“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Pasquale Vitale

Lottare per vivere

La pièce, ideata e diretta da Dario Aggioli, è ambientata in un manicomio, in una clinica vicino Torino, dove si trovano ricoverati Enrico, nostalgico dei discorsi del duce, e il Professor Ferruccio, un ebreo romano, che costretto a fuggire dopo l’emanazione delle leggi razziali in Italia, viene ricoverato in un manicomio con il falso nome di Angelo. Gli Ebrei sono matti rappresenta un tributo alla verità troppo spesso misconosciuta da parte della storiografia di stampo positivista interessata più ai fatti politico-militari che a preservare la memoria di certi “Schindler” che, come Carlo Angela, salvarono molti Ebrei dai campi di sterminio.

Colpevoli di viaggio

“La nostra Patria è una barca, è cenere dispersa la partenza, noi siamo solo andata”.

La Poesia cerca di rendere l’inferno dei migranti africani verso l’isola di Lampedusa, a sud della Sicilia, ovvero verso la terra ferma, una terra che, però, è chiusa, perché lascia annegare per negare. Amaro allora è il naufragar in questo mare, che non vuole stare calmo, che cancella le identità, al punto che, per affermare la propria esistenza, altro non si può fare che ricordare a se stessi il proprio nome.

Ecce Mor(t)o

“Ah, la verità!… sempre in nome della verità dicono loro, sempre per cambiare ancora un po’ le carte in tavola dico io”: la “volontà di verità”, è stato il tipico atteggiamento di coloro (registi come Bellocchio, Baliani, Placido, giornalisti, storici), che nel corso degli anni hanno tentato di ricostruire  la trama dei fatti circa l’affaire Moro, ignari che proprio i fatti non esistono, morti anch’essi insieme ad Aldo Moro.

Guardare, la vita

Beckett si dedicò al teatro a partire dal 1947, la sua prima commedia fu Eleutheria, che rappresentò un momento di rottura nel panorama della produzione teatrale, poiché, applicando il rasoio di Ockham, si lasciava alle spalle gli elementi tipici della teatralità come quello dell’importanza del dialogo, entrando di diritto fra i più importanti esponenti del “teatro dell’assurdo”, il cui iniziatore fu considerato Ionesco con La Cantatrice calva.

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