“Tanto per incominciare, i fratelli De Rege erano napoletani di Caserta...”.

Nicola Fano

Martedì, 15 Gennaio 2013 01:00

Via la faccia. Un'interpretazione

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I Sula Ventrebianco si costituiscono nel 2007 e dal 2010 stabiliscono la loro formazione attuale: Aldo Canditone, Sasio Carannante, Giuseppe Cataldo, Mirko Grande. Per le registrazioni dell’album Via la faccia (con Ikebana Records), la cui uscita è prevista per il 15 gennaio, seguita dalla presentazione al Bancarotta di Bagnoli il 18, si sono serviti anche del contributo di Caterina Bianco e Salvatore Carannante.

Ciò che colpisce chi ascolta l’album, oltre alla capacità artistica del gruppo, è una scissione interna. In effetti ci sono alcuni elementi ripetuti ossessivamente all’interno del disco: nero/denti. Questa dicotomia che si evidenzia nei testi comporta una differenziazione della musica. Anzi, potremmo dire che la musica renda ancora più semplice la comprensione dei testi – sempre allegorici e talvolta allusivi e criptici – di Sasio Carannante (voce e chitarra della band).
Strappi alla carne, il primo pezzo, introduce l’ascoltatore nell’atmosfera del disco, connotata da un senso di mancanza e di cupezza che si dissipa solo verso la fine. Emblematica proprio la prima frase di questa canzone: “Oggi non vedo più l’ombra di noi due ad oscurar sogni miei”. È certamente un’atmosfera di abbandono alla quale si vuole rispondere con forza. Tuttavia il pezzo non è salvifico: è piuttosto connotato da ombrosità. A chi, però, volesse interpretare questo avvio semplicemente come mancanza d’amore, come racconto di una storia d’amore deludente, è lo stesso Carannante a chiarire che si tratta di una visuale più ampia. Una visuale che coinvolge, nella critica, anche il proprio ambiente: “Perso in un paese ancora troppo denso di… Ahi, ahi!”. E la musica segue il testo – pur cercando di alleggerirlo talvolta (ricordandoci anche l’aspetto ironico del gruppo) – intonando un cadenzare alla Queens of the Stone Age e con venature post-grunge.
Run-up apparentemente è una ballata, qualcosa che sembra superare la mestizia di Strappi alla carne. È la musica ad ingannarci. Ma il testo, a tal proposito, è chiaro: “Chiudimi la gabbia e se uscirà la mia mano sarà solo per toccare il mondo che non ho!”. A questo punto anche gli strumenti devono seguire il testo e quella che sembrava una canzone dolce diviene un pezzo grunge connotato da diversi aspetti innovativi.
È la volta, ora, del primo dei pezzi stoner dell’album: La peste, contrassegnato da immagini non-sense e assurde che, nondimeno, nascondono ancora il malumore di Strappi alla carne e Run-up e che trovano l’apice in: “Mentreascoltofacciotuttoquellochenonvuoi, tidimentichichesoffrirei.  Mentrepiangoiodimenticoperchélofaccioetiricordochenoncrescerei”.
A seguire Uomini feroci d’amore del nero, l’altro pezzo stoner-rock, con venature ricavate dal metal e dal grunge più duro, sulla scia dei Melvins, gruppo a cui sembra più accostabile lo stile di Aldo Canditone (batteria e percussioni del gruppo). Il pezzo, inoltre, sembra rappresentare l’acme della disperazione, oltre a lasciare presentire l’inizio di una nuova fase: “La finisci o no di mettere fretta al mio caos lento?” sia pure ancora contrassegnata dal risentimento e dalla durezza, rappresentati dall’ossimorica: “Tanta è la fretta di sentirsi uomini feroci e lenta quella [fretta] di sentirsi dolci”.
Oca mia è contrassegnata da cambi repentini di tempo che rendono difficile una sua catalogazione nel contesto musicale dell’album, anche se l’elemento grunge sembra il predominante. Concettualmente, invece, è l’inizio del distacco dalla prima – cupa – fase: “No, agonia fatta persona sei il grosso neo da levar” o, ancora: “Tornerò lì per sapere cos’hai da offrire per non morire”.
