“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Gioacchino Toni

Cosa sta capitando agli abitanti di Phoenicia?

“Ormai ci siamo ritirati sulla montagna, in piccoli gruppi, e tutto quello che avevamo costruito nella pianura, l'intera nostra società, è stato distrutto l'anno scorso. Ci siamo arrivati per gradi, non abbiamo saputo intendere per tempo i segni del cambiamento? Forse. Ma che cosa avremmo potuto fare?”.
Così si apre Dopo la città (2016), l'ultima opera narrativa di Guglielmo Forni Rosa, autore con un passato di docenza di Filosofia morale e Antropologia filosofica presso l'Università di Bologna che ha esordito in ambito narrativo nel 2007 con il romanzo Perduto (edito da Mobydick) a cui sono seguiti La fine dell'avventura (2014) e la raccolta di racconti L'appartamento segreto (2015), entrambi editi da Manni.

Colore, migrazione e identità nel cinema di Özpetek

È stato da poco dato alle stampe da Mimesis edizioni Divergenze in celluloide (2017), un interessante studio di Ryan Calabretta-Sajder che indaga il cinema di Ferzan Özpetek. Lo studioso, che nel volume intende dimostrare l'abilità del regista nell'affrontare e leggere la società contemporanea, ritiene che la creatività e originalità di Özpetek risiedano nel suo appartenere tanto alla “comunità queer” che a quella migrante.

Antieroi e “rough heroes” nelle serie televisive italiane

Diverse serie televisive contemporanee hanno riservato il centro della scena ad antieroi problematici che sembrano avere poco a che fare con gli eroi e gli antieroi tradizionali; si pensi a produzioni seriali di successo come The Sopranos (1999-2007, HBO), Boardwalk Empire (2010-2014, HBO), True Detective (2014-in produzione, HBO), Sons of Anarchy (2008-2014, Fox) o Breaking Bad (2008-2013, AMC).
Andrea Bernardelli nel saggio Cattivi seriali. Personaggi atipici nelle produzioni televisive contemporanee (Carocci editore, 2016) ha affrontato tale fenomeno passando in rassegna i principali studi, soprattutto anglosassoni, che hanno indagato tali narrazioni seriali. Dalla panoramica dell'autore emerge come secondo alcuni studiosi la presenza di tanti antieroi problematici sia da mettere in relazione alla volontà di produrre serie complesse anche se esiste una lunga tradizione di antieroi nella letteratura, nel teatro e nel cinema.

Fiabe, leggende... e propaganda

“La fiaba politica non risponde ad alcuna classificazione ed è piegata all’unico scopo di renderla funzionale alla propaganda: o prendendo strumentalmente a prestito luoghi, situazioni e figure del racconto fantastico; o inventando leggende attorno a personaggi e situazioni reali facendo loro assumere contorni fiabeschi”.
(Stefano Pivato)

 

 

Il libro di Stefano Pivato analizza alcuni esempi di come la politica ami ricorrere a strutture narrative proprie della tradizione favolistica mescolando a fini propagandistici dati reali, satira, leggende, miracoli, fisiognomica... Se nelle favole tradizionali l’ammonimento è solitamente implicito, nelle favole di carattere politico esso è invece esplicitato con tanto di riferimenti precisi ai personaggi ed alle vicende reali. In tal modo le narrazioni abbandonano la metafora e la fascinazione originaria per divenire strumenti di comunicazione immediata e semplificata.

Iper-semiotizzazione ed abbandono della realtà


"Il mondo artificiale è il mondo del presente-futuro della civiltà metropolitana, è l’affermazione della contemporaneità come fine della natura e avvento del mondo della totalizzazione dei segni"
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(Paolo Bertetto)

 

Nello scritto La capacità del film di produrre emozioni, pubblicato recentemente su Il Pickwick, abbiamo analizzato dettagliatamente la prima parte del volume di Paolo Beretto, Il cinema e l’estetica dell’intensità (Mimesis, 2016) ove il docente di Analisi dei film all’Università Sapienza di Roma sviluppa l’idea di intensità come concetto capace di operare tanto nella relazione dell’opera cinematografica con lo spettatore, quanto sotto il profilo della forma e del dinamismo del testo filmico.

Decostruire lo sguardo, il visibile e l’immaginario

“Non si tratta di applicare il pensiero di Derrida al cinema, di calarlo dall’alto come verbo assoluto e ideologia di riferimento del cinema, del suo statuto, del suo immaginario; e non si tratta nemmeno di utilizzare questo pensiero applicandolo schematicamente e in maniera pregiudiziale come metodologia che possa bastare per tutte le stagioni e per tutte le forme filmiche. Si tratta di vedere come il cinema abbia riflettuto sulla decostruzione e sull’opera generale del filosofo francese – attraverso i film e non solo –, e su come abbia anticipato in un certo senso questo pensiero in tutte le sue dinamiche e componenti: codici, fruizioni, identificazioni, fantasmi, ecc.” (p. 48). Per certi versi queste parole di Davide Persico ci introducono alle questioni indagate nel suo ultimo saggio Decostruire lo sguardo. Il pensiero di Jacques Derrida al cinema (2016) edito da Mimesis edizoni.

E se non fossero di Leonardo da Vinci?

È da qualche tempo che lo studioso Renato Barilli, con alle spalle tre decenni di docenza universitaria in Fenomenologia degli Stili presso l'Università degli Studi di Bologna ed una lunga lista di pubblicazioni, mette in discussione l'attribuzione leonardesca di due opere che ormai vengono automaticamente annoverate tra i capolavori del genio vinciano: La dama con l’ermellino di Cracovia e La Belle Ferronnière del Louvre. Lo studioso torna sulla questione con un articolato intervento intitolato Due discutibili attribuzioni leonardesche, pubblicato sulle pagine della rivista Ricerche di Storia dell'arte (n. 120; 2017) edita da Carocci.

La capacità del film di produrre emozioni

“Contro la lunga stagione che ha privilegiato la freddezza della relazione spettatoriale o analitica verso il cinema, è necessario affermare il carattere caldo, affettivo, psichicamente coinvolto del rapporto che il pubblico e lo studioso stabiliscono con il film. Oltre la freddezza dell’ideologia, della semiotica e degli studi sulla tecnologia è bene affermare la rilevanza della sensazione nell’opera e nella relazione con l’opera. Senza la sensazione non ci sarebbe l’interesse dello spettatore né quello dell’interprete. E non ci sarebbe l’intensità”, Paolo Bertetto (pp. 8-9).

American storytelling

Il saggio di Federico di Chio − American storytelling. Le forme del racconto nel cinema e nelle serie tv, edito da Carocci − scandaglia la narrazione audiovisiva statunitense analizzandone tanto le caratteristiche formali quanto quelle contenutistiche (tematiche, miti, eroi, valori...) dall'epoca del muto ai giorni nostri.

Viaggio nell'anime super robotica nipponica anni '70

In Giappone con il termine anime, abbreviazione di animēshon (traslitterazione giapponese del termine inglese animation), a partire dai primi anni Settanta del Novecento si indicano i film di animazione. L'anime è certamente un prodotto di intrattenimento commerciale ma è anche un fenomeno culturale che ha attraversato l'immaginario collettivo nipponico ed in alcuni casi una forma d'arte. Per chi storce il naso nei confronti di tali produzioni, vale forse la pena ricordare che il cinema stesso è fenomeno commerciale, fenomeno di forte impatto nell'immaginario collettivo ed, in alcuni casi, vera e propria forma d'arte. Dunque, per tutti tre i motivi vale la pena approfondire l'anime giapponese.

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