“Napoli dimenticata entro un oceano di curve diafane, di verdi e molli fianchi, sullo sfondo pennicoli audaci, come sipari sempre tremanti, dietro cui va e viene una moltitudine di anime sottratta al tempo che spense la Grecia, gli Dei, Roma: anime che sanno ancora di tutto questo, e in più di corti spagnole”

Anna Maria Ortese

Letteratura

Letteratura La bottega dei libri

«Narravano che la più misteriosa tra le botteghe fosse la bottega dei libri: da essa pare venisse un diabolico miscuglio di trame e vicende che contagiava i passanti più frettolosi tramutandoli in lettori accaniti».

Mercoledì, 08 Giugno 2016 00:00

Ombre all'ombra di un amore

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“L’unica cosa che posso darti è questa mia persona, se non ti fa schifo”.

 
Un rispettabile professionista si innamora di una ragazza molto giovane che per mestiere fa la prostituta. Fin qui la storia è quasi banale, nella letteratura conosciamo bene questo tema. Però Un amore è stato scritto da Dino Buzzati. Cambia tutto.
Mentalismo e poeticità, lirismo disperato e profondità spaventose. Seguiamo il pensiero di Antonio, il protagonista, senza quasi avvertire i cambi repentini di tempo, luogo e persona. Siamo nel vortice, nella spira più crudele di una mente ossessionata. Finiamo per pensare con la stessa inesattezza grammaticale, con lo stesso sporco stile che nasce dalla paura, dal dolore, dal cratere in fiamme di un amore pieno dei cocci delle identità che lo compongono.

Sabato, 04 Giugno 2016 00:00

Quel rigore che poteva salvare una nazione

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A volte ci troviamo a ridere e scherzare per una partita di calcio. Ci sfottiamo e magari qualcuno resta male. Invece, dovremmo apprezzare il momento della sconfitta se questa resta limitata a un rettangolo verde, a un divano o a un social network, seppur popolato da amici impertinenti. Questi aspetti, in fondo, sono ludici. Purtroppo il calcio è anche diventato un segnale premonitore di accadimenti di ben altra portata. Tanto che, parafrasando von Clausewitz, è stata la guerra la sua prosecuzione con altri mezzi.

Mercoledì, 01 Giugno 2016 00:00

Raccontando Schiele: "La bambina in rosso"

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Egon Schiele appartiene ad un ristretto gruppo di artisti che più di altri hanno incuriosito i biografi e i registi cinematografici. Certo, gli specialisti citeranno Leonardo, Michelangelo, Caravaggio, protagonisti anche di sceneggiati televisivi di alto livello, ma ancora più avvezzi a comparire nelle librerie con le loro vite compaiono Van Gogh, Gauguin, Modigliani, Picasso e per l’appunto Egon Schiele.
Di quest’ultimo si sono scritte pagine e pagine, ora di pura indagine estetica, ora di curiosità spesso pruriginosa, per una produzione copiosissima definita da molti come erotica e da altrettanti come pornografica.

In copertina un ritratto di Marpessa, musa del fotografo Ferdinando Scianna, datato 1987. Un corpo che, sebbene castamente coperto, si lascia guardare per la sensualità naturale della posa nell’atto di affacciarsi al balcone e rivolgere lo sguardo altrove, verso chissà quali sogni, quali speranze. In quello sguardo una carica erotica vagamente infantile, la stessa di Maria, protagonista di Caffè amaro, il nuovo romanzo di Simonetta Agnello Hornby edito Feltrinelli.
Ancora una volta ambientato in Sicilia: tra l’entroterra madonita e la città di Palermo. Un paesaggio che in ogni nuovo romanzo della Hornby si fa più nitido, che appartiene ai protagonisti, come questi appartengono a lui. In Caffè amaro il Sud occidentale è una femmina odorosa e frenetica.

Sabato, 30 Aprile 2016 00:00

"La porta": le conseguenze dell'amore

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Si dimentica spesso che la critica è l’inseguimento, pudico e onesto, di un altro inseguimento, e che alcune opere lo esigono.
Se il critico si presta allo sconcerto, se non fa il mimo e non chiosa da scaltro, se non gioca con la penna da schiaffi ma, davvero, è disposto a “perdersi” e a correre dentro e dietro le parole di “un Altro”, si predispone a ricevere il dono di certi indizi, tracce, relitti di navi invisibili nascoste tra le pagine. E tra le mille navi, tra tentacoli di Cerianto e filamenti di alghe, gorgonie e coralli, la strada sarà molteplice ma viva, i suoni stravolti ma sinceri, e anche le parole – che poi, nello sconcerto acquamarino, a chi appartengono le parole e le tracce? Al critico o all’autore?
Tutto è confuso ma è necessario rischiare, avere fiducia, essere disponibili allo scacco. Ciò che conta è perdersi, annusare, origliare, inseguire tracce, raccogliere relitti. Saper fallire al quadrato.

