“Tanto per incominciare, i fratelli De Rege erano napoletani di Caserta...”.

Nicola Fano

Domenica, 20 Aprile 2014 00:00

The Zen Circus live: Viva

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Oggi è venerdì 18 aprile fa freddo e sono tutti incappottati e un po’ rigidi alla Casetta della Musica prima di iniziare con gli Zen Circus. La Casetta della Musica è un luogo un po’ così: un tendone buio, disadorno, non particolarmente capiente ma nemmeno il contrario, funzionale. Appena entri il palco te lo ritrovi sulla sinistra e il bar in fondo a destra. Gli Zen Circus invece sono un’esplosione di energia, humour, colore, che quando li vedi ti spieghi subito del perché ti piace tanto la musica, e la risposta è che dalla musica cerchi energia ed empatia. Io li ho già visti pochi anni fa nella sala piccola del Duel:Beat, in un concerto di quelli che ti ricordi in cui proponevano il loro primo album tutto in italiano (i precedenti sono cantati in gran parte in inglese) dal titolo eloquente: Andate tutti affanculo (Unhip/La tempesta, 2009). Oggi li rivedo e l’impressione è sempre uguale: sono proprio bravi gli Zen Circus.

Questa volta sono in tour per l’album Canzoni contro la natura (La tempesta, 2014), e infatti si comincia proprio con la title track che è preceduta dalla voce di Giuseppe Ungaretti presa da Comizi d’amore, film-documentario del 1965 di Pier Paolo Pasolini, voce che spiega come mai “tutti gli uomini sono, in un certo senso, in contrasto con la natura”, e come dargli torto…
Il gruppo
1 – è composto da Andrea Appino, Karim Qqru e Massimiliano “Ufo” Schiavelli;
2 – ha pubblicato il primo album nel 1998 (About Thieves, Farmers, Tramps and Policemen);
3 – ha collaborato con gente di una certa statura internazionale tipo Brian Ritchie che ricordiamo nei Violent Femmes (Villa Inferno, Unhip Records, 2008, è un album di quelli che se non ci fossero mancherebbe qualcosa);
4 – è fra le maggiori realtà della scena indipendente italiana;
5 – dal vivo spacca.
Lo scrittore canadese Douglas Coupland in Generazione X definisce “pedanteria musicale” come “la mania al limite del patologico di voler classificare musica e musicisti all’interno di categorie infinitesimali”; ebbene occorrerebbe una tale mania per classificare gli Zen Circus andando oltre l’insoddisfacente limitante categorizzazione di “gruppo folk-punk-rock”.
Comunque mentre io mi guardo intorno pallido e assorto, Appino chiede “quanti ventenni ci sono?” e le urla appaiono indicative, ce ne sono molti di ventenni, e io li guardo e penso “belli i sorrisi puri e distesi dei ventenni”, e così parte la canzone Vent’anni che parla di uno che aveva solo vent’anni appunto e faceva cose di quell’età per dimostrare che alla fine a vent’anni si fanno cose che magari se uno ci pensasse ma appunto a vent’anni che vuoi starci a pensare? In tutto questo il pubblico non è più intirizzito, continua a saltare e urlare e, al centro, un assembramento si abbandona più volte alla sublime arte del “pogo”.
Qui mi devo fermare un momento: c’è da dire del “pogo”. Dice l’immarcescibile wikipedia che il “pogo” è una specie di ballo collettivo che si fa durante i concerti rock, io dico che è un momento in cui c’è musica tosta e la gente ha voglia di fare casino scontrandosi spalla e spalla l’un l’altro spingendosi urlandosi magari bagnandosi con acqua o altri liquidi accettabili ecc. ma nel pieno rispetto del fairplay, una sorta di “momento rugby” in uno “spazio rugby”, tutto ben delimitato, tutto controllato, se uno cade viene subito aiutato, nessuno vuole far del male a nessuno, forse tutti si amano. E così io mi butto nella mischia, forse per rimembrare i vent’anni passati, forse per sentire più caldo, forse semplicemente per divertirmi, e quando sei dentro al “pogo” c’è una cosa che assapori in particolare: quell’odore non di semplice sudore, ma di vaporoso sudore, di fiati e corpi disciolti dal movimento, di carne, di umano, un odore che non senti sempre, nella vita, un odore di sesso ma scevro di lussuria.
Riemergo dal “pogo” e ascolto: gli Zen Circus propongono molti pezzi dell’ultimo album, e qualcosa di vecchio, e ricordo tra le altre cose il momento in cui Karim Qqru lascia la batteria per sfoderare la mitica “grattugia gigante” in Ragazzo eroe: è soprattutto un vedere abbastanza inconsueto il Karim con la grattugia sul petto nudo al centro del palco. Rammento poi momenti di salutare ironia, tipo quando gli Zen si concedono una pausa e dalle casse vengono diffuse le notizie di TG Lercio. Poi momenti tanto rock come quando alla fine Appino scende dal palco per mischiarsi al pubblico e risale a suonare l’ultimo pezzo del concerto, Nati per subire, col quale concludo questa breve incompleta insoddisfacente divertita sofferta mistificata sincera ma non troppo testimonianza su una serata di musica alternativa abbastanza giovane abbastanza piacevole abbastanza e abbastanza memorabile.

https://www.youtube.com/watch?v=8ioXsRs0_Ok

Anzi no, preferisco concludere con una nota più diciamo nostalgico-malinconica.
Viva.

https://www.youtube.com/watch?v=8ioXsRs0_Ok


 

 

 

The Zen Circus
chitarre e voce
Andrea Appino
batteria e cori Karim Qqru
basso e cori Massimiliano “Ufo” Schiavelli
opening act: Giovanni Truppi
Napoli, Casetta della Musica “Federico I” c/o Teatro Palapartenope, 18 aprile 2014

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