"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Giovedì, 27 Dicembre 2012 19:34

Modernariato dei Progetti

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Domenica 23 dicembre si è tenuta al Godot Art Bistrot di Avellino la decima e ultima tappa del tour di Gianluca De Rubertis, la voce maschile del duo Il Genio. Salentino di origine ma milanese d’adozione, De Rubertis ha esordito nel mondo della musica con gli Studiodavoli, quartetto formatosi nel 2001 e scioltosi nel 2006 dopo aver pubblicato due cd: nel 2004 Megalopolis e nel 2006 Decibels for Dummies.
Nello stesso anno forma con Alessandra Contini Il Genio, progetto che si afferma presso il grosso pubblico tramite l’accattivante singolo Pop Porno, incluso nell’album Il Genio del 2008. Il pezzo diventa un vero e proprio tormentone, grazie alla sua accattivante e ipnotica melodia.

La semplicità del pezzo non rende però giustizia alla complessità delle ispirazioni che sottendono il duo, come il recupero delle sonorità del pop francese di fine '60/inizi '70 (un periodo che non vide solo la riconferma del rock quale fenomeno legato all’emancipazione giovanile ma anche la produzione di arrangiamenti orchestrali nel pop), la riscoperta dell’elettronica analogica dei '70/'80 (Il Genio come i Vive la Fête e le numerose altre band che oltralpe hanno rispolverato i vecchi Roland e DX7) e un gusto per tutto ciò che è vintage senza risultare noiosamente fuori moda. In più si aggiunga un’attitudine al gioco e al citazionismo nelle liriche che testimonia del necessario distacco dalla materia cantata, per scongiurare il pericolo di apparire troppo coinvolti (la distanziazione è strumento del postmoderno) o semplicemente banali.
Questo universo di riferimento si consolida per l’ultimo album del duo, Vivere Negli Anni X del 2010. Nel 2012 De Rubertis pubblica a marzo il suo primo disco solista Autoritratti con Oggetti per l’etichetta Niegazowana Rec. (distr. Venus), di cui cura la produzione, gli arrangiamenti e l’orchestrazione, oltre che esserne autore di musiche e testi. Ed è in questo “esordio” che il tutto vira verso una forma di cantautorato che ne affina le qualità compositive, mostrando una notevole capacità di arrangiamento. Cantautorato lontano dal cliché della nostra musica italiana, ossia del folk singer anni ’70 che canta in italiano, ma nel senso di interprete dalla forte caratterizzazione musicale e testuale in generale, in particolare paragonabile ai nobili padri della canzone francese (ma non solo) ed italiana.
Ascoltando le tredici tracce del disco riaffiorano ricordi di Serge Gainsbourg, Paolo Conte, Fabrizio De André, ma anche di Sergio Endrigo, Giorgio Gaber, Scott Walker, e più vicini a noi, di Neil Hannon e Jarvis Cocker. Sembra che De Rubertis abbia seguito un sentiero che lo ha condotto dal pop synthetico al cantautorato orchestrale già percorso qualche anno fa da Morgan. E con quest’ultimo l’ex Genio fa bella mostra di sé insieme a Francesco Bianconi (Baustelle) e ai Dilaila nella piccola schiera dei nostalgici del bel pop che fu.
Il concerto vede il nostro alla tastiera, accompagnato da Dario Ancona al basso, Marco Ancona (anche membro dei Fonokit) e Lino Gitto (dei Lombroso) alla batteria. L’atmosfera è rilassata e conviviale, il frontman improvvisa al piano canzoni famose alterandone i testi, non c’è niente che tradisca spocchia o presunzione, le canzoni sfilano quasi seguendo la scaletta del disco. Si passa così da Rimanere Male con la sua aria di tango e i fantasmi di Giorgio Gaber e Piero Ciampi (“Ma come sei bella come sei/ sembravi scema e invece vuoi fregarmi/ con due giarrettiere ma non puoi/ perché io sono quel tranviere che non fa salire”) a Io Addio degna di un Conte o di un De André. Lilì ha il piglio rock, con l’elettrica a far da controcanto e a riempire l’assenza - dal vivo - degli ottoni presenti sul disco. Segue la filastrocca macabra di Hotel Da Fine, dove Jarvis Cocker sembra dialogare con Capossela e i testi paiono frutto di un Panella ancor più surreale (“Lì all’Hotel Da Fine/ respiravo affatto male/ brodo caldo di gallina/ Coccodè/ d’amore a picco alla tua schiena/ già pregavo il sommo bene/ che potesse non finire/ tanto scandalo di sole/ che nel buio poi tracima/ e poi scompare”), testi fatti da parole cui l’autore non teme di mutarne l’accento (in Mariangela la donna cantata diventa “Mariangelà” e “…poi te ne vai all’improvviso/ come chi scappa o chi muor/ mi bevo un alcolìco/ corroborando il cuor”). La Prima Vera Parola parte come un lied per tramutarsi in valzer, mentre la musicalità di un Gainsbourg (e anche di un Endrigo) rincorre Paolo Conte in una lenta e melodica Mazurka. Chiude l’accidia di Parlorama, in cui echi di Piero Ciampi (“Pisciare ubriachi/ e scambiare due parole con le piastrelle/ Buonasera, sì, come sta?/ Dormire, perché così è meglio/ dormire/ Fare finta di niente/ perché è sempre niente/ Dire le cose come stanno, bene”) sono accompagnatati da una coda strumentale floydiana.
De Rubertis è entrato a pieno titolo nel novero dei musicisti capaci di superare le secche di una musicalità minimale (figlia del post-rock) che ha segnato molto la scena indie italiana degli anni zero, e che non temono gli arrangiamenti orchestrali e corposi. Contemporaneamente egli si distingue da Morgan perché l’ex Bluvertigo mostra un forte coinvolgimento in ciò che canta, e da Bianconi dei Baustelle in quanto questi trasmette passione per ciò che dice - pur con maggiore ironia e distacco. De Rubertis schizza degli autoritratti con molti oggetti frapponentisi tra sé e la scrittura delle sue "confessioni", rifuggendo a bella posta qualsiasi tentazione di far passare per "messaggio" ciò che avrebbe solamente un "senso". Forse perché dopo decenni di promesse non mantenute e di speranze non realizzate, chi vuoi che dia ancor credito ad un cantautore?
Autoritratti con Oggetti resta uno degli esordi italiani migliori di questo 2012 in dirittura d’arrivo. Sicuramente lo stesso può dirsi per i Sir Frankie Crisp - band in cui svolge la sua principale attività come musicista Dario Ancona - almeno per le formazioni di casa nostra che rispettano forma e idioma originari del rock. Il loro Charming Sounds (ed. Irma Records) regala dieci inediti dall’inconfondibile sapore beatlesiano e dagli accenti più generalmente indie rock desunti dalla frequentazione dei R.E.M. più solari, così come della scena U.S.A. dedita al culto della triade (Beatles-Byrds-Beach Boys), anche se loro nume tutelare rimane sir George Harrison, di cui sono stati tribute band (si chiamano così da un brano di All Thing Must Pass) e che omaggiano in Mystic Maestro, opening track di Charming Sounds. Disco piacevole e solare, mai pedissequo, che regge bene il confronto con i modelli d’oltreoceano.

 

 

 

Autoritratti con Oggetti
voce e tastiera Gianluca De Rubertis
basso Dario Ancona
chitarra elettrica Marco Ancona
batteria Lino Gitto
Avellino, Godot Art Bistrot, 23 dicembre 2012

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