“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Sabato, 05 Aprile 2014 00:00

Rock in poltrona

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Prosegue al Teatro Trianon la rassegna indipendente per la valorizzazione della musica campana  Palco Libero. Anche per la sesta serata, di scena martedì primo aprile, come di consueto, si sono alternate sul palco quattro band tra emergenti e formazioni già più o meno note al pubblico napoletano. Con uguale consuetudine, anche in questa occasione Palco Libero riesce a scovare talenti e portarli alla ribalta in un contesto di assoluto pregio.

Sarebbe auspicabile che tale ribalta facesse anche da  tramite per una maggior diffusione al pubblico, che, purtroppo, anche in questa occasione, scarseggia in numero. Ma di questo si è già parlato.
Il talento, dicevamo.
Il talento, questa volta prende il nome di Mathì. Cinque elementi, vestiti di tutto punto come nelle migliori serate di gala, in contrasto con la giovane età che spesso consiglia jeans stracciati e slogan stampati su t-shirt. Cinque ragazzi “per bene” quasi intimiditi dal contesto che li ospita: “Siamo abituati ad essere trattati male quando andiamo a suonare – esordisce ironicamente Francesco De Simone, cantante e leader – qui abbiamo addirittura i camerini!”. Dichiarazioni che fugano ogni dubbio sulla condizione che molti musicisti sono disposti a sopportare pur di ricavarsi un piccolo spazio in vetrina. Mathì è “un’idea poetico-musicale”, una commistione di “suggestioni metafisiche” che “sovrasta la realtà di immagini pure ed evocative fino a perdersi in esse”. Quello che colpisce è certamente la semplicità della composizione, che non è mancanza di complessità, o almeno non lo è nel senso negativo del termine, né assenza di originalità. Tutt’altro. La delicatezza degli ambiti di base creati in piano e synth e delle parti di chitarra in delay, sono incorniciate da un uso  creativo della batteria che sfrutta tutte le parti dello strumento, non solo quelle canoniche, e che crea atmosfere non convenzionali, coronate dalla bella voce di Francesco De Simone, che sa di saper cantare, ma che mai esagera, né cerca di essere prevalente: accompagna più che essere accompagnata.
L’impressione è di essere davanti, nonostante la giovane età, a dei musicisti già ben formati (e non solo da un punto di vista meramente tecnico), che hanno già piena coscienza del proprio suono e dei propri confini, entro i quali si muovono con sicurezza, anche nella scelta degli arrangiamenti.
Oltre ai Mathì, si sono succedute sul palco altre tre formazioni.
Ad aprire la serata erano stati gli Hank, nati dall’osmosi di tre pregresse esperienze decise a riunire i rispettivi background in un nuovo progetto. Le prime note tradiscono una certa predilezione per i volumi alti ed una certa predisposizione agli on/off dei pedali, che seguono l’alternanza strofa/inciso-pulito/distorto. Il che rimanda immediatamente ai Nirvana, non tanto quali manifesto del Grunge (che comunque subisce nella struttura e nel suono numerose varianti a seconda delle diverse interpretazioni date dalle tante band appartenenti al movimento), quanto nella scelta degli accordi, della loro sequenza ritmica e di quella tendenza molto personale di Kurt Cobain a calare di un semitono l’intonazione del cantato in chiusura di strofa. In questo, il cantante degli Hank, Edoardo Frigenti, potrebbe ricordare l’inarrivabile angelo biondo di Seattle, ma c’è qualche dubbio, in realtà, sulla reale intenzionalità ad approssimare l’intonazione. In generale qualche problema inerente all’attitudine al palco, forse l’emozione e qualche intoppo tecnico iniziale, hanno influito sulla resa della performance, che trova nonostante tutto momenti soddisfacenti soprattutto quando non abusa delle distorsioni: il suono pulito meglio si rapporta alla fattura dei testi e alla melodia del cantato, come in Ignobile, dove si raggiunge una giusto equilibrio tra la musica e la voce – ora piena e decisa – che, invece, sembra mancare altrove.
È poi la volta degli X-35, quattro giovani virgulti con tutto l’aspetto della boyband, anche a giudicare dal seguito di groupies posizionate in prima fila, a far tifo da stadio, e di parentela inneggiante dalle retrovie. La loro musica, presentata come “miscuglio non ben definito di suoni, generi, citazioni, anagrammi e puzzle pentagrammatici”, a giudizio di chi scrive, molto più semplicemente, assume i connotati dell’High School Rock, genere, questo sì, non ben definito, ma che riporta, per l’appunto, alle band che nascono nei comprensori studenteschi americani (stile American Hi-Fi, per intenderci). I ragazzi sanno stare sul palco, si dimenano, ammiccano, vengono avanti a mostrarsi al pubblico durante gli assolo. Questo si aggiunge ad una buona tecnica musicale di base e ad un’ottima intesa tra gli strumenti, che un po’ distoglie l’attenzione dalla sostanza dei brani, per la verità non esattamente innovativi, e dei testi (“Su di me sei grandine/ma verrà il sole a farti sciogliere”) che tradiscono quell’ingenuità compositiva frutto della giovane età.
A chiudere la serata, un gruppo non proprio “di primo pelo”. Sono gli hYdroniKa, terzetto nato nel 2004 con alle spalle tanta esperienza live e due album in studio. La line-up subisce negli anni varie trasformazioni. Gli ultimi recenti stravolgimenti hanno visto un cambio anche alla voce solista, con l’ingresso nella band di Francesco Vilone. L’approccio energico e vigoroso abbraccia vari generi e sottogeneri del rock, ma fa riferimento prevalentemente al metal, con puntate non rare verso l’epic metal, richiamato soprattutto nei frequenti sbalzi di ottava della leading voice. Nemmeno il miglior Joy Tempest avrebbe osato spingersi così in alto, conscio che la stecca, in quei territori sperduti lassù, è sempre in agguato. Pericolo che, per fortuna, almeno nell’occasione, è stato scongiurato dall’ottima performance di Vilone. C’è da dire che la tecnica canora è importante, ma non è l’unico aspetto di cui tener conto nell’economia generale di un brano: i pezzi, ottimamente eseguiti, non spiccano certamente per originalità, e la tendenza un po’ anni ’80 di Vilone, rilevabile anche nell’abuso di air guitar, non aiuta a svecchiare, ma anzi, ha vagamente il sapore dell’amarcord, che va benissimo se si parla di cover band, un po’ meno bene quando si ha intenzione di proporre brani originali.

 

 

 

Palco Libero al Trianon
(sesta serata)

Hank
Edoardo M. Frigenti (voce, chitarra)
Mario Carillo (batteria)
Michele Pappacena (basso)

Mathì
Francesco De Simone (voce, chitarra)
Antonio Marano (piano elettrico, glockenspiel e synth)
Gennaro Raggio (chitarra)
Raffaele Manzi (basso)
Gennaro Coppola (batteria e percussioni)

X-35
Stefano Granato (chitarra e voce)
Simone Ottaviano (chitarra solista)
Andrea Falvo (batteria)
Federico Falvo (basso)

hYdroniKa
Francesco Vilone (voce)
Filippo De Luca (basso)
Mario Fava (chitarra)
Vincenzo Provvido (batteria)

Napoli, Teatro Trianon, 1° aprile 2014

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