Con Erosa siamo precisamente a metà dell’album, in tutti i sensi (ricordo che interpreto il disco come un passaggio dalla cupezza ad una nuova luce, volendo citare – non incidentalmente – i Verdena). Erosa è una finta ballata western che, in realtà, adombra la passionalità napoletana della band. Musicalmente mi vengono in mente due possibili influenze: i Verdena di Rossella roll over e i Radiohead di (nice dream).
Largo al re è l’emblema di questa seconda fase. Il brano è connotato da una ciclicità musicale: l’inizio incalzante e lugubre del basso di Mirko Grande è superato dalla dolcezza della chitarra di Giuseppe Cataldo e dalla perfetta commistione con la chitarra di Sasio Carannante. Ma questo stadio, la cui luminosità è sottolineata dalla frase: “Parlerai di me come di un re”, è nuovamente sprofondato nell’abisso ombroso della musica incalzante e dolorosa.
In Ragazza muta siamo alla fine anche di questa fase. Il superamento è prossimo: “Do in mano a te i miei ricordi per vedere cosa mi dai, mi mostri tutto ciò che so da mille anni, ormai non ci spero più”. La bellezza di questo pezzo esplode al minuto 2:43 quando, alla parvenza di caos creato dagli strumenti e dalla particolare registrazione, si associa la forza propulsiva di: “Io voglio di più, ma il più chi me lo dà? Ma mi vedi o no? Erano vite che ti cercavo ed ora vita non c’è.” che ricorda il rabbioso Waters di One of my turn.
Via la faccia – il pezzo eponimo - presenta un’atmosfera a sé stante. Pur se legato al resto dell’album, questo pezzo perde la rabbia dei precedenti anche se non può essere considerato ancora un completo superamento. È come un momento di pausa, di serenità. Un momento di rasserenamento conseguente alla spossatezza della tensione nervosa precedente. Ora “mi graffi alla gola” ma “non riesco più a sentire il pizzico”. E tutta la tensione di superamento è racchiusa in una sola lapidaria frase: “Ho deciso di strapparmi via la faccia, per sentirmi bello solo nel passato e quando il dopo verrà, io fuggirò di là”.
E siamo, finalmente, al superamento dell’incubo – annunciato, vissuto, rinnovato e rifiutato – con 32 denti. È l’unica vera ballata dell’album. Eppure si tratta di una canzone per nulla scontata; inoltre è il brano che reputo più riuscito per ciò che riguarda l’amalgama degli strumenti, con l’introduzione del violino di Caterina Bianco e delle tastiere di Salvatore Carannante (già, tra l’altro, presenti in altri pezzi quali Largo al re o Via la faccia), e della voce.
È, ancora, la canzone che chiarifica le ossessioni dei testi: i “denti di cristallo” si contrappongono a quelli “vuoti” di Run-up ma anche agli “occhiali d’argento e scarpe d’oro” che “misero in croce Gesù” di Oca mia: ciò che si vuole è una gioia – almeno così sembra – che superi qualitativamente ciò che sembrava felicità e che, invece, era un elemento – sia pure nobile - che nascondeva la crocefissione; il nero, poi, così ossessivamente celebrato negli altri brani, è dimenticato per far spazio al colore della purezza: “Ed è in quel bianco [dei denti di cristallo] che invecchierò”.
L’ultimo brano è Scheletro, canzone nella quale ritornano i ritmi incalzanti, cupi, pregni di rabbia dell’inizio, ma con un nuovo principio: “Eppure mi reggo da solo senza il tuo scheletro”. È, questo, il brano che forse ricorda di più Il teatro degli orrori. Ed è il brano che rende evidente l’intelligenza di questa band: è come se volessero dirci che, per quanto sia possibile superare una fase di terrore, di abbandono, di ombra, in questa è sempre possibile ritornare. E superarla nuovamente.

 

 

 

Via la faccia
di Sula Ventrebianco
con Aldo Canditone, Sasio Carannante, Giuseppe Cataldo, Mirko Grande
registrato da Adel Al Kassem
missato da Jack Garufi
masterizzato da Alberto Cutolo
presso il Massive Arts Studios
produzione Ikebana Records
foto fronte/ retro cover Gennaro Cimmino
progetto grafico Luca Bottigliero
durata 40' 07''
tracklist
1.Strappi alla carne; 2. Run up; 3. La peste; 4. Uomini feroci d'amore del nero; 5. Oca mia; 6. Erosa; 7. Largo al Re; 8. Ragazza muta; 9. Via la faccia; 10. 32 Denti; 11. Scheletro

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