“Perché tu mi dici: poeta? Io non sono un poeta. Io non sono che un piccolo fanciullo che piange”

Sergio Corazzini

Martedì, 15 Gennaio 2013 01:00

Accade, in un'Italia 'perbene'

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In un’Italia ‘perbene’ certe cose accadono. In un’Italia ‘perbene’ accade di vedere e far finta di niente. Di sentire, e convincersi di aver ascoltato male. Di capire, e di sottomettersi all’ipocrisia del fraintendimento. Ne va del pane, della tranquillità, talvolta della pelle.
In un’Italia ‘perbene’, si fa e non si dice. Si dice quel che non si fa.
E si sorride perché, se i tempi sono questi, è sempre colpa degli altri. Come se il libero arbitrio, e la libera responsabilità civile, fossero un gioco a batteria.

In quest’ Italia ‘perbene’ imparano a sopravvivere e a farsi forti, a scuola di omertà e cotillons, Tom e Alex, due guardie del corpo. Il corpo su cui vigilare è quello del Presidente.
Vita dura, questa, per chi pensa che per un ruolo di simile responsabilità sia richiesto un curriculum di tutto rispetto. Come la vita di uno di questi due giovani, un carabiniere ‘scelto’, cui l’altro impone di comprendere che, se è arrivato fin lì, un motivo c’è: si sarà scomodato di sicuro "qualcuno di importante".
Non importa più sapere cosa si è stati un tempo, quello del terrore, dei giorni lenti delle missioni, dove far salva la vita era l’unica speranza possibile. In fondo l’altro aveva un’altra formazione, quella dei tempi del servizio di vigilanza ai grandi magazzini. Evidentemente, un’altra formazione.
Vita dura, quella delle due guardie ‘scelte’ e lautamente pagate per guardare, tacere e difendere.
C’è da guardare l’impietoso spettacolo di una scena che si ripete, fatto di spostamenti e tempi concitati, di bagordi dove la dignità umana dimentica di aver avuto un posto nel mondo. Dove il privato diventa vergognosamente pubblico ed il pubblico (dovere) meno che mai privato.
C’è da tacere tutto quanto si vede, ma proprio tutto. E c’è da difendere lo stesso tutto, in nome di una dignità ‘perbene’. Difenderlo anche dalla voracità dei giornalisti, solidali tra loro ed affamati di notizie (magari nuove) che, se non si fa in fretta a saziarli, c’è il rischio che "mozzicano".
Ogni tanto, poi, qualcuno si ribella. Come la studentessa che fugge via da una cena che credeva ‘innocente’. Si ribella, forse alla ricerca di una strada diversa per emergere, raccontando la verità in un monologo dai contenuti di certo non nuovi nell’Italia degli ultimi tempi, dove gossip e fatto quotidiano si rincorrono, senza troppa fatica, per avere la stessa identità. Si ribella, tristemente, forse solo per quindici minuti di celebrità (stando alle profezie di Warhol).
Dialoghi e monologhi, spesso intrisi di rischiose pause lunghe e ravvicinate, coloriti da tessuti dialettali (Napoli e Roma vi si prestano con buona efficacia), si alternano su una scena volutamente essenziale. Essenzialmente nuda, come la verità ben raccontata, ed interpretata, con ironia. Nuda perché nessun velo potrebbe restituirle pudore. Ci vorrebbe il futuro.
Una verità così raccontata, come per riderci su. Stavolta non dimenticando di pensare.
In un’Italia perbene, deve accadere di imparare a pensare. In guardia per un corpo: il nostro.

 

Le guardie del suo corpo

di Mario Gelardi

regia Mario Gelardi

con Raffaele Ausiello, Carlo Caracciolo, Irene Grasso

produzione Ass. Decimo Pianeta

in coproduzione con I teatrini e NESTT

costumi Giovanna Napolitano

grafica e fotografia Carmine Luino

Caserta, Teatro Civico 14, il 13 gennaio 2013

in scena il 12 ed il 13 gennaio 2013

 

 

 

 

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