"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Lunedì, 06 Gennaio 2014 00:00

Una gioventù che sta per morire

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Quando ti ritrovi fra le mani un classico è come un diamante: per sempre. Se vuoi conoscere l’eclissi di un mondo, un certo mondo, incuneato nel cuore del vecchio continente per secoli, cosa rappresentasse e quale Weltanschauung avesse prodotto, devi leggere La Cripta dei Cappuccini di Joseph Roth. Duecento pagine e cogli tutto: dal rumore di fondo, uno scricchiolio sinistro come la scala malmessa di un racconto di Edgar Allan Poe, al senso di vuoto dei peggiori incubi quando stai per cadere in un burrone.

In mezzo all’Europa, non a caso ribattezzata Mittel, ha resistito l’impero austriaco, poi austro-ungarico. Un mosaico: che se cominciavi a fare l’elenco delle nazionalità comprese nei suoi confini e partivi, ipoteticamente, da Est, dalla Galizia, arrivavi a Innsbruck con la testa confusa. Tante erano le etnie, in un continuo rimescolamento, con divagazioni geografiche irrispettose dei quattro punti cardinali. Ma c’era un ma: il "frainteso e abusato spirito della vecchia monarchia che faceva sì che io fossi di casa a Zlotogrod non meno che a Sipolje o a Vienna". Bastava un caffè, inteso come locale piuttosto che come bevanda, un dragone o un ussaro in divisa di presidio a una stazione postale e tornavi a essere parte integrante di un corpo articolato eppure coeso.
Certo, sloveni e moravi, italiani e tedeschi, bosniaci e magiari, ruteni e croati. Agitati e perfino indipendentisti, con in cuor loro il pizzico di orgoglio di essere membri di un mondo cosmopolita. Quel mondo stava per finire e la sua dipartita spalancò le porte alla banalità del male che poté trionfare a distanza di due decenni.
A Vienna, nel 1913, giusto cent’anni fa, passeggiavano nelle stesse strade il professor Freud, Gustav Klimt e Robert Musil. Magari per raggiungere proprio un caffè e farsi servire una sacher. Cento anni fa, quando nascevano i nostri nonni. Il primo interpretava i sogni, una cosa fino a quel momento neanche concepibile, il secondo vestiva donne oniriche, il terzo aveva capito che dell’impero multietnico restavano solo la vaghezza di un’idea e i giorni contati. Ribadisco: tutte le successive tragedie sono cominciate da questa implosione, da Hitler, caporale dell’esercito austro-ungarico a Srebrenica. "La morte incrociava già le sue mani ossute sopra i calici dai quali noi bevevamo, lieti e puerili. Noi non la sentivamo, la morte. Non la sentivamo perché non sentivamo Dio". Ecco il punto di questa frase dal vago sapore dostoevskiano ed estrapolata dal libro: in pochi avevano capito. Pochissimi. Di certo non il protagonista Francesco Ferdinando Trotta.
Trotta si gode la spensierata Vienna dei giovani benestanti e aristocratici. "Vivevo allora per così dire alla giornata. No! Non è esatto: io vivevo alla nottata; di giorno dormivo". Rampollo di una gioventù che stava per morire fin dall’autunno del 1914 in Bucovina, incalzata dall’esercito russo, e che non credeva possibile accadesse. Invece la morte era lì, accanto ai violini tzigani che allietavano i pomeriggi seduti ai tavoli a sognare l’ennesima conquista. La morte carogna, bastarda e paziente come un topo di fogna. Adulava e dava appuntamento nel giro di pochi mesi nelle trincee sparse ovunque. E i tanti Francesco Ferdinando Trotta neppure se ne accorgevano.
Non è che l’impero degli Asburgo fosse stato immune da batoste memorabili (così come da vittorie memorabili, una su tutte quella contro i turchi che assediavano Vienna nel 1683): cito Austerlitz con l’Austria annichilita da Napoleone e Sadowa quando a prevalere furono i prussiani. Ma mai era passato per una guerra mondiale: venne chiamata così "non già perché l’ha fatta tutto il mondo, ma perché noi tutti, in seguito a essa, abbiamo perduto un mondo, il nostro mondo".
Lo spartiacque della storia europea, della storia del pianeta. L’Europa che ne esce a pezzi a vantaggio delle giovani nazioni extraeuropee emergenti: chi doveva pagare il prezzo più alto di questo scempio se non la monarchia che meglio la incarnava, dove decine di nazionalità europee convivevano?
Cosa dice ancora Francesco Ferdinando Trotta riferendosi alla sua città slovena natale, Sipolje? Sì, d’accordo, non una metropoli ma "una cittadina, una piccola cittadina, una cittadina qualunque". E dopo la guerra? "Oggi è un enorme prato". La devastazione prodotta da una frana inattesa. Cittadine che diventano prati, metropoli che diventano cittadine. Vienna, nel luglio 1914 è la più elegante del mondo, nel 1918 è trasfigurata, preda di maneggioni mentre l’aristocrazia di antico lignaggio è ridotta a zombie.
Ci prova Francesco Trotta: entra in società con il suocero, per disporre di fondi, ipoteca la casa, ma gli affari non decollano. Ha un figlio dalla moglie Elisabeth e per mantenersi adatta una parte della casa nobiliare in pensione dove vengono accolti soprattutto i suoi amici squattrinati, sconfitti dal nuovo mondo nel quale non riescono a inserirsi.
In questo vuoto geo-politico e culturale, che neppure le potenze europee vincitrici, anch’esse avviate lungo il viale del tramonto, possono colmare, entra come un rullo compressore il nazismo e la sera della presa del potere in Austria delle camice brune, Trotta si ritrova, perplesso, a vagare solitario per Vienna con il desiderio di visitare la Cripta dei Cappuccini dove riposa il suo imperatore Francesco Giuseppe simbolo del passato.
Sappiamo benissimo chi furono le vittime principali del nazismo e chiudo citando un’altra frase illuminante di questo splendido romanzo: "La buona società della quale mi consideravo membro, non poteva disprezzare un ebreo: per il semplice motivo che già lo faceva il mio portiere". Già, solo che la buona società era distrutta e il nazismo erano questi piccolo-borghesi rancorosi, maledettamente inferociti. Un germe venefico in un tessuto senza più anticorpi.

 

Dedicato ad Alessandro Toppi

 

 

 

Joseph Roth
La Cripta dei Cappucccini
traduzione di Laura Terreni
Milano, Adelphi, 2007
pp. 197


 

 

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