“Perché per spiegare il prologo del Decameron, che è una questione di peste, morte, fuga, avete bisogno di di dieci pagine sulla civiltà comunale del Trecento, altre dieci sulla mimesi e la diegesi in Boccaccio, e magari altre dieci ancora per prendere in esame le opinioni di tutti quelli che vi hanno preceduto? Siete matti? Non lo vedete in televisione che fine sta facendo l'arte? Gli Uffizi devastati? Le case della mafia dentro i templi di Agrigento? Il ponte di Monstar distrutto a cannonate? Questo succede quando i popoli perdono coscienza che un romanzo o un quadro li riguardano, in quanto individui e in quanto parte di una comunità”

Emanuele Trevi

Alessandro Toppi

Dalla morte alla vita, attraverso l'arte

Scrive Alfonso Berardinelli che il pensiero filosofico di Simone Weil “non viene da Hegel né rimanda a Nietzsche; fa totalmente a meno di Freud anche quando parla di psicologia, di passioni e di desideri; non tiene conto né del Tractatus di Wittegenstein né di Essere e tempo di Heidegger; non ha niente a che fare né con il Surrealismo né con altre avanguardie”. “Le sue riflessioni politiche” – continua – “non escludono l'esperienza religiosa” e “il suo ateismo intellettuale non nega la possibilità di concepire Dio, se davvero se ne è capaci, cioè se si è in grado di convivere con una certezza religiosa in un mondo costruito sull'assenza di Dio e la cancellazione del sacro”. Simone Weil amò Marx ma scrisse delle contraddizioni del marxismo, fece suo il cristianesimo ma intese il cristianesimo in maniera anti-dottrinale; Simone Weil fu saggista ed autrice, poetessa, sindacalista, a suo modo teologa, fu scrittrice politica: tutto assieme, tutto contenuto in un corpo magrissimo, che potevi tenere tra le braccia senza neanche accorgertene.

Nuovo teatro made in Naples?

Il punto di partenza della riflessione – e di questo corsivo – è stata la visione di un progetto eleborato da C.Re.S.Co., cioè dal Coordinamento delle Realtà della Scena Contemporanea. “Lanciato” in questo mese di aprile del 2016, il progetto si chiama Lessico Contemporaneo ed ha come obiettivo “la riflessione artistica sullo spettacolo nel nostro tempo presente”. Così, a livello regionale, gli aderenti a C.Re.S.Co. organizzano appuntamenti ai quali prende parte “una comunità in senso allargato”, interessata “a stimolare il confronto e l'analisi delle arti della scena tra gli artisti”.

Finalmente

Le grandi piramidi coperte dai sacchi neri, che i gabbiani vanno a pizzicare quand'è estate. L'odore dolciastro e tossico che si respira nelle campagne, gli alberi seccati, la frutta marcia, che presa in mano ti sporca il palmo. I comitati di quartiere, le assemblee organizzate in pubblico, i gruppi di mamme, unite dal dolore di essere rimaste senza figli. Il tasso cancerogeno, le malformazioni, questa tosse che non ti passa e che da tre giorni ti fa sputare il sangue.

Politica e crisi: "Duramadre" di Fibre Parallele

La bellezza è soltanto epidermica,
la bruttezza arriva fino all'osso.
(Arthur Bloch)


Politica e Fibre

Su un uomo di fumo, su Teatro In Fabula

L'uomo di fumo è un uomo di fumo: nuvola del colore della cenere, è nato e cresciuto all'interno di un camino, prima di intraprendere il suo viaggio verso le case e la città. Com'è il suo volto? Non lo sappiamo. Che tono ha la sua voce? Parla talmente poco che non riusciamo a ricordarlo. Inconsistente al tocco, privo degli umori e delle passioni che appartengono agli esseri in carne e ossa, è al tempo stesso una figura mitica, divina o diabolica, eppure dotata di una semplicità e di una purezza che lo fanno assomigliare a un adolescente inesperto, a un ragazzino al primo contatto effettivo col mondo. Così gli capita – ad esempio – di scambiare una vecchia per un uomo: “Voi sareste un uomo, per caso?”, “No. Io sono una povera vecchia, un uomo per caso sarete voi”.