Mercoledì, 27 Aprile 2016 00:00

L'ultima scena di un attore

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“Se riesci a far funzionare un momento, puoi arrivare dappertutto".

 


Philip Roth è ormai noto essere una delle punte di diamante più luminose nel panorama letterario americano. Difficilmente delude, non tutti i suoi libri entusiasmano e fanno gridare al capolavoro, come certe pietre miliari considerati veri e propri manifesti – vedi Pastorale americana. È innegabile, però, la coerenza stilistica, l'approccio affascinante alla vita con le sue ossessioni scomode, il suo coraggio nel narrare palesemente o velatamente, attraverso personaggi imponenti, l'intera gamma delle istanze umane senza risparmiarsi in niente, perché un libro scandaloso è semplicemente un libro scritto male e con Roth non c'è pericolo che ciò avvenga.

Giovedì, 14 Aprile 2016 00:00

Su "Uomini e topi", una riflessione

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“I piani più accurati dei Topi e degli Uomini
Vanno spesso storti,
E non ci lasciano che dolore e pena,
Invece della gioia promessa"
.

(Robert Burns – To a Mouse)

 

Esistono libri destinati a una platea di lettori adulti, quei libri impossibili da comprendere se si è giovani e poveri delle esperienze che servono per assimilare pienamente la brutalità e la tenerezza di certe storie. Ho provato una cosa simile con Il vecchio e il mare di Hemingway, sentivo che l'apprendistato alla fine della vita toccato in sorte al pescatore, poteva capirlo solo chi arrivato, veramente, al termine dell'esistenza si ritrovi nuovamente a disfare e rifare tutto, come una prova immensa che ti colpisce quando sei troppo stanco per riprenderti qualcosa.

Mercoledì, 13 Aprile 2016 00:00

Leggere Elena Ferrante. Cosa scrive

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Sul piano tematico il racconto del dialetto, ma anche il suo superamento, ne L’amica geniale fa il paio con il racconto della carriera scolastica, un’avventura che accompagna tutti gli strappi della crescita dei protagonisti. Le oltre mille e cinquecento pagine della tetralogia saranno di certo tante altre cose insieme, ma sono sicuramente, e specificatamente, un “romanzo di scuola” nel senso che si dà all’etichetta per i libri ad ambientazione scolastica. Il rapporto conflittuale tra i sessi sempre oscillante fra desiderio e ripulsa, la maternità sognata, subita e respinta, la violenza domestica, cittadina e nazionale, sono tutti temi che i lettori della prima ora avevano trovato negli altri libri di Elena Ferrante, ma la centralità della scuola (che ne I giorni dell’abbandono è solo una sorta di botola teatrale dove appaiono e scompaiono i figli di Olga) è una novità della quadrilogia.

Lunedì, 11 Aprile 2016 00:00

Leggere Elena Ferrante. Come scrive.

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Quando, una volta esplosa la passione proibita consumata tra il sole di Ischia e il buio di un retrobottega nel centro di Napoli, i giovanissimi Lila e Nino vanno finalmente a vivere insieme – l’una già sposata e incinta, chissà se di lui o del marito Stefano, l’altro alle prese con gli esami universitari e un’incipiente carriera intellettuale che non si preannuncia facile – uno degli appuntamenti “mondani” che segna quella bruciante convivenza di soli ventitré giorni è una conferenza di Pier Paolo Pasolini. Finisce in rissa coi fascisti, scontro da cui Nino riesce a malapena a sottrarre se stesso e la compagna.

