“Ho forse dormito mentre gli altri stavano soffrendo? Sto forse dormendo in questo momento?”

Samuel Beckett; Aspettando Godot

Paolo Lago

Oltre la segreta reticenza del mondo

ricostituire, attraverso il concatenamento delle parole e la loro
disposizione nello spazio, l’ordine stesso del mondo.

(Michel Foucault, Le parole e le cose)

 

Era un piccolo porto, era una porta
aperta ai sogni.

(Umberto Saba, In fondo all’Adriatico selvaggio)

 

 

Per accostarci ad una lettura di Eclissi, di Ezio Sinigaglia, possiamo partire da quanto lo stesso autore scrive in una nota a una sua recente traduzione di un racconto di Julien Green, Leviatano o L’inutile traversata, del 1928: "ʽReticenzaʼ è la parola chiave di questo racconto: reticenza del protagonista, dei cui sentimenti ci viene detto che “ce qui en paraissait, paraissait malgré ses efforts” (“quel che ne traspariva traspariva a dispetto dei suoi sforzi”), ma reticenza anche e soprattutto del racconto stesso, che non si piega neppure a svelare al lettore il segreto che il passeggero si decide infine a confessare al capitano (per poi subito, è pur vero, ritrattarlo)".

Una scrittura geopoetica testimone di guerra

 "Ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione".
                                             (Cesare Pavese, La casa in collina)

  
"Bella la vita dentro un catino,
bersaglio mobile di ogni cecchino,
bella la vita a Sarajevo città,
questa è la favola della viltà".
(CSI, Cupe vampe)


Come nota Bertrand Westphal, il principale esponente della geocritica – una branca della critica letteraria che presta particolare attenzione ai luoghi – negli ultimi anni la nozione di spazio (soprattutto paesaggio e spazio urbano) ha assunto un'importanza sempre maggiore in letteratura. Infatti, nella contemporaneità – scrive ancora Westphal – assistiamo ad una “spazializzazione del tempo”: la stessa scrittura è creatrice di spazio, inanella nel suo incedere luoghi anche estremamente diversi tra loro. Si può così parlare di “geopoetica”, “ossia un’esperienza discorsiva che si fa creatrice di mondi”.

Manoel de Oliveira e il “doppio oscuro” dell’Occidente

Manoel de Oliveira ci aveva visto giusto: Un film parlato (Um filme falado, 2003) bene racconta e rappresenta il drammatico “doppio oscuro” che si cela sotto l’apparente ordine e stabilità della società occidentale contemporanea. Tutto il film si srotola sotto forma di un viaggio: quello compiuto nel Mediterraneo e oltre, fino a Oriente, da una nave da crociera sulla quale sono imbarcate Rosa Maria, una giovane professoressa di storia dell’Università di Lisbona e la sua bambina. Diverse tappe scandiscono l’incedere della navigazione: da Marsiglia a Napoli, da Atene a Istanbul e Il Cairo fino a Aden, nello Yemen. La parola è dominatrice indiscussa delle immagini che vediamo avvicendarsi: una parola segnata dal logos e dalla razionalità, una parola – quella della madre – potentemente didattica e socratica, una parola che offre spiegazioni razionali e che racconta la Storia per mezzo di termini semplici e immediati.

Un “viaggio terribile” nell’eterotopia dell’incubo

Un viaggio terribile (Un viaje terrible, 1941) di Roberto Arlt, recentemente pubblicato da Arcoiris con la (eccellente) traduzione e la curatela di Raul Schenardi, appare come un vero e proprio piccolo gioiello narrativo. Il racconto, ambientato interamente nello spazio di una nave, la Blue Star, si può dividere in due parti: la prima, in cui il “viaggio terribile” che dà il titolo al libro si materializza sotto le vesti di alcuni piccoli incidenti e delle profezie di sventura offerte da Luciano, il cugino del narratore; la seconda, invece, in cui l’orrore del viaggio si manifesta in un gigantesco vortice che, come in Una discesa nel Maelström (A Descent into the Maelström) di Edgar Allan Poe, risucchia le imbarcazioni negli abissi marini.

Imbarchiamoci nella lettura di un Satyricon ‘rivitalizzato’

…e tutto questo raccontato in uno stile d’un colorito preciso, d’un brio indiavolato, in una lingua che attinge a tutti i dialetti, prende in prestito modi di dire a tutti gli idiomi portati a spasso per Roma…

J. K. Huysmans, À rebours

 

Michel Foucault, al principio della recensione alla traduzione dell’Eneide realizzata nel 1964 da Pierre Klossowski, scrive: “Il luogo naturale delle traduzioni è l’altro foglio del libro aperto: la pagina a fianco che è coperta da segni paralleli. L’uomo che traduce, traghettatore notturno, ha fatto silenziosamente scivolare il senso da sinistra a destra, passando sopra la piegatura del libro. Senza armi né bagagli” (M. Foucault, Le parole che sanguinano, ora in Archivio Foucault. Interventi, colloqui, interviste. 1. 1961-1970, Follia, scrittura discorso, a cura di J. Revel, Feltrinelli, Milano, 1996, p. 83). Chi traduce è un traghettatore notturno, un nocchiero che ci conduce da una sponda all’altra: dal testo di partenza a quello di arrivo.

Ghérasim Luca: l’oltrepassamento degli opposti nella scrittura nomadica

Gilles Deleuze e Félix Guattari, a proposito dello stile di Céline (soprattutto in riferimento a Guignol’s Band e a Morte a credito), parlano di "una musica di suoni deterritorializzati, un linguaggio che fila via con la testa in avanti, facendo capriole" (Kafka. Per una letteratura minore,p. 48): un linguaggio che, continuamente, tende a “deterritorializzarsi”, a divenire nomade.

L’"Estate crudele" di Alessandro Bertante: un urlo dall’abisso di una 'civiltà al tramonto'

Il tempo ha perso valore, come le distanze.

Io sono un sopravvissuto.

 Alessandro Bertante, La magnifica orda

 

 

Fornire strumenti agli imbonitori da fiera è l’ultima delle bassezze possibili di una civiltà al tramonto. Ho bisogno di vento. Ho bisogno di pioggia.

Alessandro Bertante, Estate crudele

 

 

"Io sono solo, sconfitto, imprigionato e ingannato tutti i giorni di questa estate rovente": così inizia l’ultimo romanzo di Alessandro Bertante, Estate crudele. È subito solitudine, una solitudine che divora e attanaglia il protagonista io narrante, Alessio Slaviero, personaggio che già compare nel precedente romanzo-breve dell’autore, La magnifica orda.

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