di una ghost town di frontiera per il primo strumentale Gipsy Dogs – il secondo è il crepuscolare brano di commiato Violet – prima dell’eponimo inno acustico al dio del giorno (House of the Sun). La bella voce di Cinzia Mai si accompagna a quella di Max per il duetto di Ocean, per chi scrive la vetta del disco, con l’elettrica a segnare un inquieto controcanto. Spazio per un’inedita versione di Billie Jean del compianto re del pop (che di sicuro avrebbe apprezzato!), e poi ritorno alle proprie vocazioni musicali con Reachin’ my Roots, screziata da echi di CSN & Y. Society è una confessione pacata che guarda al Mark Lanegan meno oscuro e più conciliato.
In definitiva un buon esordio che dimostra una maturità esecutiva e di arrangiamenti pienamente raggiunta. Proprio per le indubbie qualità dei due musicisti consigliamo che il prossimo lavoro osi di più sul piano della produzione, magari rendendo il suono più elettrico e accelerando in qualche caso il ritmo. Anche la scelta di un sound in generale meno centrato su modelli di riferimento ricorrenti quali la scena di Seattle (e giù di lì) ma più aperto al recupero (come peraltro già evidenziato) della musicalità psichedelica originaria o indie rafforzerebbe le premesse per un sicuro successo.

 

 

 


House of the Sun

Sundance
voce e chitarra Massimiliano Vita
chitarra Davide Pilicanò
voce in Ocean Cinzia Mai
etichetta Alka Record
anno 2014
tracklist 1. Mitakuye Oyasin; 2. Oh my God; 3. Life; 4. Follow the Wolf; 5. Gypsy Dogs; 6. House of the Sun; 7. Ocean; 8. Billie Jean; 9. Reachin’ my Roots; 10. Society; 11. Violet

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