È una pagina di Storia del nuovo cognome, secondo titolo de L’amica geniale. Manca ancora un bel po’ alla fine del secondo volume  e due altri volumi alla fine della tetralogia, ma quella fugace comparsa resta l’unico riferimento allo scrittore di cui Nino dice: “È ricchione, e fa più bordello che altro”. Forse ci si aspetta, in maniera tutto sommato immotivata, che l’ansia totalizzante della narrativa di Elena Ferrante – quella spinta a raccontare tutta un’epoca e una geografia, che un po’ ricorda un film recente dal titolo guarda caso pasoliniano, La meglio gioventù – porti i suoi personaggi a incrociarsi ancora con il poeta e magari correggere le sprezzanti parole di Nino. Tanto più che a Napoli Pasolini girerà il Decameron e dei napoletani darà la famosa definizione di “grande tribù” capace di opporsi, come i Tuareg, all’avanzare della storia e della modernità. Invece Pasolini si eclissa. L’eco della sua voce si sperde nei tafferugli e nelle divergenze fra Nino e Lila, che ne discutono tornando a casa, ma inciampano negli inghippi del principio d’autore, perché “pareva che fossero andati in posti diversi a sentire persone diverse”. Poi, si sa, i due cadranno dalla padella della passione nella brace della crisi affettiva. Lei si accorge della “svagatezza” di lui, lui scopre quel fatidico misto di paura e attrazione per il tepore del corpo femminile da cui è urgente allontanarsi.
Tanto la scomparsa del polemista-poeta dall’orizzonte della meglio (o peggio) gioventù napoletana come la sua breve comparsata assumono allora un senso nell’economia dell’opera che, a lettura conclusa, sa di omaggio e, allo stesso tempo, di ridimensionamento di un artista sempre un po’ sovradimensionato sia nel vituperio che nella beatificazione. Pasolini è senza dubbio uno degli autori con cui il testo di Ferrante dialoga, ma non esita ad accantonare. La quadrilogia è anche la storia di questo accantonamento. E sono almeno due i punti su cui la scrittrice mette da parte la lezione pasoliniana: lingua e scuola, entrambe intese sia come tracce contenutistiche che come scelte stilistiche.
La lingua dei romanzi di Elena Ferrante – ammesso e non concesso che ci interessi il dibattito sul “segreto” della sua fortuna internazionale, come se si trattasse della formula della Coca Cola – è sicuramente uno degli ingredienti che hanno perlomeno consentito, di certo non intralciato, la sua diffusione all’estero. Perché l’autrice, pur parlando di “ragazzi di vita” napoletani, sceglie di scrivere in quello che i linguisti chiamerebbero grosso modo italiano standard. Mettendo fra parentesi il lungo dibattito sul concetto stesso di standard linguistico, diciamo che non è ovvio che uno scrittore italiano scelga di scrivere in italiano. Soprattutto non è ovvio che lo faccia senza mai provare a mimare le altre lingue presenti negli strati sociali che racconta. Naturalmente la chiave di volta di tutta l’imbastitura linguistica è la scelta dell’io narrante: Elena.
In uno dei primi capitoli del primo volume c’è una frase che è una dichiarazione di poetica. Narrando le trame occulte del rione che a Lila vengono svelate dal muratore comunista Pasquale (uno che, a proposito, non ha le prove ma sa, con una fede “fondata sull’esperienza primaria del sopruso”, si dirà di lui nelle ultimissime pagine), Elena avverte: “Con la lingua di oggi provo a riassumere così”. È la lingua di oggi che filtra la lingua e le esperienze di ieri. Restano chiazze dialettali un po’ nel turpiloquio (“strunz” è uno dei lessemi più frequenti, se ne contano una ventina), un po’ nell’espressionismo che colora certe esplosioni di violenza (le “saiettere” da cui sarebbe emerso l’assassino di don Achille Carracci), e un po’ sotto qualche calco semantico di tipo verghiano (i famosi “lupini fradici” dei Malavoglia), vedi la parola “fatica” usata nel senso di lavoro e/o posto di lavoro, con risultati di un’inedita crudezza espressiva (“i soldi corrono e si crea fatica”, dice il papà a Elena davanti al fervore delle opere pubbliche a Napoli; e Pasquale dichiara il suo amore a Lila all’uscita dal cantiere, “macchiato di fatica”). Ma la lingua resta quella di un’intellettuale napoletana che non ha né dimenticato né idealizzato il dialetto. Quando non lo usa lo racconta, ne fa un attributo dei personaggi, quasi un tratto fisico come una bocca, una ciocca di capelli o il riflesso visibile di un turbamento interiore.
Gli esempi sono tanti e alla portata di un banalissimo Ctrl+F per chi ha i libri in versione digitale:

Lila […] parlava sempre in dialetto come noi tutti ma all’occorrenza sfoderava un italiano da libro, ricorrendo anche a parole come avvezzo, lussureggiante, ben volentieri (L’amica geniale).

Lui mi sentì nella voce poco dialetto, notò la frase lunga, i congiuntivi, e perse la calma (Storia del nuovo cognome).

Ai toni violenti di pochi minuti prima Rino sostituì modulazioni dialettali tenere, proposizioni d’amore sopra le righe (Storia del nuovo cognome).

