“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Martedì, 10 Dicembre 2013 01:00

Una brezza casuale ci rimetterà in moto

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Uno pensa di leggere Livelli di vita di Julian Barnes e cavarsela con una recensione a buon mercato. Anche perché la consistenza, 118 pagine, indurrebbe a crederlo. Nulla di più sbagliato. Devo dire, poi, che l’articolo di Giuseppe Varriale Paideia napoletana. “Gli alunni del sole” di Giuseppe Marotta (http://www.ilpickwick.it/index.php/letteratura/item/817-paideia-napoletana-%E2%80%9Cgli-alunni-del-sole%E2%80%9D-di-giuseppe-marotta), con quel suo oscillare tra morte e mito mi ha convinto a scrivere qua l’articolo seguente.

Innanzitutto, di che stiamo parlando? Risposta: di due romanzi in uno. Il primo è un’epopea ottocentesca, di quelle che solo la fiducia positivistica sull’uomo e sulla tecnica potevano generare.
Il secondo è una meditazione intima e individuale. Nel primo, tre personaggi sono alle prese con il sogno di volare in mongolfiera. Nel secondo, Barnes stesso riflette sulla morte elaborando il lutto derivato dalla perdita della moglie. Già vi sento: e dove sta la connessione? Un attimo, seguitemi. C’è una ragione letteraria e c’è una ragione… logica, perdonate la tautologia, a condurre a questo genere di composizione.
La ragione letteraria è che Julian Barnes, sofferente per la dipartita della consorte, un evento che gli ha fatto pensare in termini ricorrenti al suicidio, prima di affondare nel suo personale ragionamento ha bisogno di porre una distanza, appunto, “letteraria”, tra se stesso scrittore e se stesso uomo. La prima parte di Livelli di vita, in realtà due capitoli, quella davvero romanzata, assume dunque una storia come oggetto di narrazione per creare il giusto distacco da un tema opprimente. Una tecnica che crea l’impalcatura fidando sulla purezza della parola per evitare che l’intera opera resti solo un grido.
Veniamo al trittico di specialisti della sfida celeste, ciascuno a suo modo in cerca della “prospettiva di Dio”. Perché il Signore ci guarda dall’alto e la mongolfiera sale lassù: sono il colonnello di cavalleria e viaggiatore britannico Fred Burnaby, il fotografo francese Nadar e l’attrice parigina Sarah Bernhardt. A quest’ultima lo scrittore attribuisce una relazione amorosa immaginaria con Burnaby. Tutti e tre svolazzano a bordo delle mongolfiere che i due uomini oltretutto si impegnano a progettare con esiti spesso disastrosi. I ritratti sono splendidi e si respira l’aria delle magnifiche sorti e progressive.
Burnaby, Nadar e Bernhardt ci aiutano a entrare nella ragione… logica, ovvero del come e del perché da un pallone aerostatico, il punto A, si arriva all’anima dell’autore, il punto B. Attenzione: cosa andavano a fare i pionieri del volo tra le nuvole? Andavano a cogliere le immagini della Terra come nessuno le aveva mai scattate e nessuno le aveva mai viste. Già, perché il volo è contemporaneo a un altro prodigio: la fotografia. E se i Burnaby dell’epoca, da bravi sudditi di sua maestà, potevano accendersi un sigaro a loro rischio e pericolo nella gondola, i Nadar si portavano dietro un apparecchio per "rendere il soggettivo all’improvviso oggettivo", propiziare quel "sorgere della Terra" osservato un secolo dopo dagli astronauti in viaggio verso la Luna. L’alambicco è sistemato: prodigio, volo aerostatico, più verità, fotografia, sono gli elementi che combinati chimicamente danno per soluzione l’amore.
Ma "ogni storia d’amore è potenzialmente anche storia di sofferenza. Se non subito, in un secondo tempo. Se non per l’uno, per l’altro. Per tutti  e due, qualche volta". Specie se viene meno la moglie e al sopravvissuto, Barnes in questo caso, non resta che una elaborazione del dolore che porta a reagire in forme dissimili: quella razionale è il suicidio, sì il suicidio, quella irrazionale è scendere agli inferi. Quale mito sovviene? Orfeo che prende per mano Euridice e tenta di ricondurla alla luce. Un’impresa disperata come noto: "Perdere un mondo per uno sguardo? Certo che sì. Il mondo esiste per questo, per essere perduto, date le debite circostanze".
Per quanto assurdo, il mito, come la religione, forniva uno schema: nella società contemporanea, dove il mito è scomparso e la religione ha meno forza, non sappiamo più affrontare né la morte né il lutto. Non abbiamo sviluppato forme sociali per poterci confrontare adeguatamente con entrambi. Ed è, se vogliamo, paradossale perché la morte è una parte intrinseca della vita stessa.
Scartato il suicidio per un motivo bellissimo, di un’intimità da rispettare e basta, che non posso anticiparvi ma che troverete a pagina 91, resterebbe la discesa agli inferi: Barnes ricorda un termine tedesco difficilmente traducibile in inglese, Sehnsucht, “struggimento”, “inconsolabile desiderio per qualcosa o qualcuno che non si può raggiungere”. Come uscirne? Evitando di intrattenere un rapporto con l’abisso, sennò non facciamo che rigirarci indietro e perdere per sempre Euridice. Non è neanche necessario, perché quei voli in mongolfiera hanno accorciato tremendamente le lontananze: la Terra non è guardata più da un’altezza divina e siderale ma, umanamente, da mezz’aria. Non sarà lo “sguardo” ma è perlomeno la “prospettiva di Dio” che se ce la facciamo bastare e se i venti non ci abbattono è pur sempre una rivincita rispetto a quando sembravamo destinati solo al piano orizzontale. Estinta così l’incommensurabilità che accompagnava Dio ontologicamente, l’uomo ha ridotto ogni distanza, anche quella dall’abisso. L’Ade non a caso non sta più chissà dove al centro del pianeta ma a due metri da noi, tanto sono profonde le sepolture. Che abisso andiamo a cercare?
Veniamo allora al metodo Barnes, che è il metodo di chi ha una visione meccanicistica dell’universo. Intanto prendiamo atto che l’universo non ha sentimenti; lo stesso atteggiamento che ha verso di noi, lo ha per gli scarafaggi. Detto in modo meno drammatico: l’universo fa il suo mestiere e la morte ghermisce quando vuole, senza motivo né possibilità di spiegazione e consolazione. Assumere questa consapevolezza non è poco: pare nichilismo ma è un nichilismo mite.
Dire che qualcuno è morto non significa che non esiste: continua un’esistenza e la continua sotto forma di dialogo con chi è sopravvissuto. Con la moglie, Barnes mantiene un rapporto costante che a lui sembra normale. Per alcuni, la fine di una vita e la violenza della perdita portano a gettarsi nell’estremo opposto, e l’opposto di Thanatos è Eros. Per altri l’opposto è una tazza di tè nel proprio salotto parlando con una foto, tipo il protagonista di Sostiene Pereira, ricordando, piangendo senza vergognarsi e sognando. È fatica, sia chiaro, ma se avremo pazienza, il caso da un qualche punto, o da nessuno, leverà una brezza inattesa in grado di rimetterci in moto.


 

 

 

Julian Barnes
Livelli di vita
traduzione di S. Basso
Einaudi, Torino, 2013
pp. 118

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