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Venerdì, 18 Aprile 2014 00:00

Il giudizio del Dente

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La platea come un salotto, con le sue poltroncine di velluto rosso. Il palco come l’interno di un appartamento, con drappi rossi  alle pareti, lampadine penzolanti, piantane, tappeti e porta d’ingresso. Da lì entra in scena Dente, appende giacca e cappello all’attaccapanni, imbraccia la chitarra e comincia a suonare.

Ascoltare una canzone di Dente è come entrare in casa propria, sprofondare nella poltrona preferita e, sorseggiando un buon tè, guardare fuori dalla finestra la pioggia che scende.
Malinconico, divertente e profondo, ironico e serio. Camicia e gilet, emaciato e affilato nel fisico, diafano, gli occhi scavati in vistose occhiaie, sembra disegnato dalla fantasia di Tim Burton, con quel ciuffo che sfida la forza di gravità, portato senza prepotenza, con nonchalance, e che fa tanto personaggio dei fumetti. Semplice e diretto nel messaggio, ma originale come pochi. Pochi, gli accordi ripetuti − con alcuni passaggi armonici  e vocali che ricordano quel genietto di Sondre Lerche − a costruire partiture che non vogliono monopolizzare l’attenzione ma indirizzarla sui testi, disarmanti per la facilità con cui giungono al centro del pensiero, senza fronzoli e inutili orpelli. Dente vuol dire qualcosa, e lo dice. Punto.
Tra un pezzo e l’altro, qualche parola, con quell’inflessione che tradisce la provenienza. Autentico, anche nel dialogo col pubblico, sembra non aver filtri tra il pensiero e la parola, dice quello che gli viene in mente, a volte tronca le frasi a metà, come se stesse parlando tra sé e sé. Poi riprende il discorso, fa una battuta, ride con i suoi musicisti, accende una sigaretta: “Avevo una voglia di fumare!!”. Questo è Dente, questa la sua predisposizione, il suo approccio alla vita, che gli permette di possedere quello sguardo curioso e disincantato, quell’interesse per le cose del mondo.
In sala, il giovane pubblico canta le sue canzoni con posata partecipazione. Sorprende un po’ l’età dei suoi fans: d’accordo, le sue canzoni per lo più parlano di sentimenti, ma lo fanno con un linguaggio mai banale, senza soli cuori e amori, senza seioselei, senza Marchi andati via. Ti guardi attorno e vedi facce pulite e sorridenti tenere il tempo con le mani, e capisci che questo giovane cantautore ha colto in pieno le sensazioni di ragazzi  che per una volta non sono fanculo al mondo, ma “facciamo una casetta tutta come ci va/mettiamo il letto sul pavimento/che al mal di schiena ci pensiamo nell'aldilà“. Giuseppe questo lo sa, e forse per premiare tale seguito di fresca anima adolescenziale, registra tre pezzi eseguiti con la sola chitarra, in presa diretta, applausi e urla comprese, così da imprimere indelebilmente su nastro le emozioni del suo pubblico e renderle parte integrante delle sue stesse canzoni.
Finale stroboscopico: Dente indossa un cappello che riproduce, per l’appunto, la sfera che imperversava ai tempi della disco dance, e che, grazie allo spot indirizzato sulla sua testa, inonda di lucette la sala urlante, divertita dalla trovata. A dimostrazione che per fare musica di qualità non è necessario essere noiosi, impettiti e assennati, nel timore che la propria “arte” possa essere scalfita e distratta dal contesto: per dire cose serie non bisogna per forza essere seri, ma, magari, ogni tanto, è bene anche sapersi prendere un po’ per il culo.

 

 

 

Dente
voce e chitarre Giuseppe Peveri
tastiere Solo
basso e contrabbasso Nicola Faimali
batteria e percussioni Gianluca Gambini
abiti Doria 1905
Napoli, Teatro Acacia, 16 aprile 2014

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