Appena scendevo dal treno, mi muovevo con cautela nei luoghi dove ero cresciuta, badando a parlare sempre in dialetto come per segnalare sono dei vostri, non mi fate male (Storia di chi fugge e di chi resta).

[…] passai al dialetto senza accorgermene, scaricai insulti sui poliziotti (Storia della bambina perduta).

[…] con l’odore di sesso che ancora mi sentivo nelle narici, con la rabbia che cominciava a farsi strada insieme al dialetto più volgare (Storia della bambina perduta).

Si direbbe che la soluzione linguistica della narratrice è già una soluzione da traduttrice (e qui l’aggancio a una delle sue presunte identità, la traduttrice Anita Raja, è poco più che marginale). Ferrante non solo scrive come se traducesse i dialoghi immaginari dei personaggi da un originale dialettale, ma cerca di incorporare nella lingua di arrivo l’idea di quell’originale perduto senza ricorrere alla nota a piè di pagina – cosa che i traduttori normalmente vedono come ultima spiaggia (fra gli altri, proprio Raja ne parla in questa conferenza) – e senza quei salti stilistici che segnano una frattura netta fra dialoghi e voce narrante, guarda caso caratteristica dei romanzi pasoliniani delle borgate che già faceva storcere il naso all’Asor Rosa di Scrittori e popolo.
Dunque questa anonima napoletana, dialettale e poliglotta, nell’affresco di mezzo secolo di storia italiana aggira lo scoglio del populismo senza rinunciare al racconto della diglossia italica, delle oscillazioni diastratiche come correlativo oggettivo di qualcos’altro, sia esso uno stato d’animo, tattica di persuasione, impeto di rifiuto o di ritorno nostalgico a un rione, a una casa, a una madre. L’effetto è di profondità prospettica, come una terza dimensione su una lingua bidimensionale a cui non mi pare si addica l’etichetta di “traduttese” che qualcuno le ha applicato ripescando un’idea di Giuseppe Antonelli sul romanzo italiano contemporaneo. L’autrice sa che per ritrovare la presunta naturalità di una voce nell’artificio della scrittura non serve tanto ricostruire filologicamente il dialetto originario, quanto lavorare all’interno della voce adulta e della memoria che quella voce racchiude. È una prova di fedeltà a ciò che si è più che a ciò che si è stati.
In qualche caso, abbiamo visto, la si potrà definire una tipica soluzione verghiana, ossia un italiano che sa di dialetto, perché del dialetto racchiude il sapore e il sapere. A volte il napoletano sbuca mascherato da tecnicismo – come in “muniglia” (carbonella), termine che Elena trova nei quaderni in cui Lila fa i suoi esercizi di scrittura – ma non è un’alleanza fra lingua settoriale, colta e popolare in funzione centrifuga, piuttosto la ricerca di una nuova lingua mediana, mai mediocre. La stessa parola “frantumaglia”, che dà il titolo a una raccolta di saggi, cosa è se non un pezzo dialettale di lessico famigliare introdotto nella tuta mimetica di una ricercata suffissazione italiana?
Insomma la voce narrante non è mai una voce anonima, un compaesano di Aci Trezza fra i tanti. Fa parte del “coro etnico” (per usare un’espressione di Vittorio Coletti a proposito dei Malavoglia), ma canta da solista. Narra in prima persona gente e ambienti in cui è vissuta, ma se n’è distaccata e non esita a rivendicare le ragioni di quel distacco. Parla del rione, ma l’ha lasciato; di giovani, ma è già vecchia. Non imbelletta i ricordi, anzi descrive la crescita come una perdita d’innocenza necessaria alla maturazione di una donna che, lungi dall’osannare i Tuareg di casa, vorrebbe liberarsi dalle leggi della tribù e dagli ordini della truppa. È una che ha fatto la Normale a Pisa, non il militare a Cuneo.

 


Leggi anche:

Marcello Sacco, Leggere Elena Ferrante. Chi scrive (Il Pickwick, 9 aprile 2016) 

 



Elena Ferrante

L'amica geniale
Roma, E/O, 2011
pp. 400


Elena Ferrante
Storia del nuovo cognome. L'amica geniale
Roma, E/O, 2012
pp. 480


Elena Ferrante
Storia di chi fugge e chi resta. L'amica geniale
Roma, E/O, 2013
pp. 382


Elena Ferrante
Storia della bambina perduta. L'amica geniale
Roma, E/O, 2014
pp. 451


Alberto Asor Rosa
Scrittori e popolo. Saggio sulla letteratura populista in Italia
Roma, Samonà e Savelli, 1964
pp. 560

Sabato, 09 Aprile 2016 00:00

Leggere Elena Ferrante. Chi scrive.