Fragilità, il tuo nome è Amleto

Sarà sempre un Amleto più povero di quello
shakespeariano, ma può essere anche un
Amleto arricchito della nostra contemporaneità.
Può esserlo; preferirei dire: deve esserlo.
(Jan Kott)



Quest'Amleto – diciotto o vent'anni, di più forse: “La sua età è un grande mistero”, per dirla con Auden – ha un profilo Facebook, è iscritto a Twitter e usa Skype. Questo Amleto, da piccolo, alle lucertole non tagliava la coda – come facevano tutti i suoi compagni – ma la testa e, quando si trattava di giocare a pallone, preferiva fare il portiere: che fosse già un amante della solitudine estrema? Quest'Amleto “sta abbacchiato”: da una settimana non esce dalla stanza, da chissà quanti giorni non mangia – il pollo con gli spinaci che gli ha lasciato la madre in cucina avrà, nel frattempo, cambiato colore – e non ha voglia di bere: acqua, sia chiaro, perché mantiene in fresco una bottiglia di Aperol, in un vaso colmo di terra, con cui fare dei cocktail da tracannare con un biberon (stordimento infantile).

A un'immagine dall'addio

Fuori piove. Si sentono, in lontananza, voci di bambini. Rumore di auto: traffico in strada.
Dentro c'è un vecchio.

Primi appunti su Quotidiana.com

Non si chieda cosa ho fatto in tutto questo tempo.
Resterei muto;
e non direi perché.
E c'è un silenzio da far esplodere la terra.
Neanche una parola che abbia colpito;
si parla solamente nel sonno.
E si sogna di un sole che rideva.
Svanisce;
il dopo non ha più importanza.
La parola si è spenta, quando quel tempo si è svegliato.
(Karl Kraus, Non si chieda)


Premessa
Sala Ichòs, confermandosi spazio che tenta di ospitare e proporre compagnie che fanno dell'innovazione del lessico teatrale la propria ragion d'essere, offre la possibilità di assistere – in giornata unica – alle prime due opere che compongono un trittico ancora incompleto, intitolato Tutto è bene quel che finisce: L'anarchico non è fotogenico, Io muoio e tu mangi. Li considero perciò un tutt'uno di un progetto più ampio, ancora in via di definizione.
In passato ho solo visto, in video, due dei tre spettacoli che compongono la Trilogia dell'inesistente e ne ho letto i testi, pubblicati da L'alboreto: incontro dunque e davvero per la prima volta i Quotidiana.com.
Ne viene adesso questo diario d'appunti: una sorta di taccuino messo in pubblico, in cui ci sono approfondimenti dubbiosi e ragionamenti su qualche dettaglio più che la recensione della doppia messinscena.
Così va, questa volta, in attesa del prossimo incontro e del terzo episodio.

Fine di una storia d'amore (europea)

Fine di una storia d'amore
La reciproca conoscenza, l'affetto, l'entusiasmo, la passione, l'amore. Quella sera, per noi così importante da dover essere immortalata in una foto. La scelta di vivere assieme. I sacrifici, condivisi e indolori perché animati da una speranza in comune. La fatica e la capacità di accontentarsi, rimandando l'idea del benessere ma facendone comunque una prospettiva ancora possibile. Il tempo che corre, i volti che cambiano, la stanchezza che inizia a farsi sentire, quotidiana. Gli anni che all'improvviso – semplicemente passando – si mostrano pesanti come zavorre: i sacrifici sono gli stessi di prima; è la speranza tuttavia che è mutata e che, sempre di più, somiglia a un'illusione. Le mani in tasca, per contare quanto ci rimane. La povertà – non posso permettermi di comprarlo – e il nervosismo, la rabbia, l'insopportabilità verso le parole, le scelte o i gesti dell'altro. Le tue colpe, che sono maggiori delle mie. Cambia tono quando parli con me. Ti rendi conto di cosa hai fatto? È inaccettabile. Mi hai tradito. Dobbiamo dividerci. Non possiamo più stare uniti, non possiamo più essere una cosa sola. In fondo che cosa siamo stati davvero? L'addio e, dopo l'addio, un ultimo istante di nostalgia – solo il momento per un pensiero, un cenno, un saluto – per quel che sarebbe potuto essere e che non è stato.
Storia di un amore finito, ma tra chi?

Retorica e resistenze (ai tempi di Achille Lauro)

Nel 1952 Luchino Visconti mette in scena La locandiera cancellando il presunto “stile goldoniano” e individuando nei giochi erotici della protagonista e nella sua condizione di lavoratrice pre-borghese gli elementi fondanti dell'opera. Nel 1952 Squarzina realizza, con Gassman protagonista, la prima versione integrale dell'Amleto. Nel 1952 Giorgio Strehler ha già inaugurato il filone dedicato a Goldoni (Il servitore di due padroni, L'amante militare), ha iniziato il percorso shakespeariano (Riccardo II; La tempesta; Riccardo III; Enrico IV), si è dedicato alla grande drammaturgia borghese dell'Otto/Novecento (Gorkij; l'Ibsen di Casa di bambola; il Čechov de Il gabbiano), si è interrogato pirandellianamente sulla creatività teatrale (I giganti della montagna, Questa sera si recita a soggetto) e si appresta a pensare, studiare e approcciare Bertolt Brecht.
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