“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Giovedì, 02 Gennaio 2014 00:00

“Gli Indifferenti”: un dramma mancato

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Gli indifferenti, romanzo d’esordio di Alberto Moravia, viene pubblicato nel 1929 e redatto tra il 1925 e il 1928, quando lo scrittore non era ancora diciottenne.
Egli ne inizia la stesura dopo aver lasciato il sanatorio Codivilla di Cortina d’Ampezzo, luogo in cui è costretto a letto per due anni, essendosi ammalato di tubercolosi ossea alla tenera età di nove anni.
Solo, durante la convalescenza legge in maniera compulsiva: Dostoevskij, Proust, Kafka, l’Ulisse di Joyce, Una Stagione all’inferno di Rimbaud, Molière, Ariosto, Manzoni, Shakespeare, Dante ed altri. Compone versi in francese e in italiano che definirà “bruttissimi” per poi dedicarsi totalmente alla scrittura in prosa.

Moravia, in Confessioni di scrittori (1951), mette in luce una questione prettamente formale legata alla redazione del suo primo romanzo: “Ricordo benissimo che per me, la questione importante, al tempo che componevo quel mio primo romanzo, era di fondere la tecnica del romanzo con quella del teatro, questione − come si vede − del tutto letteraria”.
Effettivamente il romanzo ha un ritmo fortemente teatrale, scorre velocemente, non vi sono quelle lunghissime pause descrittive tipiche del romanzo ottocentesco e ciò comporta che l’azione rimanga centrale, proprio come in un’opera teatrale. I dialoghi sono incisivi e diretti, vi sono continue entrate-uscite da parte dei personaggi i quali si muovono da una stanza all’altra, quasi come stessero seguendo delle stage directions dettate da un direttore di scena.
Inoltre, tutti i personaggi − Carla, Michele, Leo, Lisa e Mariagrazia − recitano un ruolo.
In fondo, si potrebbe dire che l’intero romanzo di Moravia si svolga sopra un palcoscenico: ognuno recita un copione accuratamente premeditato, ognuno indossa un costume di scena − si pensi all’immagine finale del romanzo − o una maschera, tutti sono attori di vita mondana e spettatori passivi della loro vita intima.
Uno dei personaggi, il giovane Michele, definisce il rapporto tra lui e l’amante Lisa una “indegna commedia” (p. 51) per il carattere fittizio della loro unione e per l’impossibilità di amarsi con trasparenza; Mariagrazia, la madre di Michele e Carla, viene definita dalla figlia una vera e propria maschera: “(Carla) non aveva più voglia di ridere, guardava la madre, quella maschera stupida ed indecisa sospesa nel giorno bianco della stanza” (p.67).
Gli Indifferenti è quindi una sorta di commedia mancata in cui i personaggi necessiterebbero solo del soffio della vita per poter inscenare quella grande farsa grottesca che è la loro esistenza, soffocata com’è dalle convenzioni, dalle ipocrisie e delle falsità tipiche della forma mentis borghese degli anni del fascismo; proprio per questo i personaggi non possono vivere nella verità del loro essere e sono perpetuamente in conflitto tra l’essenza e l’apparenza.
Il personaggio che risente maggiormente di questa contraddizione tra vita interiore ed esteriore è Michele.
Michele è la personificazione dell’indifferenza, egli non riesce ad accettare la monotonia e la monocromia della sua vita e dunque vive senza provare alcuna emozione. Ogni volta che tenta di esternare un qualsiasi sentimento egli si sente profondamente falso e artificioso, incapace di esprimere la sua vita interiore: con occhi asciutti guarda se stesso e si figura come un fantoccio senza vita. La sua sterile apatia giace nel fatto che egli non riesce ad appassionarsi alla vita, come dice esplicitamente nel romanzo.
Michele è un nostalgico del romanticismo: l’amore, l’odio e la vendetta erano allora, nell’ideale dell’uomo romantico, dei sentimenti autentici e trionfanti, non quei sentimenti repressi e castrati del mondo borghese nel quale è condannato a vivere.
Si sente straniero, in esilio rispetto al mondo che lo circonda, non ha fede né scopo e prova una profonda angoscia esistenziale: “Di questa angoscia, Michele aveva un timore doloroso: avrebbe voluto non pensarci, e come ogni altra persona, vivere minuto per minuto, senza preoccupazioni, in pace con se stesso e con gli altri; ‘essere un imbecille’ […] ‘Tutta questa gente’ pensò ‘sa dove va e cosa vuole, ha uno scopo, e per questo s’affretta, si tormenta, è triste, allegra, vive… io… io invece nulla… nessuno scopo… se non cammino sto seduto: fa lo stesso’. […] ‘E io dove vado?’ si domandò ancora; si passò un dito nel colletto: ‘cosa sono? Perché non correre, non affrettarmi come tutta questa gente? Perché non essere un uomo istintivo, sincero? Perché non avere fede?’” (p. 109).
