“Uno scrittore dovrebbe vivere in provincia: non solo perché qui è più facile lavorare, perché c'è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia è un campo di osservazione di prim'ordine. I fenomeni, sociali, umani e di costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, qui li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali”.

Luciano Bianciardi

Lunedì, 24 Dicembre 2012 09:18

Che Natale terribile, signor Manzoni

Scritto da 

"Enrichetta Blondel, nata a Casirate l'undici luglio 1791 e morta a Brusuglio il 25 dicembre 1833" (Enciclopedia Biografica Universale).
“La storia delle vittime è di per sé la storia di Dio. Solo che m’accorgo adesso di non averlo saputo dire. O meglio, debbo rimpiangere d’averlo compreso soltanto adesso, a libro stampato e quando non v’ha più modo di rimediare. A meno che Qualcuno non abbia voluto che io dovessi mancare un libro per poterlo dire”.

Poi la mano scivola lenta sul lato del foglio, sussulta al contatto col freddo del legno, il dito carezza un tarlo scovato lì, dove la penna secca la sua punta d’inchiostro. A voce continua il rimorso, il timore, la stanchezza: “Ma perché ho detto che la storia delle vittime è la storia stessa di Dio? Ma perché ogni qual volta un innocente è chiamato a soffrire, egli recita la Passione. Che dico, recitare? Egli è la Passione: non nel senso, beninteso, che il Signore voglia rinnovato in lui il proprio sacrificio, come ho pure pensato altre volte, ma nel senso bensì che è Egli stesso a crocefiggersi con lui. Potrà parere disperante questo Dio disarmato. E invece che cosa c’è, riflettendoci bene, di più consolante che questa solidarietà non di forza e giustizia, ma di compassione e d’amore? E in verità è questo: la croce di Dio ha voluto essere il dolore di ciascuno; e il dolore di ciascuno è la croce di Dio”.
Alessandro Manzoni non ha più forze. Il suo volto mostra lividi scavi alle guance, i suoi capelli sono avvizziti, il mento ha una leggera peluria che sa d’abbandono. D’intorno la stanza è un museo: un telo ricopre la poltrona, i ricordi delle teche hanno la polvere che hanno i cimeli, i ritratti appesi ai muri “hanno l’aria smunta, remota e precaria delle cose scialbate dal tempo”. Conservano un tenue languore, un timido accenno di vivo e di caldo, soltanto il piccolo divano su cui fa brevi riposi ed il quadro con la Maternità.
Alessandro Manzoni non ha più forze. Lo dicono gli occhi, arrossati dalla sopportazione forzata della luce; lo dice la schiena, che ha nella sedia un torturante nemico; lo dicono le vene delle mani, visibili quanto sono visibili le vene delle foglie seccate d’autunno.
Alessandro Manzoni non ha più forze. Dopo aver trascorso intere giornate ad un capezzale di rantoli non ha più forze. Accanto al guanciale, ai piedi del letto, con in pugno ora un’immagine, ora un ciuffo di capelli ammalati, ora un lembo del lenzuolo di lino. Ed in piedi, a scrutare come la brina ghiaccia le aiuole; seduto, a scrivere brandelli poetici destinati a rimanere brandelli poetici; in ginocchio, a pregare il piccolo quadro con la Maternità: il cero a fare lume per tutta la notte, tutta la notte per chiedere la guarigione diurna.
Alessandro Manzoni non ha più forze. Lascia che il piatto si freddi alla tavola, lì dove i figli e le figlie invece ingoiano di mal voglia i resti del pranzo di Natale. Lascia che attoniti rimangano i servi di casa, che attoniti rimangano familiari e curiosi, che attoniti rimangano il sacerdote, un amico, la madre. Attoniti perché lasciati a metà del guado di quest’ampio dolore: immobili, stanno in attesa di una parola, di un gesto, di uno sguardo al pari dei pastori del presepio che, incompleto, ha i personaggi distesi e gli anfratti all’oscuro.
Non giungerà nulla: non una parola, non un gesto, non uno sguardo.
Rifugiato a dare sfogo alla propria afflizione, Alessandro Manzoni calca e ricalca frammenti di dubbi e questioni tra opere vecchie e composizioni che vengono. Per ore, per giorni – seppellita Enrichetta – starà chiuso nello studio, “ravvolto e irresoluto”.
La Storia della colonna infame. Certe pagine de I promessi sposi. E poi questi versi che non hanno un titolo, un andamento, che non hanno ancora un motivo: “Sì che tu sei terribile!/ Sì che in quei lini ascoso,/ In braccio a quella Vergine,/ Sovra quel sen pietoso,/ Come da sopra i turbini/ Regni, o Fanciul severo!/ È fato il tuo pensiero,/ È legge il tuo vagir”. Ed ora ha dinnanzi anche quest’altra scrittura che inizia come inizia l’articolo: “La storia delle vittime è di per sé la storia di Dio”.
Questa è la prima immagine che ricorda chi ricorda Il Natale del 1833 di Mario Pomilio. Romanzo d’eventi reali, componimento di storia e invenzione, saggio letterario con abito adorno di fregi narrativi, dramma inscenato “tra quinte impolverate”: comunque piccolo capolavoro disperso dagli scaffali italiani ricolmi.
Venne, Il Natale del 1833, quando sembrava che Pomilio fosse arreso, prono e schiacciato, al successo de Il quinto evangelio. Come avesse finito le lettere. Come avesse dato fondo ai pensieri. Come avesse terminato ogni fiato, ogni frase possibile, ogni possibile riga d’inchiostro.
Venne, Il Natale del 1833, per raccontare Alessandro Manzoni impegnato a interrogarsi sul silenzio divino. “Che facesti?”. “Perché?”. “È dunque vero?”. “Indifferente ai preghi” il Dio che Manzoni interpella si cela, manca risposte, non accenna a un sollievo: “Tu sì che a noi t’ascondi; l’occhio ti cerca invano”.
Egli si cruccia, s’incarta, s’invischia d’idee bloccate sul nascere: ripensa alla riscrittura di opere già date alla stampa, lamenta i propri versi ridotti a singhiozzi, vaneggia di comporre un suo Giobbe per forzare la nebbia degli eventi subiti. Pesa i soprusi del cielo, riflette il loro valore ombratile. Accusa, scagiona, riaccusa, implora mestizia poi ancora accusa e scagiona, si placa ma non è in grado di dire cosa lo tempesti all’interno.
Ancora accusa, ancora scagiona. Poi l’epilogo.
Venne, Il Natale del 1833, e si scrisse – quando prese l’alloro dello Strega nel 1983 – che era libro “destinato a restare” perché testimone “di almeno tre eccezionali qualità di coraggio”: “aver osato prendere a protagonista Alessandro Manzoni e avergli attribuito battute ed espressioni nuove, mescolandole a quelle autentiche”; “aver scritto un romanzo che sia un continuo trivellante scavo nella terra bruciata del dolore”; “avere, da credente, affrontato la fede sul suo territorio insieme più glaciale e più torrido”. Così Italo Alighiero Chiusano.
Venne, Il Natale del 1833, “destinato a restare”. Ed invece oggi latita, disperso tra diversi cataloghi che ugualmente lo negano a chi lo ricerca, come fosse lontano, altrove, dolorosamente confinato in esilio.

 

 

 

Il libro perduto
Il Natale del 1833
Mario Pomilio
Bompiani, Milano, 2003
pp. 173

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