“Perché rimani con me?”; “Perché mi tieni con te?”; “Non c'è nessun altro”; “Non c'è un altro posto”

Samuel Beckett

Venerdì, 15 Novembre 2013 01:00

Nino Benvenuti e "L'isola che non c'è"

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Di Nino Benvenuti si parla spesso, il suo nome è inesorabilmente legato alla storia del pugilato così come i suoi successi. Nino il campione. Sua è la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma del 1960, suo è il titolo mondiale nella categoria dei pesi superwelter e pesi medi. È storia, ormai, la trilogia d’incontri contro l’americano Emile Griffith così come le tutte le altre vittorie dell’icona italiana della boxe.

E ancora oggi, in Italia, la voce del pugilato è quella di Nino Benvenuti. Un nome che è difficile non accostare a quello della noble art anche per chi di boxe non se ne intende. Eppure, nonostante i successi e la popolarità che costringono chiunque ne goda a vivere pubblicamente, esiste un altro Benvenuti, un Nino bambino, che abita la memoria del campione. È quel ragazzino, nato a Isola d’Istria, secondo di cinque figli, che ha visto cambiare completamente il suo Paese e la sua vita nel secondo dopoguerra, che ha assistito alle deportazioni dei suoi concittadini, alle loro fucilazioni e che ha sentito parlare delle torture inflitte nei campi di concentramento jugoslavi. È quel ragazzino che è dovuto diventare uomo in un mondo che non era più il suo, in una città che non era più italiana: “Sono nato a Isola d’Istria e questa è la mia storia. La parte più importante. Quella lontana dai grandi palcoscenici che tutti conoscono”.
Ricordi che non si sono cancellati nel tempo e che oggi, superata la soglia dei settanta, Benvenuti ha deciso di raccontare per “non smarrire la memoria e ricordare quei giorni a chi fino ad oggi non sapeva”. L’infanzia, l’adolescenza, il rapporto con la famiglia, l’approccio con il pugilato e le vittorie sono finalmente immortalati nelle pagine del libro L’Isola che non c’è. Il mio esodo dall’Istria, scritto a quattro mani con il giornalista Mauro Grimaldi.
Un libro che raccoglie i ricordi più intimi del campione, ma anche quelli più dolorosi, che lo legano alla sua terra. E proprio perché delle sue imprese sportive si è già parlato tanto, Benvenuti sceglie di accantonarle e di affrontarle soltanto nella seconda parte dello scritto. In primo piano questa volta ci sono l’uomo, la famiglia, la sua città e le vicende politiche che hanno attraversato l’Istria dopo la fine della seconda guerra mondiale.
C’è Nino con i suoi fratelli Eliano, Alfio, Dario e la sorellina Mariella. Ci sono i suoi genitori: il papà commerciante di pesce al mercato ittico di Trieste, la mamma casalinga, impegnata a prendersi cura dei figli, e la loro vita fatta di piccole cose, ma avvolta dal calore di una famiglia unita: “La sera, tutti intorno al camino, riprendevamo a fantasticare di fronte a un piatto di patate in tecia, una ricetta della nostra tradizione”.
E poi c’è Isola, la patria di Benvenuti, da cui è stato costretto a scappare: “Isola era il mare azzurro. La gente forte. I volti dei pescatori bruciati dalla salsedine. L’odore acre del sudore, dopo una giornata di pesca. Gli sguardi curiosi dei bambini sul molo. I miei sogni di bambino iniziano e finiscono qui, in questo piccolo borgo di pescatori di una terra contesa e martoriata”.
Dopo l’otto settembre del 1943, tutto cambia. L’Istria, liberata dai nazisti, viene occupata dall’esercito di Tito e, qualche anno dopo, annessa alla Federazione Jugoslava. Iniziano le persecuzioni, gli espropri di massa, gli arresti di innocenti e le deportazioni. Molti abbandonano la loro terra per trasferirsi nella vicina Trieste dove, spesso, si sentono ospiti, dove vengono emarginati e guardati con sospetto dagli italiani stessi, pur essendo connazionali. Tutto questo viene raccontato nelle pagine de L’Isola che non c’è, come se il protagonista avesse la necessità di mettere questi ricordi sulla carta per poterli guardare, per ripercorrere tutte le tappe della sua vita, da quelle felici a quelle più dolorose, e capire che si tratta di vicende accadute veramente, anche se per anni nessuno ne ha parlato: “Quando anni fa parlavo di queste cose, sembravo un visionario, e io stesso, di fronte a tutta quella indifferenza, ho creduto di esserlo. Con gli anni ho accantonato le mie vittorie e ho riflettuto sulle mie sconfitte. Non solo sportive. Quelle fanno meno male”. È in questo contesto che è cresciuto Benvenuti ed è tra queste vicende drammatiche che è nato il campione. Nelle pagine del libro ci sono anche tutta la passione del pugile per il suo sport e tutta la riconoscenza per il padre che, anche nei momenti più bui per la patria e per la famiglia, gli ha permesso di non perdere di vista l’obiettivo e lo ha incoraggiato a inseguire i suoi sogni, nonostante all’epoca sognare fosse un lusso per pochi. Il resoconto della carriera pugilistica si ferma alle Olimpiadi del 1960, con la vittoria di Nino Benvenuti sul russo Yuri Radonyak. Un successo che ha un sapore particolare e che all’epoca significò molto di più di un incontro di pugilato e di un titolo, seppure olimpico: “Quel giorno sul ring avevo mille motivi per vincere e l’ho fatto. Tra le urla del pubblico, la gente che mi abbracciava, ho visto scorrere, in un attimo, il film della mia vita. L’arresto di mio fratello. Le coste dell’Istria che si allontanavano. I miei amici scomparsi. Il volto di mia madre. Si, avevo un po’ di conti da regolare…”. “Ognuno di noi non può cancellare il proprio passato, specialmente quando è pesante come il mio. Ed ogni gesto, ogni vittoria, ogni respiro non può non ricordare la mia gente e difendere la sua dignità calpestata, i suoi diritti cancellati, il suo futuro negato. Io, in quel momento, rappresentavo il passato, il presente, il futuro dell’Istria”.


 

Nino Benvenuti – Mauro Grimaldi
L'Isola che non c'è. Il mio esodo dall'Istria

Libreria Sportiva Eraclea, 2013
pp. 144

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