“La sofferenza, il dolore sono l’inevitabile dovere di una coscienza generosa e d’un cuore profondo. Gli uomini veramente grandi, credo, debbono provare su questa terra una grande tristezza”

Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Roberto Cirillo

Marco Bechis, desaparecido del cinema italiano

Il 21 novembre 2019 il mio giornale mi propone un’intervista a Marco Bechis. Se il nome non mi diceva granché, quando ho scoperto essere l’autore di Garage Olimpo, ho subito accettato. Per amore di un film. Quel che segue è il resoconto delle due intense ore che mi ha donato, nella hall di un albergo, a Napoli, in occasione della proiezione del suo La terra degli uomini rossi – Birdwatchers, alla XI edizione del Festival dei Diritti Umani di Napoli presso lo Spazio Comunale Piazza Forcella, in compagnia della professoressa Valentina Ripa. A onor del vero, ho scoperto che la mia ignoranza è dovuta al fatto che Bechis è un regista alieno, in qualche modo desaparecido da entrambi i continenti, scomodo per la sua caparbietà e per l’integralismo intellettuale che trasfonde nel suo cinema, in ragione del quale esige che i temi politici dei suoi film siano rispecchiati nel modo in cui vengono girati.

Galeotto fu il benessere e colui che lo porse

I grandi maestri del racconto breve sono pochi, e recenti. Se uno è Carver, l’altro, probabilmente, è Dürrenmatt. Dürrenmatt, infatti, lo si ricorda per alcuni dei più perfetti, ben ingegnati, racconti brevi che ci sia dato leggere, fra i quali meritano di essere citati, perlomeno, il rashomoniano Il lamento della Pizia e Il Minotauro.

“Skianto”: urlo muto sottopelle

Il sipario si solleva, come velo di Maya, e disvela l’infanzia perduta di un bambino interiore cui non è dato crescere. Cui non è dato perdersi. Il protagonista, calzettoni giallo fluo, pigiama di Mazinga, imbracato ai lombi, volteggia, come un acrobata sospeso, o meglio, burattino, bimbo costretto a una sindrome di Peter Pan, nonostante i suoi un metro e ottanta e passa.
Questo incipit trapezista occorre per introdurre allo spirito di leggerezza (qualche volta naïf, qualche volta sguaiato, qualche volta patetico, ma sempre efficace) che è proprio di tutto lo spettacolo. Nonostante il tema affrontato. O forse proprio per questo.

Poco fumo ma tanto Orson in questo “Welles’ Roast”

È sempre un piacere ritrovare sul palco Battiston, oltre che sul grande schermo (che, in realtà, non fa che penalizzarlo), che sia Danton per Martone o Churchill per Rota. Scritto a quattro mani col regista, Michele De Vita Conti, stavolta sceglie di mettere le sue carni a disposizione di un’altra incarnazione, complice la suggestione d’un physique du rôle ma, più probabilmente, un’affinità elettiva e caratteriale verso un artista stabordante e incontenibile: quell’Orson Welles la cui impronta ha lasciato un segno indelebile in tutte le arti con cui ha intrecciato il suo cammino.

Addio Vallo bella, l’anarchico va via

Li riconosci, gli anarchici. Da come invecchiano. Come e più di qualsiasi altro iniziato d’un credo politico (quei pochi che restano) ma, con l’età, un anarchico stacca gli altri, e si rende vieppiù identificabile. Vien da dire che un anarchico (o un’anarchica) ha uno smalto tale, a rivestirne la tempra, che con l’usura del tempo resiste meglio. Non la lavi via di dosso a qualcuno, l’anarchia. A nulla possono, lavoro, famiglia, imborghesimento, rammollimento, delusioni. O meglio, possono sì, ma meno.

Bud Spencer. Da leggenda napoletana a icona universale

“Nel 1999, il Time conduce una ricerca su base mondo
per valutare chi fosse l’attore italiano più conosciuto:
il risultato è sorprendente, si trattava di Bud Spencer”.


“Io sono napoletano prima di essere italiano”.
Bud Spencer

 



Si è inaugurata in questi giorni la fiera multimediale dedicata a Bud Spencer (budspensér come l’ha pronunciato qualcuno, passando). Per accogliere col giusto spolvero questo figlio tanto devoto, Napoli gli ha riservato il suo salotto buono: il Palazzo Reale. Trattandosi di una mostra multimediale, le opere che accolgono il visitatore sono alcuni memorabilia, cimeli del set e della vita dell’artista partenopeo, la ricostruzione di alcuni ambienti tipici nei quali l’abbiamo visto sguazzare (alcuni letteralmente, come il fondo di una delle vasche in cui ha brillato la sua carriera da natante olimpionico) e vari omaggi, fra targhe e riconoscimenti, libri da tutto il mondo, i dischi che ha inciso, le lettere dei fan (che ancora gli scrivono benché ci abbia lasciati tre anni fa).

Non 5 ma un multiplo di 5 è il numero perfetto

Si attendava al varco, Igort. Un varco che aveva preso una curva piuttosto larga. Fa piacere che, tanta attesa, con l’effetto moltiplicatore delle aspettative che ne consegue, sia stata premiata.
L’esordio alla regia di Igort, infatti (per l’anagrafe, Igor Tuveri, punta di diamante del fumetto, italiano ma non solo, visto che la sua arte lo ha portato – e lui ci ha portati con essa – in giro per i vari angoli del mondo, vedi Quaderni Ucraini e i folgoranti Quaderni Giapponesi) non conosce sbandate.
Ma fu vero esordio?

Queste fantasme

Ovvero: del teatro Pop-olare non populistico, civile, attraverso il romanzo delle popolane e non del popolino.
Esistono cose che sono inenarrabili. Lo sono per i più svariati motivi. Perché estremamente complesse. Perché troppo dense per essere compiutamente scandagliate. Perché ci coinvolgono troppo. Perché la materia di cui trattano è talmente stratificata che è impossibile qualsivoglia riduzione.

Ne basta uno...

Si potrebbe cominciare in tanti modi diversi.
Uno potrebbe essere quello di partire dai numeri. Rilanciare i numeri. Si farebbero scoperte niente affatto scontate, come quella stante la quale, in realtà, da quando c’è lui (innominato ma in minuscolo, perché tale è la sua statura umana) il numero di irregolari è aumentato anziché diminuito. Notizia del solito beninformato sinistroide o, come li definisce lui, radical chic? No, sono i numeri che dà il Viminale, in forza dei quali, a smentirlo, non è uno di quei giornali faziosi e di partito, ben foraggiati dalle controparti politiche. No, è Il Foglio.

Madre Courage... fatti ammazzare!

Lo spettacolo comincia con gli attori schierati di spalle al pubblico. Tanti. Come soldati. Tutti tranne lei. La protagonista. Al centro. La vediamo e attraverso l’eccezionale scenografia di Luigi Ferrigno vediamo loro che guardano lei. Loro che, in un gioco di prospettiva, sono schierati insieme a noi. Perché è lei, indubbiamente, la protagonista indiscussa dello spettacolo. Sulle sue spalle si regge l’intero gioco.

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