L’indifferenza di Michele è una forma di rivolta contro lo spregevole mondo borghese: è una rivolta ideale che rimane in potenza perché non realizzata concretamente.
Varie volte Michele ha tentato di ribellarsi contro l’arroganza e la meschinità di Leo − amante della madre, emblema del male e della corruzione, un uomo lascivo ossessionato dal sesso e dal denaro − ma ha sempre fallito, compiendo irrimediabilmente degli atti mancati, rimasti sospesi a mezz’aria.
Un altro essere in rivolta è Carla, sua sorella.
Come Michele, Carla soffre profondamente a causa dell’ambiente meschino nel quale vive, ma questo sentimento di insoddisfazione è in lei più discreto e silenzioso.
Carla si esprime rarissime volte nel corso del romanzo e il lettore viene a conoscenza della sua interiorità quasi esclusivamente attraverso i pensieri. Ella sembra subire passivamente tutti gli eventi della sua esistenza, come ebbra incapace di dominarsi, si sente sola in preda ad una fatalità cieca che la trascina sempre più in profondità nella spirale del male. Carla, come Michele, vuole sfuggire alla noia ed alla stanchezza della sua vita, vorrebbe iniziarne una nuova: ma come fare? Annichilendosi nel male, forse per giungere ad una sorta di estrema catarsi, sprofonda nella rovina e nel disonore.
Nonostante il sentore della sua fragilità e inconsapevolezza, Carla ha dei momenti di grande lucidità, ma si ha sempre l’impressione che non sia pienamente padrona di se stessa.
La sua rivolta è in fondo una rivolta passiva, che non agisce concretamente ma rimane introiettata, che si concretizza solo nel momento in cui, alla fine, prende una decisione fatale per la sua vita intima ma economicamente conveniente per lei medesima e gli altri membri della famiglia.
Carla si renderà presto conto del fatto che la nuova vita che tanto desiderava non è poi così soddisfacente. Ella ha infine accettato le convenzioni e le convenienze della società borghese, il suo è stato un doloroso processo di adattamento, non avrebbe potuto agire in altro modo: si è ritrovata in un vicolo cieco e non ha più trovato una via d’uscita.
Vi è poi l’ultimo tassello della famiglia, Mariagrazia, madre di Michele e Carla, amante trascurata di Leo: ella è debole e sottomessa, ignara del male reale che la circonda ma al tempo stesso sospettosa e diffidente nei confronti della vita e degli altri.
Una donna tipicamente borghese, schiava delle convenzioni e delle ipocrisie di quella società mondana in cui vive tra la frenesia dei balli, la compostezza delle cene e dei pranzi, le uscite pomeridiane per comprare civettuoli cappellini nell’atelier dello stilista più in voga.
Il momento del pasto della famiglia Ardengo è il tempo in cui tutti i conflitti tra i personaggi emergono, una sorta di inferno sartriano, in cui ognuno è condannato a reprimere i propri sentimenti e ad essere giudicato sotto lo sguardo indagatore dell’altro. La celebre formula sartriana “L’inferno sono gli altri” si adatta perfettamente al romanzo di Moravia: ogni personaggio è limitato, giudicato, represso o reso infelice dagli altri. La società è il male della coscienza, essa è incapace a riconoscere se stessa tra i fumi delle apparenze e gli inganni.
Come in Porte Chiuse di Sartre, nel romanzo vi è un senso di imprigionamento fisico e mentale, un senso di soffocamento e di immobilità, di inazione.
Lo sfondo che accompagna Gli Indifferenti è caratterizzato dal grigiore, dalle continue piogge ed è una sorta di paesaggio d’anima che rispecchia lo stato d’animo dei personaggi, stanchi di vivere e logorati dalla noia.
Si è parlato giustamente del romanzo di Moravia come di una sorta di anticipazione del romanzo esistenzialista, in cui vengono messi in campo la legittimità dell’agire e la questione della libertà degli uomini, gli interrogativi sul senso dell’esistenza e la critica della società borghese amorale e corrotta.
Alla fine del romanzo è come se i personaggi non riuscissero ad uscire liberati dalla vicenda: Carla accetterà di vivere nell’apatia, Michele rimarrà legato al suo spirito di rivolta ideale e dichiarerà l’impossibilità di vivere, mentre Lisa, Leo e Mariagrazia, personaggi privi di autocoscienza, continueranno a vivere come fantocci, privi di slancio e di sincerità.
Si ha la sensazione che tutti i personaggi, come burattini, rimangano intrappolati nelle loro stesse fila, nella loro stessa indifferenza.


 

 

 

 

Alberto Moravia
Gli indifferenti
  (1929)
Bompiani, Milano, 2012
pp. 285

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