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È noto come Fernando Pessoa scrivesse e firmasse i suoi testi con diversi nomi. Li chiamò eteronimi piuttosto che pseudonimi, perché non mentivano, non celavano un’identità vera dietro una falsa, erano altre personae vere. Non servivano a depistare, ma a incamminare, orientare la lettura. Ognuno di quei nomi era dotato di una breve biografia, gusti letterari precisi, persino tratti somatici propri e dettagliate mappe astrali. Al contrario di tanta narrativa che nel ‘700/‘800 provava a convincere i lettori della veridicità dei mirabolanti fatti narrati, lo scrittore portoghese apriva il ‘900 puntando a convincere tutti che gli autori da lui sognati erano realmente accaduti.

Giovedì, 31 Marzo 2016 00:00

I misteri di Roccachiara

Scritto da

Ho iniziato la lettura di Acquanera di Valentina D’Urbano convinta che sarebbe stata una storia simile a Il rumore dei tuoi passi: il racconto di un giovane amore tormentato e mai ammesso, della scomparsa prematura di un ragazzo e della difficile vita di chi vive in un luogo dimenticato da Dio, dove impera la legge del più forte. Mai mi sarei aspettata di leggere un romanzo con gli stilemi del realismo magico, dove fenomeni magici – in questo caso paranormali – sbocciano come primule nel tessuto rassicurante della realtà conosciuta.

Venerdì, 25 Marzo 2016 00:00

Impazzire o abbandonarsi al mio diavolo

Scritto da

Non ho mai imparato tanto come in quelle lunghe giornate che, dall'esterno, potevano sembrare vuote, e in cui controllavo il mio cuore inespresso


Cosa significa avere un diavolo in corpo? Mettiamo il caso essere una voce, una violenta spinta, una luce abbagliante e sfilacciata che ci governa, la domanda sorge spontanea: è inscritta in noi come astrazione che ci forma o ci viene posta dentro in un dato momento, si crea per effetto di uno sconvolgimento?

Lunedì, 21 Marzo 2016 00:00

Oltre la segreta reticenza del mondo

Scritto da

ricostituire, attraverso il concatenamento delle parole e la loro
disposizione nello spazio, l’ordine stesso del mondo.

(Michel Foucault, Le parole e le cose)

 

Era un piccolo porto, era una porta
aperta ai sogni.

(Umberto Saba, In fondo all’Adriatico selvaggio)

 

 

Per accostarci ad una lettura di Eclissi, di Ezio Sinigaglia, possiamo partire da quanto lo stesso autore scrive in una nota a una sua recente traduzione di un racconto di Julien Green, Leviatano o L’inutile traversata, del 1928: "ʽReticenzaʼ è la parola chiave di questo racconto: reticenza del protagonista, dei cui sentimenti ci viene detto che “ce qui en paraissait, paraissait malgré ses efforts” (“quel che ne traspariva traspariva a dispetto dei suoi sforzi”), ma reticenza anche e soprattutto del racconto stesso, che non si piega neppure a svelare al lettore il segreto che il passeggero si decide infine a confessare al capitano (per poi subito, è pur vero, ritrattarlo)".

Venerdì, 18 Marzo 2016 00:00

Tutto, e di più

Scritto da

Il titolo di questa nota non è solo un personale omaggio a David Foster Wallace per il suo coraggioso impegno di romanziere di vasta fama nell’aver dato alle stampe l’omonimo saggio grazie al quale si confronta con le astratte scoperte della matematica affrontando l’arduo tema dell’infinito, obiettivo reso ancora più difficoltoso per il taglio del libro che vuole essere divulgativo.
“Il vostro autore è un critico con interesse amatoriale di livello medio-alto per la matematica e i sistemi formali...”, così si autodefinisce DFW immergendosi nelle formule, per lo più astruse, tali da mandare in tilt il cervello di quei lettori, come me, che non siano matematici professionali.

Mercoledì, 16 Marzo 2016 00:00

"Chirù", dietro la porta chiusa dell'innocenza

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“Quelli che si amano mantengono segreto il potere di farsi paura a vicenda”
 

Chiunque abbia letto o anche sentito nominare Sidonie-Gabrielle Colette e il suo romanzo più famoso, Chéri, non può non aver collegato immediatamente a questo modello il nuovo lavoro letterario di Michela Murgia Chirù. Differiscono le ambientazioni e il tempo, le intenzioni finali, ma impossibile negare che a partire dal vezzeggiativo con il quale la protagonista si rivolge al ragazzo gli echi del romanzo francese si facciano sentire vividamente.

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