“Solo tu puoi mandare in scena quel ricordo. Proprio quello”

Nadia Terranova

Mercoledì, 02 Aprile 2014 00:00

Un carillon colpevole di ogni cosa, una band di Philadelphia e la fissazione per le scarpe

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Il mondo della musica, visto con gli occhi della critica, è qualcosa di assolutamente particolare e particolareggiato. Esso si compone di una serie di termini tecnici e complessi, per natura, ed etimologicamente bislacchi. È il caso dello Shoegaze, letteralmente guardarsi le scarpe che a sua volta dovrebbe rimandare ad una tendenza di stare sul palco volutamente distaccata ed introspettiva. La realtà, crudele, nel riportarci a sé, ci dice invece che i musicisti orbitanti nell’universo Shoegaze erano molto meno introspettivi di come la critica tutta volesse far intendere. Si perché quei musicisti non facevano altro che porre attenzione alle pedaliere che erano li sul palco per consentire di riprodurre numerosi effetti sonori, primo tra tutti il Feedback.

Siamo nei primi anni Novanta, nel Bel Paese la musica Rock e nelle mani di Gianna Nannini e Edoardo Bennato e dei loro echi da Notti Magiche. I fischi che i due, per la qualità sonora della canzone-inno, si meriterebbero, sono invece destinati al Dio del calcio che in quel di Roma capisce che gli Italiani non hanno senso estetico alcuno; il senso etico invece non l’hanno mai avuto. Ritornano le bombe, una addirittura tenta di estinguere l’ultimo esemplare italico di tricheco da talk-show, e di li a poco un latin lover degli anni '40 espertissimo di canzoni, si sarebbe manifestato. Insomma, il Bel Paese brillava sotto ogni punto di vista.
Tutto intorno invece vi era nuovo fervore, almeno dal punto di vista musicale, in particolare nell’ambito alternativo. Da un lato iniziava a manifestarsi quello che sarebbe diventato il Grunge. Il Metal, se da una parte si radicalizzava divenendo più estremo, dall’altra iniziava ad abbandonare i temi cari agli anni '80 (draghi, folletti, guerrieri, donne, sbronze e donne sbronze) e si faceva più colorato e maturo. Il Punk morto già da un po’, risorgeva attraverso numerose rivisitazioni. Fu proprio allora che alcuni gruppetti di giovinastri capirono che la musica aveva partorito anche i Velvet Underground e che questi avevano dato alle stampe un lavoro ostico per i tempi ma che sarebbe stato un vero punto di riferimento per l’orizzonte Alternative anni '90: White Light, White Heat; ebbene proprio da questo piccolo capolavoro nasceva lo Shoegaze. Una costola di Rock elettrico, una costola incrinata per dirla tutta, e non solo per la tendenza degli appartenenti a stare piegati sullo stage. Una piccola rilettura in chiave malinconica della canzone Rock. Un carillon difettoso, tanto soave, nei riverberi, quanto rumoroso e fastidioso nell’uso smodato dei Feedback.
I Nothing arrivano da Philadelphia e sono in tutto e per tutto una band Shoegaze (per gli elementi caratterizzanti del sound), ma, cosa più che fondamentale, hanno personalità e non si esauriscono in una serie continua di rimandi. L’album in esame si intitola, giusto per restare in tema di introspezione e colpa, Guilty Of Everything e si compone di nove brani davvero ben scritti. La prima cosa da dire è che il mood di fondo dell’album tutto è la malinconia, in modo particolare i brani portano con sé una sensazione di abbandono costante, questo grazie alle vocals sempre distaccate, volutamente monocordi e che sembrano provenire da una dimensione onirica. Guilty Of Everything gioca ad alternare riff elettrici ed arpeggi liquidi. Tale dualismo è seguito anche dalle varie tracce, si passa da  divagazioni sofferte, come nella bella Endessly (brano Doom-Gaze), ad esplosioni maggiormente serrate come in Bent Nail, brano che si potrebbe vedere come un ripensamento postumo di Punk. Il tutto sotto la guida dei fantasmi di My Bloody Valentine, Jesu, Smashing Pumpkins, Torche e Loop.
Certo i Nothing con questo lavoro non passeranno alla storia per innovazione o perché si fanno portatori di un linguaggio musicale volto a fare da elemento di rottura con il passato. Ma l’essenza più profonda di Guilty Of Everything forse è proprio quella della riconciliazione con il passato, un abbraccio simbolico con il fantasma di alcuni suoni che negli anni '90 ebbero la forza di imporsi grazie ad una spiccata dose di melodie sognanti e distaccate. Che vogliate definirlo Alternative piuttosto che Dream Pop o Shoegaze e Noise Rock le cose non cambiano. Così come se fate parte di quella schiera di ascoltatori dal palato fino che colgono le chiavi di lettura complesse, e spesso inutili della critica, oppure più semplicemente vi piace ascoltare e sentire le vibrazioni del sound senza orpelli linguistici ed etimologici. Come detto prima, il risultato continua ad essere lo stesso, ovvero, un lavoro davvero bello e che si pone a metà strada tra la complessità e l’immediatezza.
C’è poco altro da aggiungere, anche perché quando critica e pubblico possono godere di una stessa produzione, partendo da presupposti ed aspettative diverse, ma rilevando dei punti comuni, allora vuol dire che la musica sa parlare un linguaggio universale.
Un lavoro che è capace di toccarti prima dentro, e poi di lasciarsi apprezzare per la sua scorza elettrica. Fosse solo per questo capovolgimento analitico, andrebbe assolutamente ascoltato.

 

 

 

 

Nothing
Guilty Of Everything
anno 2014
etichetta Relapse Records
membri band Brandon Setta, Chris Betts, Domenic Palermo, Kyle Kimball
tracklist 1.Hymn To The Pillory; 2. Dig; 3. Bent Nail; 4. Endlessly; 5. Somersault; 6. Get Well; 7. Beat Around The Bush; 8. B&E; 9. Guilty Of Everything

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