“Perché tu mi dici: poeta? Io non sono un poeta. Io non sono che un piccolo fanciullo che piange”

Sergio Corazzini

Domenica, 17 Novembre 2013 01:00

La creazione di un Golem

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Quando il Golem fu creato da Rabbi Löw, gli mancava soltanto la parola, cosa che però più tardi si sarebbe dimostrata un vantaggio, poi arrivò Roth, che creò Portnoy e il suo lamento.
In generale tra i vincitori e coloro che si son visti passare la vittoria sotto il naso a braccetto con un altro mentre gli fa ciao ciao con la manina, preferisco i secondi, è una cosa che probabilmente risale ai tempi in cui guardavo carrellate di Will il coyote e che forse sarebbe anche arrivato il momento di superare, ma nell’attesa funziona così. Quindi, se avesse vinto Roth, ora starei qui a parlavi della Munro, ma dato che così non è andata, eccomi qui a parlarvi di questo straordinario e prolifico scrittore e di uno dei suoi libri a cui sono più affezionata: Lamento di Portnoy.

Sicuramente è un libro che non ha la magnificenza shakespeariana dei suoi grandi capolavori della maturità, Il teatro di Sabbath e Pastorale americana, ma rappresenta comunque il libro della svolta, il momento a partire dal quale Philip Roth è diventato quello che scrive con l’andatura sciolta e dinoccolata tipica delle persone a cui non frega niente di quello che gli altri possono pensare di lui. Dopo le prime accuse di antisemitismo e le denunce da parte dei rabbini nei confronti del suo primo libro Addio Columbus, uno scrittore minimamente vulnerabile all’opinione pubblica avrebbe aggiustato il tiro. La risposta di Roth, invece, è stata un po’ del tipo “haha, vi siete offesi per quello che ho scritto in quel libro, vediamo allora cosa direte dopo che avrete letto quello che ho scritto qui!”. È così che il bravo ragazzo di buona famiglia ebrea, con nonni che parlavano solo yiddish, cresciuto e nutrito a talmud e pane azzimo, ha creato il suo Golem.
Decise di scrivere un libro privo di ogni autocensura, e per questo inventò uno stratagemma: dato che la prima regola di uno psicanalista è “di' qualsiasi cosa ti passi per la testa. Fai libere associazioni, non autocensurarti, non censurare il tuo linguaggio per l'amor di Dio, quello è la cosa peggiore”, allora la soluzione era dare vita ad una performance in cui il protagonista, Alex Portnoy, uno dei più riusciti alter ego, parlasse al suo psicanalista, il Dr. Spielvogel. In un’intervista Roth avrebbe detto poi che “la vergogna non fa per gli scrittori. Devi essere senza vergogna, non ci si può preoccupare del decoro, ciò non significa che devi essere osceno, folle o che devi sporcare le pagine di feci, dico solo che la vergogna non funziona”.
Quanto ad oscenità, bisogna ammettere che il libro ne è ben farcito, ma relativamente alle accuse di antisemitismo, proprio non ci siamo. Certo, Alex Portnoy si lamenta di continuo come un piccolo contestatore un “kvetch” (rognoso) degli aspetti più grotteschi della società ebrea in generale e della famiglia ebrea in particolare, crea personaggi, sopratutto madri, caricaturali, prende le distanze, ridicolizza e lotta per emanciparsi e svincolarsi dai meccanismi del senso di colpa  innescati sin dalla nascita da ogni brava madre ebrea nel suo adorato, piccolo, Portnoy. Tutto questo non c’entra nulla con l’antisemitismo. Come molti altri scrittori americani che sono fuggiti dai luoghi di origine per poi scriverne per il resto dei loro giorni, Roth è scappato da Newark e dalle sue madri ebree, salvo poi farne le protagoniste di molti suoi libri. Probabilmente se fosse nato in qualche bigotta cittadina del nostro meridione, non avrebbe parlato delle madri ebree ma delle loro sofferenti omologhe che “siedono impietrite nelle chiese inghiottendo stronzate cattoliche; oppure a Calcutta chiedendo l’elemosina per le strade o, se sono fortunate, vanno per i campi polverosi attaccate ad un aratro... Soltanto in America, rabbino Golden, queste contadine, le nostre madri, si ossigenano i capelli a sessant’anni e passeggiano per Collins Avenue, in Florida, con pantaloni a mezza gamba, la pelliccia di visone... e opinioni su qualsiasi argomento esistente. Non è colpa loro se hanno ricevuto in dono il linguaggio. Se le mucche potessero parlare, direbbero le stesse identiche idiozie”.
Quello che vi dicevo dunque, l’antisemitismo, non c’entra un bel niente, c’è solo un po’ di generalizzata misoginia e di fastidio per gli estremismi e le ipocrisie religiose, tutte quante, ma nulla di più, anche perché dietro ogni lamento è facile cogliere anche amore e ammirazione per i virili messianici uomini ebrei: “Perché io amo quegli uomini! Voglio crescere ed essere come loro!”.
Philip intuì quello che sarebbe successo all’uscita del libro, sapeva che i lettori lo avrebbero inevitabilmente identificato col personaggio, la gente avrebbe percepito in lui tutto quello che aveva percepito in Portnoy, onanismo maniacale e ‘figomania’ inclusi, quindi tentò di avvisare e preparare i genitori, per quanto possibile. E, nonostante fino a quel momento non fosse poi così famoso e popolare, li invitò a cena per metterli in guardia dall’imminente cataclisma: il libro avrebbe creato scalpore, tutti avrebbero pensato che il padre e la madre di cui si parlava fossero proprio loro, stormi di giornalisti li avrebbero assediati, lui avrebbe fatto di tutto per proteggerli, ma loro avrebbero dovuto darsi da fare per proteggersi da soli. Si comportò da bravo figliolo ebreo responsabile e premuroso. Poi il libro uscì e solo nel primo mese vendette trecentocinquatamila copie, il New York Times andò perfino ad intervistare il suo insegnante di liceo, ci furono trasmissioni televisive con madri ebree agguerrite che parlavano del libro e di lui, eccetera. Insomma accadde tutto quello che aveva previsto.
Anni dopo, però, Philip chiese al padre cosa fosse successo dopo quella cena, cosa avesse detto sua madre in quel taxi che li riportava a casa: “Tua madre? Tua madre scoppiò a piangere, Philip”. “E perché scoppiò a piangere, papà?”, e il padre “Ha detto: Phil ha manie di grandezza, non è mai stato così. Da ragazzino non era così. Ora ha manie di grandezza”. Ecco come l’aveva presa sua madre.
È passato molto tempo da quel libro, il suo talento, con la maturità, ha partorito quei capolavori che gli hanno reso, di diritto, la fama di ‘più grande romanziere vivente’, ma capita ancora spesso che qualcuno, un passante, un fan, reclamino “Ridacci Portnoy!”, ma lui con tenerezza e sincera commozione scuote il capo, non è possibile, è stato uno spettacolo irripetibile, una rappresentazione di una sera, uno one man show. Era capitato in un preciso momento culturale e in un particolare momento della sua storia personale, e… si era divertito molto: “Alcune persone lo hanno apprezzato, altre lo hanno odiato. Che riposi in pace”.


 


NB. L'immagine di copertina all'articolo è di Francois Reumont

 

 

Philip Roth
Lamento di Portnoy
traduzione di Roberto C. Sonaglia
Einaudi, Torino, 2005
pp. 234

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